Gloria Zanardo
È nata e vive a Verona, dove insegna nella scuola media superiore. Partecipa alla comunità di Diotima fin dagli inizi, e ha collaborato alla stesura del primo volume di Diotima, Il pensiero della differenza sessuale (La Tartaruga, Milano 1987, ultima ed. 2003). Ha trovato nella narrativa il modo suo proprio di pratica filosofica.
Bibliografia:
(con Chiara Zamboni), Il tempo quale segno di finitezza, in Centro documentazione donna, Quaderno di lavoro n.2, Tra nostalgia e trasformazione, Libreria delle donne di Firenze, marzo-maggio 1986.
Lettura dell’Antigone di Sofocle in "Etica della differenza sessuale” di Luce Irigaray, in Bimbi, Grasso, Zancan, comunità di filosofia femminile Diotima, Il Filo d’Arianna. Letture della differenza sessuale, ed. Utopia, Roma 1987.
Volontà e attenzione: un percorso di apprendistato, in Longobardi, Sanvitto, Tommasi, Zamboni, Zanardo, Simone Weil. La provocazione della verità, Liguori, Napoli 1990.
Una lettera arriva sempre a destinazione, in Brentarolli, Malè, Zamboni, Zanardo, Introduzione a Lacan. Genesi del concetto di simbolico negli scritti degli anni ’50, Libreria editrice universitaria, Verona 1994.>
Presente remoto, Tufani, Ferrara 2000.
* Postfazione di Luisa Muraro a Presente remoto
Non sono del mestiere - anche se ogni tanto farò finta di esserlo, critica letteraria, intendo - e scriverò questa postfazione a Presente remoto di Gloria Zanardo così come si parla tra amiche che hanno letto uno stesso libro e hanno voglia di commentarlo.
G. Z. è una donna che dovrei conoscere bene, perché fa parte della cerchia delle persone che frequento abitualmente, da anni, ma mi rendo conto che quello che so veramente di lei sono i suoi racconti. È andata così. Dopo alcuni anni che ci conoscevamo, lei cominciò a farmi arrivare ogni tanto dei fogli di carta che portavano scritto un suo racconto. Non me li mandava a casa o nello studio, dove sono invasa da letture che devo ancora fare: me li faceva trovare in posti più sguarniti, così io li leggevo, anzi riascoltavo, perché leggendoli sembrava che il testo mi fosse recitato da lei, erano storie di mosche, di amiche, di studenti, di parenti, ambientate nelle mense di Bologna, nell’anticamera della psicanalista, sul tram, in qualche scuola della provincia veneta o chissà dove, storie senza grandezza eppure uniche, come inconfondibilmente sua - di Gloria - era la voce recitante che accompagnava la mia lettura.
La linguistica e la critica letteraria c’insegnano a non identificare l’io narrante con l’autore del racconto, anche se autobiografico, e noi lo abbiamo imparato, ma con G.Z. non è stato possibile: fra lei e l’io narrante dei suoi racconti c’era, c’è ancora, ai miei occhi, anzi nelle mie orecchie, uno scambio delle parti, loro due si scambiano le parti senza farsi accorgere, come capita al gioco delle tre carte. Potenza dell’egocentrismo, suppongo, un egocentrismo bene impostato, sia chiaro, che non ha mai disturbato né me né altre (forse i parenti?), grazie alla sobrietà che G.Z. mette nell’amore di sé. E, soprattutto, grazie al dono dell’ironia, un’ironia costante e dosata, messa lì ad arginare un male sordo, forse, ma forse anche a velare una gioia. È il segreto di questi racconti, che loro mantengono (non si dice così, mantenere il segreto?) con grazia, senza ostentazione.
Mi piacciono più o meno tutti, ma ho i miei preferiti. Mi piace anche quello della lezione manzoniana dedicata "Al premio che i desideri avanza", sebbene sia fra i più esili. C’è un mare di dettagli che vorrei commentare, dall’incipit, «È una fredda e limpida mattina di marzo», che è una variante del più celebre “era una notte buia e tempestosa”, fino al grazioso intermezzo del «sensibile Tezza». Ma il clou è lo scambio tra la prof. e Mantovani, cui darà il cambio Zoppi, lei che tenta di far loro scoprire la trascendenza di Dio rispetto alle umane aspettative e gli alunni che tirano a indovinare la risposta che ci si aspetta da loro. Non chiedono, però, di capire il senso della domanda, forse perché dubitano che esista o forse perché ne va del senso stesso del loro stare a scuola, che loro, rassegnati, stupiti e indifferenti, tutto insieme, sono decisi ad ignorare. La strategia della prof., di conseguenza, non può essere semplice. Il primo passo consiste nel farli consapevoli che noi esseri umani ci formiamo spontaneamente un’immagine di Dio inadeguata all’essenza divina, e che dunque Dio ci coglie inevitabilmente di sorpresa, ecc. Ma si frappone un ostacolo e cioè che, dei due alunni chiamati a interloquire con la prof. uno le dà garbatamente ragione senza capirci nulla, mentre l’altro si rifugia nell’obiezione di coscienza, anche lui per non capirci nulla. La prof., incoraggiata dal silenzio assorto della classe, tenta nuovi espedienti, sofisticati quanto vani, per trovare infine quello giusto, stupido ma efficace. Il racconto termina a questo punto.
