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Luciana Tufani Editrice
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Visualizza articoli per tag: fascismo
Mercoledì 03 Giugno 2009 11:45

Storie inquiete e disorientate

Continuazione, ripresa - con modi sempre molto, e ancor più, personali - delle Confessioni di una piccola italiana (uscito anonimo in Italia ma firmato nelle traduzioni all'estero), questo libro traccia un disegno storico-sociologico della realtà femminile del primo e secondo dopoguerra, non sfuggendo dal dire i momenti dell'orrore e dell'ingiustizia, i giorni dell'ira, la cui evocazione è anzi potenziata dalla penna leggera, dall'ironia ineluttabile che struttura la poesia dell'autrice e la guida e conduce irresistibilmente.
 
Le Storie inquiete e disorientate di Giuliana Pistoso sono, come le definisce l'autrice, schegge della memoria che propone a lettrici e lettori, quasi a chiederne il senso che a lei sembra sfuggire. Un primo gruppo di racconti, accomunati sono il titolo A proposito di memoria storica, raccoglie episodi della prima guerra mondiale, di cui l'autrice ci tramanda il ricordo, della seconda, che invece ha vissuto di persona, e di un dopoguerra pesante per le donne della sua generazione quasi quanto la guerra stessa. Gli altri, raggruppati sotto il titolo Cose così, sono brani di un quotidiano visto e raccontato con ironia e leggerezza.
Pubblicato in Elledi
Mercoledì 27 Maggio 2009 10:28

Questa è la terra, non ancora il cielo.


"Nella foto da studio di tanti anni prima le sembrava che fosse celato l'inizio, lontanissimo certo, della sua storia, anche se poi di un inizio non si poteva parlare perché c'è sempre qualcosa prima di quel punto convenzionale, come c'è qualcosa dopo la fine, sicché a ben guardare le storie non hanno mai né principio né termine".

Più che un romanzo, è una saga familiare che spazia dall'Italia al Messico, dalla Russia alla Somalia alla California. Le narratrici seguono i membri di una famiglia che fuggono dalla famiglia (per inquietudine, per disgrazie e guerre, perché la famiglia soffoca la libertà e genera la follia), ma per bisogno di radici finiscono sempre per tornare. La famiglia è quella di sempre, feroce, dolcissima, immortale: la famiglia del primo Novecento, quando la saga ha inizio, della prima guerra, del fascismo, del colonialismo, della seconda guerra e quella dei giorni nostri. Si sente che sotto l'invenzione, a volte scatenata, delle due autrici che si caricano a vicenda, c'è un vissuto intenso e indimenticato. Le storie frammentarie che popolano la mitologia familiare, e sembra non vogliano saperne di morire, si snodano a grappolo, ognuna ne genera altre come le matrioske o le scatole cinesi. Le tessere mancanti sono spesso ritrovate, più spesso ancora sostituite con la fantasia che affolla insieme persone, luoghi, animali.

Pubblicato in Elledi
Martedì 30 Giugno 2009 08:58

Clotilde Barbarulli e Luciana Brandi

 Foto autrici             

Sulla destra Clotilde Barbarulli
e Luciana Brandi

 

 Clotilde Barbarulli

 

Biografia:
Ricercatrice al Consiglio Nazionale delle Ricerche-Istituto "Opera del    Vocabolario Italiano" è impegnata nell'Associazione "Il Giardino dei Ciliegi" di   Firenze e nella Società Italiana delle Letterate. Si dedica alle scritture di autrici dell'Ottocento e del Novecento.

Collabora a «LeggereDonna» e «Il Paese delle donne». Fra le pubblicazioni recenti: con Luciana Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina, Tufani, Ferrara 1996 (2^ ed. 2001) e L'arma di cristallo: sui 'discorsi trionfanti', l'ironia della Marchesa Colombii, Tufani, Ferrara 1998. Con L. Brandi e U. Ceccoli, Un volto, tra le note per oboe (Saggio su "Lavinia fuggita" di Anna Banti) nei Quaderni del Dpt. di Linguistica dell'Università di Firenze, 1998.

Dal 2001 è nel Comitato organizzatore e scientifico del Laboratorio per la formazione di mediatrici interculturali "Raccontar(si)" che si svolge a fine agosto a Villa Fiorelli a Prato, a cura del Giardino dei Ciliegi e della Società italiana delle letterate. Sta per uscire il volume relativo all'esperienza del 2002, cui ha contribuito con un lavoro dal titolo L'immaginario nell'erranza delle parole: scritture 'migranti' in lingua italiana.
È tra le autrici di La finestra, l’attesa, la scrittura: ragnatele del sé in epistolari femminili dell’Ottocento, Tufani, Ferrara 1997 e ha contribuito al volume collettaneo Canonizzazioni (Atti del Convegno "Grafie del sé. Letterature comparate al femminile, Bari 2000) con il saggio "Si prega di non discutere Casa di bambola", Adriatica, Pescara 2002.

