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Luciana Tufani Editrice
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Mercoledì, 08 Luglio 2009 08:13

Alecia McKenzie

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Alecia McKenzie

  
È nata e cresciuta a Kingston, capitale della Giamaica. Ha pubblicato poesie in giornali locali quando era ancora alle superiori. Ha frequentato la Alpha Academy di Kingston, la Troy University in Alabama e la Columbia University di New York dove i suoi studi si diressero verso l’arte e il giornalismo. Le piace anche dipingere, anche se preferisce scrivere. Lo sguardo dell’artista, comunque, l’accompagna sempre come attestano i chiari e precisi affreschi che ci dà nei suoi racconti.
Come scrittrice si impose all’attenzione di pubblico e critica  caraibici per la prima volta nel 1993 quando vinse il premio regionale del Commonwealth Writers’ per la migliore opera d’esordio con la raccolta Satellite City. Le storie raccontate in questa raccolta sono vivaci e umoristiche ma sanno anche colpire duro mettendo a nudo senza mezzi termini l’esperienza politica e culturale della Giamaica.  I suoi racconti sono come dei primi piani di diversi (a volte spiacevoli) aspetti della vita urbana. Il volume è stato tradotto in olandese, italiano (col titolo Punto), polacco e ne è inoltre apparsa una selezione in spagnolo. Ha pubblicato poesie e racconti brevi su alcuni giornali internazionali di entrambe le sponde dell’atlantico, nonché un romanzo intitolato When Rain Stopped Falling in Natland,nel 1995 e Stories From Yard (Racconti giamaicani),  tradotto in iitaliano e pubblicato in Italia non ancora  in inglese. I suoi racconti sono apparsi in molte riviste letterarie come «The Malahat Review», «Deus Ex Machina», «Kunapipi» e «The Journal of Caribbean Literatures». Ha inoltre contribuito al successo di Girls Night In, una selezione di racconti di varie autrici.
Come giornalista ha scritto articoli su di un vasto numero di argomenti che hanno avuto l’onore di essere pubblicati sulle maggiori e più prestigiose testate americane e europee. Ha inoltre lavorato anche per il «Wall Street Journal/Europe» (1986-8) e per l’InterPress Service (1992-5). Ha insegnato scrittura creativa e stile giornalistico alla Vrije Universiteit di Bruxelles dove ha vissuto con il marito e il figlio dal 1985 al 1998. Si è poi trasferita per alcuni anni a Londra (dal 1998 al 2000), pur continuando a insegnare a Bruxelles. Dopo la nascita di una figlia, ha      vissuto a Singapore e attualmente vive a Parigi con la famiglia.  Sta lavorando a un libro di poesie e a un romanzo.
 
 