Molti sono i racconti che si arrestano così, apparentemente incompiuti. Credo che la cosa abbia un senso. Penso specialmente al racconto della mosca, "Una vita fuori stagione", che, essendo l’ultimo, dà a tutta la raccolta un che di sospeso, rispondendo all’enigma che dicevo prima, di un’ironia che ora fa argine al male di vivere, ora fa velo alla gioia. Rileggiamo il finale: «A questo punto non si sa nemmeno più con precisione da quanto tempo manchi la mosca». Notate il linguaggio impersonale, quasi burocratico, fatto per tenere a bada l’angoscia dell’assenza e preparare la registrazione della morte. Continua: «Si vorrebbe fissare nella mente quell’ultima volta che deve pur esserci stata, ma è inutile. Certo che per lei ora sarebbe davvero improbabile»: che cosa sarebbe improbabile? Ripresentarsi viva e volante, suppongo. E infine: «L’indomani è d’altronde già Natale». Vuol dire che è veramente troppo tardi per una mosca che ha cercato di prolungare la sua vita oltre la sua stagione? O vuol dire, al contrario, che forse ce l’ha fatta a raggiungere una data fausta, felice, natalizia?
Mi è capitato di notare, in diverse occasioni, come gli scritti di donne, compresi quelli che hanno un incipit forte e felice, stentino a trovare l’explicit (ossia, il finale, la chiusura). Ritengo che si tratti di una difficoltà abbastanza caratteristica della scrittura femminile, che arretra davanti alla chiusura del testo, prolungandolo malamente, in attesa o alla ricerca… di che cosa? G.Z. conosce bene questa difficoltà, cui dedica uno fra i suoi racconti più fini, "L’importante è finire", un titolo sentenzioso - altri ce ne sono di questo tipo - che ironizza sulla vana aspirazione alla sapienza del vivere. L’incipit è incisivo: «Si entra nell’età adulta, come ognuno sa, iniziando a fare i conti con il tempo». E l’explicit? Problematico: «Chissà per quanto tempo ancora non avrei saputo trovare il finale ai miei racconti». Ebbene, la lettrice di Presente remoto ha il piacere di registrare che G.Z., nel frattempo, è riuscita a risolvere il suo problema di finire: non dico l’analisi ma i racconti, sì. Infatti, i racconti, pur non esibendo un gran finale, non c’e dubbio che finiscano. Finiscono spesso nella forma che dicevo, dell’interruzione, ma è una chiusura che si fa accettare anche questa, perché l’autrice, per defilarsi, aspetta che almeno un pezzo del puzzle abbia trovato il suo posto: gli explicit più felici sono proprio quelli in cui lei si ritira lasciandoci, noi lettrici, con il sentimento che i conti non tornano, è vero, ma che va bene così. Per esempio, il confronto tra Chiara e io in cucina si chiude con io che, partita in vantaggio, alla fine perde il confronto, sempre alle prese con le sue questioni del tempo, ma senza drammi: «Continuamente in attesa del momento opportuno, succede che mi manchi alla fine sempre il tempo, per cui non invito che raramente gente a cena» ("Questione di stile"). Insomma, G.Z. è riuscita ad inventare un vero explicit in cui l’autrice si ritira per lasciare il campo a noi lettori, lasciando però qualcosa in sospeso, di cui sospettiamo che sia, ovviamente, l’essenziale.
Si è parlato, per la scrittura (auto)biografica femminile, di una “retorica dell’incertezza”. Non è il caso di questi racconti. Qui, la reticenza, ammesso che questa sia la parola giusta, ha le forme del ritegno, la retenue francese, e sembra nascere non dalla timidezza né dalla buona educazione (che non mancano, per altro a G.Z.), ma da una certa miscredenza o diffidenza per il decidere e il concludere, considerati da lei due autentici eccessi da cui è ben decisa a tenersi riguardata, come un ipocondriaco dalle correnti d’aria. Valga, per tutti, il racconto della grande manifestazione bolognese del settembre 1977, alla quale non vuole mancare e nella quale non si risolve ad entrare. "Il segreto della vita è stare al posto giusto", è il titolo che ostenta ironicamente un atteggiamento sapienziale al quale la nostra aspira forse davvero ma invano, così come invano ha cercato, con le sue amiche femministe, di trovare posto nell’imponente corteo di quella che fu, forse, l’ultima manifestazione del Sessantotto. Lo aveva detto Hegel: «Il feminino, eterna ironia della comunità, cambia coi suoi intrighi il fine universale della politica in un fine privato” (Fenomenologia dello spirito).
E con ciò la Postfazione potrebbe considerare di aver trovato il suo finale, ma io vorrei prolungare ancora un po’ il nostro scambio per citare almeno (fra le altre cose che ci sarebbe da dire, per esempio sulla lingua) il piccolo gruppo dei racconti in cui compare “io”, come "Il filosofo (una leggenda bolognese)" e "Corso Milano, monologo". Senza fare questioni di valore letterario, per me questi sono i più belli, nel senso che, mentre gli altri mi sono piaciuti, questi due mi hanno incantata e ho pensato: ecco, qui non c’è più reticenza o retenue, qui il male e la gioia sono confluiti nella scrittura ed hanno mescolato le loro acque. Il monologo della pensionata trovata senza biglietto dal controllore - in realtà un dialogo pieno di energia contro la sordità dell’ordine costituito - forma il più bello dei racconti e li ri-assume tutti al suo livello. Forse a G.Z. l’ispirazione continuerà a venire dai problemi di un “io” temporeggiatore e freddoloso, ma che importa? A noi, se lei conosce, e lo conosce, il segreto di come l’esperienza e la lingua si rispondono, si mettono o si rimettono d’accordo, si urtano, si toccano, si scambiano, a noi basta. Non c’è niente di veramente guadagnato, per la politica delle donne, senza che si annodi, in favore dell’esperienza femminile, questo contratto simbolico primario fra le cose e le parole. «Le parole per dirlo», sì, esattamente: la politica delle donne, infatti, è lottare per la dicibilità di un altro rispetto al punto di vista dominante; si chiama anche politica del simbolico.