Ha scritto inoltre gli articoli:

-C. Barbarulli, Il genere di una scelta (al Convegno di Ferrara, 7-8 aprile 2000, "La qualità dell'informazione culturale. Riviste letterarie e pagine culturali"), in «Leggere Donna», maggio-giugno 2000.

-C. Barbarulli, Scrivere di/con/su donne del passato, in «Leggere Donna», marzo-aprile 2001.

-C. Barbarulli, "A essere umani, diceva Rosa, questo non posso insegnarvelo" (al Seminario su:"Rosa Luxemburg: opposizione alle guerre, impegno morale e intellettuale", 8 dicembre 2001), in: «Il Paese delle donne», 25 febbraio 2002.

-C. Barbarulli, Per una rilettura di Maria Corti, in: «Leggere Donna», luglio-agosto 2002.

-C. Barbarulli, Estraneità/Infedeltà, in : «Il Paese delle donne», 28 ottobre 2002.

-C. Barbarulli e Luciana Brandi, La biografia di un'idea, relazione al Seminario SIL di Trevignano (28-30 luglio 2000), su "Ma cos'è questo canone?" (in corso di stampa presso il Manifesto libri, 2003).>

 

Luciana Brandi


Biografia:
Laureata in Lettere a Firenze nel 1973, dopo il perfezionamento presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, ha lavorato prima come ricercatrice e poi come docente presso il Dipartimento di Linguistica dell’Università di Firenze, nella cui Facoltà di Lettere e Filosofia è attualmente titolare dell’insegnamento di Psicolinguistica. Si è occupata di linguistica, con ricerche sulla sintassi dell’italiano e dei dialetti, di psicolinguistica, studiando anche i disturbi del linguaggio in età evolutiva, di analisi del testo scritto e del testo letterario.

Alcune delle sue più recenti pubblicazioni nel campo della psicolinguistica sono: un manuale di psicolinguistica, alcuni saggi sul rapporto fra musica e linguaggio, sulla struttura dei concetti, sulla produzione del testo scritto, sulla formazione delle conoscenze tramite l’alfabetizzazione, sui disturbi del linguaggio e sull’autismo. In particolare per i disturbi del linguaggio collabora stabilmente con il gruppo di ricercatori e dirigenti ospedalieri che opera presso il reparto di Neuropsichiatria infantile di Careggi.

Nel campo dell’analisi del testo, ha fatto ricerche insieme a Clotilde Barbarulli sulla scrittura delle donne, in particolare su Maria Messina, la Marchesa Colombi, Anna Banti; nel campo dell’analisi dell’italiano delle origini si èoccupata, insieme a Barbarulli e Ubaldo Ceccoli, degli usi metaforici dei termini relativi al viaggio e al libro.

 