* Postfazione di Giovanna Covi e Elisabetta Nones a Punto

Guardare la violenza con il sorriso

Con questi racconti, Alecia Mckenzie ci porta a rivedere radicalmente l’immagine dei Caraibi che quotidianamente e ripetutamente ci viene proposta dalle agenzie di viaggio e che spesso oscura le nostre conoscenze sulla realtà socio-politica delle isole. Ora riesce più facile anche a noi recepire il dato statistico trasmesso alcuni giorni fa dalla BBC che vede numerosi stati dei Caraibi secondi solo all’America Latina nella classifica dei paesi afflitti dalla piaga della criminalità violenta.
Nell’originale, le tensioni sociali della Giamaica si riflettono prima di tutto nella lingua creola - risultato della commistione di lingue africane, lingue native e inglese dei colonizzatori spesso rielaborato in modo semplificato -, una lingua che bene coglie la balcanizzazione linguistica dei Caraibi prodotta dalla storia coloniale. La nostra traduzione ha cercato pur con grossi e inevitabili limiti di far sentire questa parlata accentuando i caratteri colloquiali dell’italiano - come per esempio nelle parole del vecchio in “Natasha” - e inserendovi spesso termini originali, come quando Nonna Scottie manda Jakes al mercato a comprare lime, cho-cho e plantains. Con questi accorgimenti, pur frustranti nei loro approssimativi risultati, abbiamo voluto far vedere il peso che l’Europa ha esercitato sulla cultura dei Caraibi, il suo tentativo di cancellarla radicalmente, sovrapponendole, con i sistemi giuridico-politici, anche la cultura degli imperi. Nelle opere di un numero sempre maggiore di artisti caraibici la lingua creola, così come in musica il ritmo del calipso, dimostra che una vera e propria lotta di resistenza è necessaria, ora in epoca turistica proprio come lo era in quella coloniale, per far sopravvivere la cultura locale nel momento in cui questa partecipa al dialogo internazionale. Le strategie atte a preservare l’identità nazionale dei giamaicani e degli altri popoli caraibici in generale sono molteplici e contribuiscono al complesso mosaico che definisce la loro cultura: multietnica e internazionale, ma anche e al tempo stesso fortemente nazionale.
Naturalmente le tensioni sociali che si riflettono nella varietà linguistica dei Caraibi non sono mai circoscritte al contesto locale. Se come bene ricorda Edward Said in Culture and Imperialism, il processo contemporaneo di globalizzazione economica, politica e culturale del mondo è strettamente riconducibile all’unità imposta sulla nostra terra dagli imperi coloniali del XXIX e primo XX secolo (basti ricordare che nel 1914 l’Europa possedeva all’incirca l’85% della superficie terrestre in colonie, protettorati, domini e stati dipendenti dal Commonwealth), allora i Caraibi, che sono terre colonizzate per eccellenza, diventano un luogo in cui questo sistema mondiale, compreso il suo aspetto multiculturale, si esprime nelle forme più estreme ed evidenti.
I racconti di Alecia McKenzie hanno soprattutto valore perché non ci fanno mai dimenticare l’interdipendenza che collega la vita di Kingston a quella di Londra o New York. I suoi personaggi sono individui senza un’unica dimora, esuli cosmopoliti che cercano affermazione a livello internazionale senza mai dimenticare la loro terra di origine e l’identità che ad essa li lega. La ricerca di un lavoro e la dipendenza dai centri economici mondiali, unite al desiderio di entrare in contatto diretto con quelle che sono state comunque le culture loro imposte, fanno dei giamaicani, così come degli altri caraibici, un popolo in continua peregrinazione, le cui destinazioni sono mutate nel corso degli anni recenti, dall’Inghilterra negli anni cinquanta agli Stati Uniti e il Canada negli anni ottanta e novanta, interessando progressivamente e in maniera sempre maggiore la popolazione femminile.
McKenzie stessa segue questo percorso: nativa di Kingston, frequenta le scuole in Giamaica, e nel 1980 lascia il suo paese natale per studiare negli Stati Uniti, dapprima alla Troy University in Alabama e poi alla Columbia University di New York dove consegue un Master in giornalismo. Collabora per alcuni anni con agenzie di stampa e giornali internazionali tra cui The Wall Street Journal /Europe, Interpress Service, The New York Times Regional Newspaper Group, The International Herald Tribune, American Visions e Black Enterprise, ma abbandona poi la carriera giornalistica per dedicarsi alla scrittura. Satellite City and Other Stories, la sua prima raccolta di racconti da cui sono tratte le storie di Punto, esce nel 1992 e gode subito di un grande successo, sancito l’anno successivo con la vincita del premio letterario Commonwealth per la miglior opera prima prodotta nelle regioni del Canada e dei Caraibi. Nel 1995 pubblica il racconto per bambini When the Rain Stopped in Natland, che riesce facilmente a mettere a fuoco i problemi quotidiani di una famiglia caraibica in Belgio. Questi e altri racconti più recenti di Alecia Mckenzie circolano anche in varie antologie di letteratura caraibica e in importanti riviste letterarie quali The Malahat Review, Deus Ex Machina, Kunapipi e The Journal of Caribbean Literatures.
La scrittrice ha vissuto a Bruxelles dove insegnava creative writing e scienza della comunicazione alla Vrije Universiteit Brussel. Ed è proprio in Belgio, il paese del marito e quello in cui sono nati i suoi figli, che i racconti di Satellite City and Other Stories sono stati concepiti. La lontananza dalla natale Giamaica ha costituito infatti per McKenzie un forte stimolo alla scrittura, che lei considera mezzo ideale per far luce sulla realtà affascinante e complessa del suo paese.
Così Mckenzie, in modo simile a molti altri scrittori che oggi delineano e caratterizzano la tradizione letteraria dei Caraibi, focalizza la sua scrittura sulla realtà del proprio paese vista in un contesto mondiale e da una prospettiva internazionale. Questi scrittori, dalla generazione precedente di Derek Walcott, Wilson Harris, George Lamming e quella contemporanea che vede un numero maggiore di presenze femminili quali Jamaica Kincaid, Olive Senior e Grace Nichols, fanno in modo che la specificità del mondo letterario caraibico sopravviva nonostante il rischio di appiattimento che deriva non solo da una globalizzazione della cultura mondiale ma anche da interventi critici che sotto la nuova etichetta di “post-colonialismo” comprendono e uniformano i Caraibi e tutte le altre realtà del cosiddetto Terzo Mondo in un tutto omogeneo. Proprio perché accetta di confrontarsi con le forze con cui di necessità ogni cultura interagisce, il loro sforzo di inserire la letteratura dei Caraibi all’interno del contesto internazionale non rischia di cadere preda di nuove forme di colonialismo culturale.
Il rapporto reciproco tra i centri metropolitani e le periferie del mondo caratteristico del contesto contemporaneo viene magistralmente catturato nella storia “Punto”, dove le lettere tra Carmen e Nonna Scottie ci consentono di confrontare la violenza di Kingston a quella di New York. I bozzetti di vita quotidiana nella capitale della Giamaica offerti da Alecia McKenzie hanno uno stile carveriano, ma mostrano anche una consapevolezza politica della rete che collega i vari fili del potere economico e politico delle multinazionali e del Fondo Monetario Internazionale che Raymond Carter non è mai riuscito a raffigurare nella sua produzione così circoscritta alla realtà metropolitana statunitense da fare del minimalismo di McKenzie un discorso insospettabile dal punto di vista dell’impegno politico della sua scrittura.