* Introduzione di Clotilde Barbarulli e Luciana Brandi a I colori del silenzio


Introduzione a mo’ di preistoria

Maria Messina, scrittrice siciliana presto dimenticata non solo dal pubblico ma anche dalla “storia letteraria”, come spesso accade, e “riscoperta” solo nel 1981 da Sciascia, si colloca in quella schiera di donne che si cimentano con lo scrivere nella prima metà del Novecento. La mentalità è ostile alle scrittrici, come dimostra, fra gli altri, un articolo di Luigi Capuana (1907): a suo parere non bisogna preoccuparsi «dell’invadente concorrenza» della donna nella narrativa. Le scrittrici esistono solo perché «gli intellettuali mascolini» hanno aperto la strada ed anche se annettono nell’arte «un elemento tutto proprio, la femminilità» «come il sottile profumo che sprigiona dal calice del fiore», tuttavia «non creeranno nulla di nuovo»: «sarà una eterna ripetizione». E Zuccoli (1911), ossessionato che la letteratura stia «per cadere in mano delle donne», si chiede «quale contributo recherà questo gaietto sciame femminile», dal momento che, tenuto in casa dalla morale borghese, non ha alcuna esperienza della vita. Ritiene perciò che «il pericolo roseo concluderà precisamente con la decadenza delle forme letterarie italiane». La scrittrice, presente sempre più nel mondo letterario, sembra rappresentare varie minacce, sia nel rapporto tra i sessi, sia nel monopolio maschile del mercato delle lettere. Queste citazioni, fra le tante possibili, illustrano le pressioni sociali ed i pregiudizi di genere – che assumono forma di legge naturale – cui andavano soggette le scrittrici, e, nello stesso tempo, la complessità di questa novità.
Di fronte ad un sistema letterario codificato, la donna che scrive si trova nella difficoltà di come esprimere la propria esperienza: appare immersa in una cultura che, da una parte, è priva di una significativa “tradizione” femminile, e, dall’altra, si occupa delle scrittrici solo con condiscendenza, assegnando loro ruoli riduttivi e deboli. Tale atteggiamento nasce da un insieme di credenze che, originando pre-giudizi, non possono che opacizzare, come sostiene anche Kroha (1992), le capacità critiche rispetto ai contenuti presenti nelle opere delle scrittrici, contribuendo ad aumentare l’ansietà provocata dalla novità dell’impresa per l’assenza di modelli femminili comportamentali e artistici.
Messina scrive a Verga dei problemi che incontra proprio nell’inserirsi nella cerchia letteraria del tempo e parla di «aspra, dolorosa via che affina lo spirito pure spogliandolo d’ogni bella illusione»: le appare difficile continuare il suo lavoro «tormentato e tormentoso, lasciato e ripreso più volte in mezzo a scoramenti profondi». Naturalmente non arriva ad avere coscienza del nesso esistente fra tali difficoltà ed il suo essere donna. L’immagine imperante era del resto costituita dall’angelo del focolare, e tale metafora, anche se sembra essere presente nella sua formulazione linguistica solo nel romanzo omonimo di Orazio Grandi (Siena, 1876), per poi rivitalizzarsi in piena epoca fascista, è tuttavia concettualmente sottesa a tutta la costellazione di termini relativi alla donna sia nella narrativa sia nella saggistica dell’Otto/Novecento. L’angelo del focolare costituisce un’immagine, una rappresentazione della realtà, in forma di una metafora-credenza, operante come vera e propria visione del mondo, un centro fondativo, un luogo di costruzione dal quale fluiscono, in modo dogmatico quindi crudele, tutte quelle modalità con le quali il soggetto che aderisce alla metafora interpreta gli stimoli, reagisce alle perturbazioni provenienti dall’ambiente esterno. Tale metafora non è l’espressione figurata di un contenuto presente ed afferrabile nei termini del linguaggio ordinario, ma esplica, in quanto “metafora radicale”, il ruolo di una categoria analitica e quindi costituisce l’archetipo della concezione relativa alla donna.
Perciò quelle scrittrici che cercano, dalla fine dell’Ottocento, di prendere parola, lo fanno attraversate da un tremendo conflitto interno di ambivalenza e di angoscia, proprio dell’atto di violazione della “norma”, sentendo la scrittura come attività non femminile e trasgressiva. «Ebbene – scrive Neera nel 1876 – la donna è nata per piacere agli uomini, per propagarne la specie, migliorarla, ingentilirla e far calze. Io non le riconosco altre missioni e mi pare ve ne sia abbastanza. Togliete la donna alla casa, e non avrete più né casa, né donna.» Non è da meno la Marchesa Colombi, più coraggiosa ed ironica nei racconti e nei romanzi, ma ugualmente cauta nelle teorizzazioni, quando risponde a Neera, difendendo le donne povere che lavorano: «Se una donna ha da vivere, se la necessità non la spinge a guadagnarsi l’esistenza, il posto della donna è la sua famiglia e non deve uscire di là».