È interessante ricordare a questo proposito che l’autrice aveva intitolato la raccolta On The Island, con l’intento di catturare attraverso la metafora dell’isola non tanto l’idea di isolamento quanto la vulnerabilità di una terra che può essere attaccata da ogni lato, così da dover sopravvivere a continue minacce. Terre di sopravvivenza sono appunto le isole dei Caraibi, non solo perché continuamente invase dall’estero dalle grandi potenze mondiali ma anche perché ormai corrose dall’interno dal retaggio del potere coloniale. Il titolo infine scelto dall’editore Longman, Satellite City, esplicita questo doppio significato: un satellite trasmette in un luogo periferico il messaggio di una fonte centrale, riceve onde da altri luoghi proprio come le spiagge dell’isola, ma questo messaggio ha effetto solo se trova un destinatario. Non dimentichiamo, per esempio, che i Caraibi sono zona turistica e quindi i canali televisivi sono moltissimi, ma è sicuramente quasi impossibile vedere rappresentata in televisione un’opera di Derek Walcott, premio Nobel per la letteratura, che ha prodotto più di trenta testi teatrali. Descrivere la Giamaica come una città satellite esprime con chiarezza la posizione periferica del paese nei confronti del colosso statunitense e sottolinea il ruolo fondamentale esercitato dai mezzi di comunicazione nell’esercizio di questo potere che vorrebbe, se incontrastato, forgiare sul modello occidentale lo stile di vita e le abitudini dei giamaicani. Questo risulta chiaro anche nella raccolta italiana Punto. Qui manca il racconto “Satellite City” in cui i quartieri benestanti e più americanizzati di Kingston sono affollati dalle antenne paraboliche, ma il primo racconto che dà il titolo a questa edizione bene coglie questa doppia valenza di identità dipendente e indipendente, isolana e internazionale, della Giamaica; non solo, come ricordato sopra, perché le lettere tra nonna e nipote ci fanno spostare su Londra, ma anche perché quel punto che dovrebbe chiudere il discorso su una realtà viene sempre omesso da Nonna Scottie, omissione che rende possibile aprire tale realtà a una rete di rapporti più ampia.
Mossa da uno spirito di sopravvivenza è anche la traduzione, che vuole trasportare le marche inconfondibili delle realtà giamaicana in campo internazionale. Ci auguriamo che l’incontro fra l’inglese con accento creolo di Alecia McKenzie e il nostro italiano abbia allargato e approfondito i confini della nostra lingua così da veicolare almeno in parte la straordinaria cultura giamaicana nelle versioni qui proposte. Speriamo di aver approssimato lo spirito del popolo giamaicano di cui l’opera di McKenzie ricostruisce la grande vitalità; di aver reso le realtà familiari, così diverse da quelle nucleari a cui noi siamo abituati; di avere almeno in parte evocato la musica e i suoni di una terra che conosciamo ancora solo superficialmente. Punto, nei suoi contenuti, offre comunque un antidoto all’idea stereotipata e generica dei “tropici” quale sogno di evasione dal mondo malato e caotico in cui stiamo stretti, ma lo fa mostrandoci come le contraddizioni che affliggono i Caraibi sono quelle stesse del nostro mondo. Ciononostante, riesce anche a farci ritrovare la speranza nel momento in cui propone una nuova prospettiva capace di ridare un senso non solo alla colonizzata Giamaica ma anche al resto del mondo. Alecia McKenzie lo ha espresso in maniera chiara in un’intervista, ed è con l’immagine del suo radioso sorriso, simbolo di accoglienza reciproca e quindi segno positivo di multiculturalismo, che vorremmo chiudere queste storie di violenza: «Penso che i miei personaggi siano tutti persone meravigliose. Ma devono lottare contro tante difficoltà. La Giamaica è una città satellite perché riceve così tanto dall’America. Ma io sono così fiera che noi continuiamo ad esistere come popolo e siamo ancora così disponibili verso gli altri. Non c’è sorriso come il sorriso dei caraibici. Non c’è ospitalità come l’ospitalità caraibica».

 

* Postfazione di Patrizia Villani a Racconti giamaicani

Dalla diaspora all’esilio, senza perdersi

Dalla diaspora all’esilio, più o meno volontario, senza perdere o abbandonare mai le proprie radici: la questione è ovviamente cruciale e sta alla base di tanta parte della letteratura post-coloniale ormai diventata “classica”. Gli antecedenti illustri dei vivaci personaggi di Alecia McKenzie appartengono infatti allo stesso mondo delle storie di Tropic Death di Eric Walrond e alla realtà quotidiana degli abitanti di Miguel Street di Naipaul, e ci riportano alla tragicomiche vicende di quei Lonely Londoners di cui Sam Selvon ci ha dato un ritratto indimenticabile sullo sfondo di una società (europea e caraibica) afflitta dalla piaga del colonialismo e del razzismo e descritta con amara ironia anche nel saggio di George Lamming, The Pleasures of Exile.
La short story divenne ben presto una forma fondamentale di espressione letteraria per gli scrittori dei Caraibi, a partire dalla generazione che scriveva i suoi capolavori negli anni Cinquanta e Sessanta. Negli ultimi due decenni, in particolare, si è parlato di new wave al femminile poiché le donne occupano la scena centrale di questa letteratura e autrici come Olive Senior, Jamaica Kincaid, Pauline Melville, Mekeda Silvera e Alecia McKenzie rappresentano attualmente la forza trainante della letteratura caraibica contemporanea. Nelle storie di queste scrittrici la vitalità del linguaggio e la modernità del tono globale e della psicologia dei personaggi (in particolare quelli femminili, sempre caratterizzati a tutto tondo) costituiscono le caratteristiche principali di questa letteratura estremamente vitale.
La forma del racconto, come si è detto, sembra essere particolarmente congeniale alla realtà densa e subito percepibile di questi paesi, perché consente di raffigurare piccole epifanie che conducono al “riconoscersi” da parte dei protagonisti e alla rappresentazione di un microcosmo che dà la sensazione forte e precisa della quotidianità vera, tangibile, prepotente. Presentare senza veli questa realtà comporta una raffigurazione minuziosa e attenta delle relazioni amorose, familiari o di amicizia fra i personaggi e dei sentimenti in esse implicati, mantenendo un punto di vista femminile che non cade in illusioni eroiche o avventurose sulle vicende umane, ma rimane con i piedi saldamente piantati per terra dimostrando concretamente grande saggezza pratica in ogni situazione e attingendo coraggio e determinazione  dalla propria salda interiorità. Ecco le caratteristiche peculiari dell’opera di queste scrittrici e, potremmo dire, della scrittura femminile.
Altro fattore cruciale che ha sempre intriso la struttura stessa di questa letteratura è quello dell’emigrazione, fenomeno endemico nei Caraibi a partire dagli anni Trenta del nostro secolo e tuttora attivo nel determinare e plasmare la realtà sociale dell’arcipelago. Abbiamo parlato di diaspora (dal greco diasperein, disperdersi) e di esilio, che devono essere considerate le due facce di una stessa medaglia. Esperienza di costrizione e migrazione violenta legata alla schiavitù, la diaspora della popolazione africana è un fenomeno ormai storicamente documentato, descritto e studiato che ha lasciato tracce culturali e psicologiche forse incancellabili nella storia del Nuovo Mondo e in particolare nelle isole caraibiche, la sua società multietnica e multiculturale ne è figlia consapevole ma non rassegnata o docile.
L’esilio, versione moderna e apparentemente volontaria di questa diaspora, costituisce invece la realtà più vicina a noi. Le ragioni attuali di tale emigrazione sono quasi esclusivamente economiche, e talvolta politiche, per la gran parte delle persone (trovare lavoro o sfuggire a una situazione di mancanza di libertà), ma nel caso di intellettuali, artisti e scrittori sono dovute soprattutto alla ricerca fisiologica di un ambito culturale più organico e soddisfacente. Comune, tuttavia, è il forte senso di appartenenza al mondo caraibico, che non viene mai meno e forma un solido “apparato radicale” che lega indissolubilmente questi esuli cosmopoliti al ricco humus dell’arcipelago, pur se residenti stabilmente all’estero. Come spesso succede, anzi, è proprio la distanza geografica a consentire a questi autori di elaborare psicologicamente in modo completo e di mettere a fuoco con estrema precisione (e una passione in cui sembra svolgere un ruolo fondamentale la nostalgia) le esperienze vissute in prima persona e il panorama umano e sociale delle isole.

E questo diviene appunto il tema fondamentale sotteso ai racconti di Alecia McKenzie, scrittrice giamaicana dell’ultima generazione che ha sperimentato di persona (ha vissuto in Belgio, a Londra, e si trova attualmente a Singapore) questa condizione comune a gran parte della popolazione dei Caraibi. Alecia McKenzie ben rappresenta la nuova generazione di scrittori che esplorano incessantemente la storia recente e la realtà del proprio paese attraverso l’osservazione e una fedele descrizione delle relazioni umane, sfondo ideale che consente di sottolineare ipocrisie, conflitti e mancanza d’impiego nella società contemporanea (giamaicana, nel caso specifico).
Questa scrittrice si allontana dalle tematiche tradizionali legate alla schiavitù e al colonialismo che sono state trattate dalla precedente generazione di scrittori delle West Indies, ed esamina i nuovi mali del suo paese d’origine con uno stile e una visione semplici e incisivi, occupandosi di conflitti tra generazioni, aspettative dei giovani in campo sociale e politico, parità fra i sessi, e problemi quotidiani di classe, ricchezza e povertà.
In questa letteratura i legami tra il linguaggio (creolo e inglese standard), il potere e la politica si trovano al centro di un quadro nel quale il ruolo dell’artista nella comunità e il desiderio di creare una società nuova ed equa in cui affondare di nuovo e più saldamente le proprie radici senza cancellare il passato dalla memoria collettiva costituiscono i pilastri di una visione contemporanea della realtà delle West Indies condivisa anche da scrittori più maturi come Jamaica Kincaid (in Annie John e Lucy, ad esempio) e Derek Walcott (che nel suo recente poema Tiepolo’s Hound indaga in modo specifico il sofferto rapporto dell’artista caraibico con la società che l’ha generato e con la tradizione europea, eredità necessaria ma carica di ricordi dolorosi).