Neera – che pure non considera le donne inferiori all’uomo, e che in tanti romanzi ha sottolineato l’infelicità della condizione femminile – appare estremamente diffidente sulla “donna-scrittrice” («ah! brutta parola e brutta cosa») e ritiene che le donne spesso si illudono «in una falsa vocazione verso cui l’attuale movimento femminista spinge con tutti i miraggi di un nuovo ideale». Espone poi le difficoltà del percorso: editori, pubblico, critici e a proposito di quest’ultimi sottolinea che la scrittrice finirà per ritrovarsi « straniera in mezzo a quegli uomini inaspriti che hanno gettato la maschera della galanteria». Nel suo attacco alle posizioni femministe, non fa che ribadire la tradizionale immagine della donna/moglie/madre. La natura ha infatti imposto a uomini e donne due funzioni vitali che non si possono scambiare, anche perché la missione della donna «richiede spesso l’assorbimento di tutte le altre facoltà»: «Finché la donna conserverà il privilegio di tenere nel suo grembo la vita del mondo, ne avrà abbastanza per la sua attività, per la sua intelligenza, per i suoi doveri, per i suoi diritti», proprio perché la maternità rivela alla donna, attraverso i secoli, «la via luminosa».
Per cercare di comprendere la ragione di certe contraddizioni fra Neera scrittrice e Neera saggista, bisogna sempre tener presente il difficile quadro socio-culturale-politico in cui è costretta a muoversi. La forza della tradizione, il condizionamento sono così forti che le scrittrici, mentre proclamano il loro antifemminismo predicando il sacrificio di sé, lo fanno come per espiare pubblicamente quella caduta nel peccato del piacere/desiderio di scrivere. Matilde Serao, mentre racconta (1878) di essersi imposta sulla scena letteraria «a furia di urti, di gomitate», appare ancor di più imprigionata nel ruolo tradizionale, quando afferma (1901) che «la terribile virtù dell’altruismo deve dominare» la vita della donna «perché così ha voluto Dio e così vuole il mondo». Si rivela perciò condizionata non solo dalle forze letterarie del periodo, dalle pressioni conflittuali di tipo commerciale e artistico, ma finisce in particolare per configurarsi come l’espressione «più compiuta della capacità di tenuta del progetto moderato, elaborato nella prima metà dell’Ottocento, che aveva individuato il ruolo tutto domestico e familiare della donna e che tentava con tutti i mezzi di frenare la presa di coscienza e le spinte innovatrici che anche in Italia, sia pure tardivamente nei confronti di altri paesi europei, incominciava ad emergere».
Del resto il problema dell’accesso delle donne all’istruzione era, nell’Italia post-unitaria, al centro di una vivace discussione, non solo di tipo pedagogico ma anche medico, giuridico e filosofico, in cui predominavano posizioni a favore di un insanabile contrasto tra la biologia femminile, la funzione sociale delle donne e il lavoro intellettuale. La società, infatti, è ancorata a un modello di femminilità che tende a relegare la donna, «custode di un ordine naturale», in una serie di «funzioni oblative, assistenziali», all’interno di una organizzazione della vita sociale e familiare gerarchica. Tale totalizzante discorso sulla donna si riscontra e si intreccia con l’eredità risorgimentale: «da Rosmini a Capponi, da Gioberti alla Ferrucci, dietro le parole alte, di là dalle celebrazione di donne grandi, resta costante l’immagine dell’angelo del focolare». La cultura del materno costituisce «un modello che tende a definire e normare» l’identità più profonda anche delle letterate, configurandosi come un elemento di continuità fra Ottocento e Novecento.
Da una parte avvertiamo una cautela fra le stesse donne emancipate, come scrive Aurelia Cimino Folliero nel 1873: «Le donne educate a non ambir nella vita che gli omaggi del sesso forte, temono di perder prestigio agli occhi di questo, occupandosi di argomenti seri e forse a lui poco graditi. Infatti l’uomo (non tutti gli uomini fortunatamente) vuol che la donna si educhi anzitutto per lui, non già per se stessa come creatura direttamente responsabile del proprio sviluppo e perfezionamento: da ciò l’eterno squilibrio fra il libero uso delle di lei facoltà e le esigenze della società».
Dall’altra parte, la «Rivista di filosofia scientifica», organo del positivismo italiano, offre un esempio dei violenti attacchi alle capacità intellettive delle donne con i saggi che D’Aguanno (1890) dedica alla questione femminile, dove il mito della scienza positivistica, saldandosi con quello religioso della natura, preclude la comprensione della servitù come fatto storico, e pertanto mutabile. Così, dopo aver dimenticato, in base ai dati delle scienze antropologiche, le varie differenze fisiche e psichiche della donna, conclude che «non pare adatta alle fatiche della mente», e che solo nella famiglia può trovare «il cammino ove svolgere in tutta la sua pienezza il capitale degli affetti di cui è dotata». Quel che in questa sede conta è che sulla base di abiti mentali, preoccupazioni di ordine sociale, considerazioni biologiche e antropologiche, strategie argomentative, si sancisce l’inferiorità della donna. L’origine e la natura di tale inferiorità non costituiscono problema per tutto il pensiero occidentale, perché entrambe sono scontate, nucleo di senso che, da sempre, giace sulla terra, in un “essere-così”, al tempo stesso pienamente naturale e totalmente significativo. Se per la logica dominante, “essere” vuol dire “essere determinato”, allora le donne esistono soltanto se è determinato il loro posto nell’ordine totale dell’essere: questo luogo è costituito dalla famiglia.
Anche Frati, accogliendo le differenze fisiche e psichiche delle donne sottolineate dai positivisti, ribadisce (1928) che «nella famiglia la donna trova le maggiori soddisfazioni della sua dignità morale, e può spiegare le attitudini proprie del suo sesso». La donna, pur emergendo nel campo letterario, resta sempre inferiore a un Alighieri, proprio perché la sua collocazione è altrove, costituendo «il perno della famiglia, come questa lo è della società».
La situazione non migliora certo col fascismo che, esaltando la donna-fattrice, continua ad avanzare riserve sul cervello femminile, ricordando, con Stanis Ruinas (1930), che le numerose «scribacchine» sono come «femminette che si danno arie da superdonne», «al di sotto della prostituta».
Il problema, per usare un concetto di Mary Jacobus (1979), è costituito dall’ingresso delle donne nella cultura dominata dagli uomini e in particolare nel discorso letterario, per cui spesso la «domanda di un desiderio impossibile» può condannare al silenzio o comunque al nascondersi nelle pieghe, anche quando il loro accesso all’educazione e alle professioni sembra aver sancito la possibilità di esprimersi. Se è vero, come sostiene Watson (1975), che di fronte al sistema letterario – il cui potere è in mano ai maschi – le donne, come gruppo minoritario, adottano varie forme di strategia per inserirsi, il verismo può delinearsi come uno strumento attraverso il quale le scrittrici di fatto iscrivono la loro esperienza di donne nel loro lavoro, parlando della condizione femminile, della donna per lo più vittima, ma lo fanno indirettamente, attraverso strategie che consentono loro di proteggere se stesse, simultaneamente disgelando e celando la loro posizione “sovversiva” nei confronti della tradizione letteraria ai cui margini sono collocate. E proprio il tono dimesso, sommesso, quasi appiattito che fa paragonare Messina ad un Verga «impoverito e dimidiato», come nascosta dietro la voce narrante del descrittore imparziale, consente alla scrittrice di far risaltare la tragedia femminile, in quanto finisce per evidenziare – attraverso la sua partecipazione – i meccanismi sociali che favoriscono l’oppressione della donna. Se dunque, da una parte, la “sicilianità” di Messina, dovuta alla solitudine ed al suo legame intenso con la “terra- nido”, favorisce l’adesione al verismo, è altrettanto profondo il desiderio di non scoprirsi troppo in quel contesto socio-culturale: «temevo, allora, di tradire la ricchezza del mio sentimento, di rivelare me stessa».