In quasi tutti i racconti della presente raccolta, Racconti giamaicani (e nella precedente Punto, 1997), l’emigrazione è un fenomeno comune per i personaggi, che sono loro stessi “esiliati” o conoscono qualcuno che si è trasferito in Europa o negli Stati Uniti per varie ragioni, oppure parlano di chi vorrebbe partire per quel mondo considerato una liberazione da una realtà senza sbocchi, o di coloro che tornano occasionalmente o puntualmente nelle isole per una vacanza o per rivedere parenti o amici. Si descrive la vita nelle isole, e l’atmosfera che vi regna, con l’ambivalenza emotiva tipica delle passioni umane fondamentali, un amore/odio che tradisce la profondità dell’attaccamento alla propria terra e la nostalgia per i paesaggi, le persone, gli odori, i colori, e infine il cibo stesso, che nella sua tipicità e nella sua funzione materna di nutrimento, calore e condivisione rappresenta il legame più semplice e quotidiano con la tradizione e la famiglia.
Altro argomento spesso doloroso, inestricabilmente legato al problema della precarietà sociale e dell’emarginazione, è quello della famiglia, o meglio della struttura spesso disgregata o semplicemente monoparentale che per tradizione costituisce il nucleo familiare tipico di queste culture. La famiglia è quasi sempre la madre, oppure la nonna, figure fondamentali che da sole (i padri sembrano eternamene assenti in questa tradizione) si occupano di crescere ed educare figli e nipoti, accollandosi un difficile compito economico e psicologico in una società in cui il matrimonio e la presenza maschile sono nozioni fluttuanti e temporanee senza solidità e sostanza, esperienze che rientrano piuttosto nell’eccezione a una regola di matriarcato “obbligato” e fino ad ora condiviso dalla quasi totalità della popolazione. E quando gli uomini compaiono in questa realtà è troppo spesso per dimostrare le proprie debolezze (violenza, incapacità di rapporti duraturi, infedeltà), o mostrare di non essere all’altezza delle spregiudicate e coraggiose figure femminili che popolano la narrazione, solide e appassionate nella loro identità individuale.
Centrale a questo proposito sembra essere il racconto “Aspra come il guinep”, che incorpora in modo emblematico tutte le tematiche affrontate dall’autrice, e ripropone nella vita complicata della protagonista e nei suoi legami familiari la gamma di esperienze che con molta probabilità caratterizzano nella quotidianità l’esistenza di gran parte delle donne e dei giovani nei Caraibi. Nel resoconto di queste esperienze, raccontate in prima persona dalla protagonista, traspaiono (nonostante la sobrietà e pacatezza della voce narrante) la passione, l’amarezza e tuttavia il coraggio di chi non si rassegna agli ostacoli e alle difficoltà.
Negli altri racconti, di volta in volta teneri, tragici o umoristici, i temi toccati sono la situazione sociale e politica instabile, l’emigrazione e la violenza nelle isole (“Ladri”, “Angie torna a casa per Natale”, “Scarafaggi”); l’esperienza della scuola, l’ambiguo rapporto con gli insegnanti e l’importanza di un’istruzione superiore per una vita diversa (“Aerei in lontananza”, “Scuola privata”, “Capolinea”); e infine la questione della vita lontano dalle isole, il problema del razzismo e la solidarietà nel delicato racconto “Danza dell’esilio”, il cui titolo fortemente significativo potrebbe fare da cornice all’intera raccolta.
Dalla diaspora all’esilio, quindi, ma senza dimenticare la possibilità sempre aperta del ritorno e soprattutto quell’attenzione così rivelatrice che Alecia McKenzie e gli altri autori nativi di questo arcipelago affascinante mantengono sempre saldamente puntata, come un riflettore, su quella realtà speciale a cui nessuno di loro può o vuole rinunciare, perché è il nucleo vitale dell’esperienza creativa e della scrittura a cui l’artista caraibico, scrittore o poeta che sia, sa di dover attingere per sopravvivere e crescere, per realizzare nel mondo la propria visione.

 

Letto 147962 volte Ultima modifica il Domenica, 12 Luglio 2009 09:29
Luciana

 

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