Occorre considerare in tale contesto il legame particolare con Verga, al quale si rivolse – nell’isolamento culturale e sociale in cui si trovava – per un incoraggiamento e sostegno. Dalle lettere infatti traspare l’ammirazione più profonda per lo scrittore: spiega di non voler guardare «quella genia di pettegoli e di ciarlatani dell’arte», ma solo «la luce purissima che viene dal grande Maestro». E nell’ Inchiesta sull’opera di Verga, del 1934, riafferma la sua sintonia con lo scrittore che «osserva commosso i suoi personaggi, cercando di nascondere l’impeto della sua commozione in una forma asciutta, impersonale e conscia». La corrispondenza comincia il 6 novembre 1909, con l’invio del volume Pettini fini: Verga, ormai settantenne, mostrerà simpatia e apprezzamento e di questo atteggiamento la scrittrice resterà sempre grata. Appare anomalo il comportamento di Verga che non risulta essere mai stato tenero con le scrittrici: «L’arte la voglio fatta proprio sul serio, non si dovrebbe imparare a far dei libri come s’impara a far la calza, e fra un romanzo sbagliato e un paio di calze, preferisco le calze».
Secondo Kroha (1992), giustamente diremmo, il verismo offrì dunque l’opportunità di un contesto entro cui portare alla luce le problematiche femminili, grazie all’ideologia dell’osservazione imparziale, anche se non rispettata dalle scrittrici, che rivelano spesso solidarietà e partecipazione. Del resto è ormai consolidata l’idea che il realismo non ha niente a che vedere con lo “speculare”, il “riflesso”. Lo sguardo infatti non è mai neutro o innocente, ma creazione incessante di figure, forme, immagini. Non è questa la sede per soffermarci sull’ambiguo rapporto fra realismo e il concetto di realtà, né sul luogo comune che il realismo sia uno stile trasparente, un semplice riflesso della realtà visiva. Tale corrente fornì comunque l’opportunità, in quanto strumento stilistico, di portare alla luce le inquietudini femminili e, grazie alla teoria dello sguardo che esamina imparzialmente l’esistenza, funzionò come mezzo di fuga dalla prigione degli stereotipi letterari. Permise così alle scrittrici di non limitarsi al tema dell’adulterio che dominava il romanzo borghese, ma di mettere in atto strategie – conscie ed inconscie – per poter narrare le infelicità femminili rispetto alle restrizioni sociali, familiari, economiche. Neera, pure così prudente, a chi si lamenta che le donne non si rifanno più al «romanzo morale, il romanzo dolce e serio, onesto e divertente, che non dà emozioni malsane», obietta (1888) che i tempi sono cambiati e che le donne non possono non raccogliere «l’eco degli altrui dolori». Non si tratta di un dolore universale riconducibile soltanto alla condizione naturale del vivente, ma soprattutto alla dimensione storica della sofferenza, in quanto le sue forme costituiscono l’essere proprio dell’esistente sociale-storico.
Se in generale, e inevitabilmente, le scrittrici del periodo esprimono una visione del mondo che, quantunque parzialmente in contrasto, rispecchia l’ideologia dominante più che quella del proprio sesso, tuttavia uno sguardo problematico non può non tener conto della complessità della situazione: l’Ottocento borghese è «una grandiosa manifestazione del patriarcato nel campo dell’economia e del lavoro», e tende ad esserlo anche nel campo morale per una idealizzazione della donna circoscritta alla famiglia, costituendo un paradigma con cui bisognerà confrontarsi e scontrarsi per tutto il Novecento. Il problema, nel riflettere sulle scrittrici, è essenzialmente, come vedremo, quello della letteratura, dell’approccio, prima di arrivare a valutare negativamente certe loro moderazioni – data la scelta difficile, per i tempi, di scrivere – e prima di arrivare ad affermare che, come Messina, si sono prestate «a un’operazione funzionale, almeno in parte, all’apparato ideologico del sistema patriarcale».
Riflettere in particolare sulla donna fra Ottocento e Novecento significa «fare i conti con l’intera organizzazione di un sistema culturale» da cui è dipeso il suo destino educativo e con un patrimonio teorico che ha trascurato tali aspetti e che tende quindi a esprimere, ancora oggi, «una parzialità conoscitiva significativa». Se per l’indagine storica rimettere in discussione la marginalità delle donne significa modificare il concetto stesso di storia, così per lo studio della scrittura possiamo dire che tener conto di quella concezione della femminilità che è formalizzata in codici di tipo religioso, morale, politico vuol dire dare luogo ad un’analisi diversa di quello spazio rigido e chiuso a parole di donne, che è la letteratura, attingendo alla critica femminista, con il desiderio di attraversare i saperi e le loro frontiere.

“Sull'imbrunir, quando fumar m'alletta il sigarin piccante”, da L'arma di cristallo, pp. 9-13

Vincenzo De Castro, legato al movimento froebeliano, convinto della necessità di una educazione laica e liberale per le donne, istituisce nell’autunno 1870 un liceo femminile intitolato a Gaetana Agnesi, e chiama ad insegnarvi per filosofia morale Anna Maria Mozzoni, e per la letteratura Maria Antonietta Torriani.
Maria, arrivando a Milano dopo una difficile adolescenza a Novara, trova un’apertura diversa per gli asili e le scuole in De Castro e soprattutto in Anna Maria Mozzoni, con cui stringe un’intensa amicizia che lascerà tracce profonde nella sua personalità, anche se dopo il giro di conferenze del 1871 Maria si concederà a Bologna un periodo di svago e di flirt con Carducci e altri letterati, e le due amiche si perderanno di vista.
Dopo quegli anni di comune impegno sembra così chiudersi l’intreccio fra le due donne, ma certe idee si sono ormai radicate in Maria. Questo è del resto un periodo fondamentale perché insieme all’esperienza di collaborazione a «La Donna», a firma solo femminile, che creava diffidenza non solo fra i conservatori, si struttura la visione del matrimonio non più come unico sbocco, la consapevolezza delle ombre nel mito del "focolare" domestico, tematiche a cui resterà fedele, anche nella narrativa.
Il movimento per l’emancipazione femminile, sviluppatosi con la seconda metà degli anni Ottanta, affonda le sue radici nelle vicende politiche e nella cultura democratica risorgimentale, e tale riferimento resta operante nell’atteggiamento della rivista «La Donna», la cui direttrice, Gualberta Alaide Beccari, e molte collaboratrici erano legate al filone mazziniano, mentre Anna Maria Mozzoni, «la teorica più lucida dell’idea di uguaglianza sociale fra i sessi», l’aveva sottoposto a reinterpretazioni radicali. Nel quadro ideologico piuttosto uniforme, che, di fronte all’educazione femminile, comprende moderati e democratici, in quanto comunque la donna è vista come il collante dei rapporti morali della società all’interno dei rapporti familiari, le emancipazioniste si trovavano assediate da un discorso che, ancora una volta, interpretava le donne e indicava loro la via da seguire (Buttafuoco 1981), per cui dovevano "setacciare" con cautela i valori tradizionali e i pregiudizi, quelle credenze divenute leggi di natura che avevano conculcato la pretesa superiorità dell’uomo: la questione dell’istruzione femminile presenta in quegli anni perciò delle posizioni che «si riconnettono esplicitamente alla riproposizione di un modello di femminilità interno e funzionale all’organizzazione di un sistema simbolico e culturale» (Covato 1986, p.333). Da tale contesto si distacca Anna Maria Mozzoni, più legata alla cultura settecentesca e formatasi sul pensiero di Stuart Mill, vicina all’internazionale socialista, che vuole soprattutto abbattere il pregiudizio e le esclusioni legali che vietano l’accesso delle donne alla cultura, perciò invita le giovani a non credere che l’intelligenza e le sue produzioni siano peculiari all’altro sesso: privilegiati sono stati i maschi dallo Stato, e dalle famiglie. È spezzando il circolo chiuso della limitazione delle finalità educative e avendo la consapevolezza dell’uguaglianza fra i sessi, che imposta il discorso sulla donna. Maria Torriani, facendo il discorso di inaugurazione del liceo Agnesi nel 1870, sottolinea come Anna Maria Mozzoni - «con un eloquente discorso di propulsione al corso filosofico» - abbia deplorato che in Italia l’istruzione femminile sia per lo più affidata alla Chiesa «fautrice sempre dell’oscurantismo», mentre occorrerebbe una seria opera riformatrice per favorire la donna: «Riconosciamo piuttosto realmente, signori miei, che – insiste Mozzoni – se la cultura della donna è il termometro riconosciuto della civiltà, i paesi latini sono e si mantengono alla coda della civiltà, perché si curano troppo poco della donna», che perciò «esclusa dal lavoro sociale, si tiene necessariamente lontana dagli attriti della vita, e vegeta in una temperatura di serra calda, che ne fa un essere artificiale». La donna deve invece sapersi accostare alla cultura senza paura e non si sentirà «straniera» perché vi troverà «orme antiche e recenti di donne illustri». Si propone di evidenziare come la filosofia abbia «dignità di scienza», e per questo è necessaria «agli spiriti che vogliono maturarsi in ogni scientifica disciplina»: ridefinita in questi termini non può che apparire «conveniente iniziare la donna alla filosofia». La gioventù femminile, infatti, «educata per una parte da una morale religiosa in forma di precetti e da un galateo in forma affatto empirica, lascia la verginità dello spirito per vestirne la falsità, e spesso senza perdere l’ignoranza guadagna l’errore». In particolare, la Chiesa «predica alla donna il principio autoritario, esclude ogni autonomia alla quale possa aspirare la sua intelligenza, le somministra la fede e in pari proporzione le sottrae la ragione». Così «la chiesa e la scuola che sono fra loro eternamente in guerra» si alleano «allorché si tratta di procurare l’ignoranza della donna. L’una ne fa un caso di morale, l’altra una questione di convenienza sociale», e la famiglia – per quanto riguarda la figlia – «cede all’opinione della doppia autorità, sgombra i suoi scaffali d’ogni libro serio, la circonda di vesti, le appende intorno nastri e chingaglie in ogni senso». Poiché l’istruzione è importante, «facciamo che la donna vi si accosti il più possibile, e soprattutto formiamole delle convinzioni iniziandola alle filosofiche discipline, emancipandola dalla morale empirica e formalista, che le viene oggi impartita». Non ci sembra un caso che il «Monitore» del 27 aprile 1871 affermi che le conferenze della Mozzoni sono «per uomini soli, o tutt’al più, per signore maritate», data «l’arditezza degli argomenti».
Nel suo discorso di prolusione alla Scuola Superiore femminile in Milano, Maria Torriani dà un rapido sguardo alla letteratura, per cercare «quali vantaggi ne possano derivare» in particolare alla donna. Poiché la letteratura è «possente strumento di progresso», può ad esempio ridestare «un popolo avvezzo da anni a curvare la fronte alla dominazione straniera», e, da un punto di vista intellettuale, rimanda «di posteri in posteri i frutti degli studi dell’umano ingegno» come in una «gigantesca catena»: «All’attuale risorgimento politico italiano precedettero gli scritti patriottici» da Gioberti a Manzoni, «le cui penne giovarono all’Italia non meno delle spade degli eroi ma, più pure di quelle, non si bagnarono d’umano sangue e non meno che al progresso politico dei popoli, la letteratura giova, anzi è necessaria al loro progresso intellettuale». Da qui l’invito alle madri a non privare le figlie dei vantaggi della conoscenza, illustrando con vari esempi, tratti fin dalla storia romana, «quanto possa l’intelligenza femminile se congiunta a una seria istruzione»: «Se vi sentite offese dai sorrisi dell’ignoranza retriva e superba, pensate alle Beecher Stowe, che mentre gli spiriti frivoli la deridevano (…) concepiva nella vasta sua mente (…) l’idea di quel lavoro eminentemente umanitario, che doveva spezzare le catene degli schiavi». «Se adunque, traverso tante opposizioni, e tante difficoltà, la donna giunse ad imporre alle letterature di tutti i tempi e di tutti paesi un gran numero di nomi femminili (…) che non potrà ella fare allorché un’istruzione profonda e incontesa, la porrà in grado di fornire all’umana civiltà tutto il contingente di cui il suo ingegno è capace?».
Bisogna perciò avere il coraggio di togliere l’insegnamento «dalla cerchia rudimentale, superficiale, sconnessa in cui si restringe, e da cui escono tuttodì intelligenze monche e incerte»: «è all’avvenire che dobbiamo preparare spose, sorelle, madri eguali non solo nel cuore, non solo nella naturale intelligenza, ma altresì nella coltura, agli sposi, ai fratelli e ai padri».
Emerge qui con forza il concetto di uguaglianza appreso dalla Mozzoni e che resterà inalterato nella concezione di Maria, come si vedrà dai suoi interventi a difesa della donna che lavora. A suo avviso infatti «Dio creò moralmente eguali la donna e l’uomo e ne fece due compagni. L’opera d’una società imperiosa e ingiusta ha chiamato l’uno alla luce condannando l’altra alle tenebre». Elemento fondamentale di tale uguaglianza è l’istruzione. L’opuscolo del 1885 Alle fanciulle della Mozzoni sembra in sintonia con la concezione di Maria, per la convinzione che lo studio, la crescita intellettuale permetteranno ad ogni giovane di capire, sia borghese e/o annoiata, sia donna povera oppressa anche economicamente, di essere comunque destinata al "servizio dell’uomo". E così imparerà a sposare solo chi ama, e, se necessario, a mantenersi.
Maria, dopo un corso alle allieve maestre dei Giardini infantili di Milano e il ciclo delle Conferenze letterarie e scientifiche nell’Istituto Pietrasanta, in cui sottolinea l’utilità delle pubbliche conferenze in quanto «palestra aperta» per una «ginnastica del pensiero» che è «fonte di grande perfezionamento», fa, insieme alla Mozzoni, un giro a Genova, Firenze (dove le conferenze «tutte sono riservate al sesso forte»), Bologna e Parma. Oscar Greco (1875) rievoca queste pubbliche letture, in particolare della Torriani, su temi «nei quali la più elevata poesia si unì a tenerezza squisita di sentimento», come per la composizione ispirata a Victor Hugo, La povera gente, ed elogia le parole indirizzate alla società operaia sulla "vita misera" delle donne. Non sempre tuttavia il tono dei commentatori è così garbato, e Saponaro scrive: «queste due brave signorine del Nord, intrepide e intraprendenti (… ) parlavan liberamente, e agivan con la stessa libertà».
Con l’Esposizione nazionale dei lavori femminili a Firenze, Maria Torriani approfondisce il suo concetto di uguaglianza. Di fronte a tanti guancialini, quadri e fazzoletti ricamati, riflette sul «tempo sciupato nell’esecuzione di un lavoro che vive ignorato nel salotto di qualche signora», e che «non è arte né industria». Le donne infatti, sottolinea, «bandite dal santuario dell’arte», le ricordano «quei poveri prigionieri che privi di carte, di calamaio, di penne, si procurarono delle tavolette col pane macerato». Perciò ritiene che solo se si darà alle donne la possibilità di «studi seri e regolari» per aprire loro la strada «a produrre veri lavori d’arte», si potrà giudicare «con giusta misura l’intelligenza femminile». Proprio in nome dell’uguaglianza, d’altronde, non hanno senso a suo parere queste esposizioni separate dagli uomini: «Questo isolare i lavori delle donne arieggia un esame di bambini, le cui produzioni vanno vedute a parte, e considerate colle attenuanti della loro età». «I versi della Fusinato, della Milli, le prose della Percoto non valgono quanto i lavori» di molti uomini, «se non che quelle prime recarono in più sulla bilancia il loro grave fardello di ostacoli superati?» Nel corso del tempo mantiene questo giudizio negativo su tali esposizioni, e nella lettera a Luigia Codemo del 1880 spiega di non aver accettato una conferenza alla mostra di Firenze «che fa l’esposizione delle donne intelligenti, come fossero dei cani ammaestrati», e di aver preferito Torino per un ciclo in cui non si trattava di «separazioni di sesso nell’intelligenza».
La sera, tornando dall’Esposizione, racconta che pensando di esporre le sue riflessioni all’amica, «emancipata fino alle ultime conseguenze», e quindi forse "edificata" dalla mostra, si aspetta una discussione ma, dopo la sua arringa, la Mozzoni si dichiara semplicemente d’accordo, dandole la sensazione di uno «spreco d’eloquenza». Nella poesia "In campagna", Maria ricorda con affetto la loro amicizia, le discussioni, «sull’imbrunir, quando fumar m’alletta / il sigarin piccante», quel fumare da lei tanto amato, anche se allora era considerato riprovevole per una donna, in quanto "stupefacente" e perché «una bella donna con la sigaretta è ridicola» (Serao), e continua rimpiangendo di non poter sentire i «discorsi illuminati e seri» dell’amica d’un tempo «il cui ingegno vasto e profondo non può essere paragonato che alla sua vasta e profonda dottrina»: «Quante cose tu m’hai insegnate / ch’io non aveva studiate!».

 
 

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