logo-tufani
Luciana Tufani Editrice
associazione culturale Leggere Donna
Visualizza articoli per tag: scrittrici italiane
Martedì 23 Giugno 2009 07:47

Cristina Campo

La prima monografia su Cristina Campo  (Bologna 1923 - Roma 1977), scrittrice tra le più appartate della letteratura del Novecento, di straordinaria raffinatezza e di sconfinate letture.

Pubblicato in Critica
L'arma di cristallo, messa alla cintura degli abiti femminili, polverizza nell'aria  una "goccia d'odore" durante i viaggi  in treno. E non può che "impaurire  gli uomini i quali pretendono di negare  l'uguaglianza al sesso più bello", perché attinge allo "spirito" per incrinare i luoghi comuni.

 Questo saggio si colloca nella prospettiva di una ricerca sulla scrittura femminile '800/'900 che problematizza criteri e metodi del sistema letterario.
Nei suoi romanzi e racconti,  La Marchesa Colombi - Maria Antonietta Torriani (1840-1920) - dispiega, attraverso l'ironia disseminata nel testo, un distanziamento dai sistemi di credenze cristallizzati. L'ironia, in questo caso, non è solo una modalità di comunicazione indiretta ma parla delle crepe in un codice egemone imposto dalla struttura asimmetrica dei rapporti umani. La Marchesa Colombi racconta della connessione tra la sfaldatura rispetto alle convenzioni e il piacere prodotto da tale distanziamento: il sorriso scompagina il valore prescrittivo del codice, la violenza del pregiudizio. Gioca così la conflittualità tra il suo dirsi e il canone di femminilità codificato dai "discorsi trionfanti" del periodo.


Edizioni Tufani

della Marchesa Colombi: Il Tramonto d'un ideale, Serate d'inverno
sulla Marchesa Colombi: L'arma di cristallo

Pubblicato in Critica
Mercoledì 03 Giugno 2009 11:54

Il fagiano dorato

Brevi storie di guerra e di pace, inquiete e disorientate, che l‟autrice propone sorridendo, quasi a chiederne il senso che a lei sfugge.

Una storia d'amore implica necessariamente delle difficoltà, degli ostacoli che sbarrano o cercano di sbarrare ai due protagonisti la strada per il raggiungimento della loro unione. Infatti, se non vi fossero i "cattivi" non vi sarebbe alcuna storia e, da Tebaldo dei Capuleti che si pone vittima designata tra Giulietta e Romeo fino all'ultimo dei Don Rodrigo di turno, l'elenco dei cattivi è infinito. Vi sono inoltre ostacoli dovuti a contrattempi casuali, a fenomeni naturali, a importanti eventi collettivi o ancora di natura sociale, storica, economica.
In ostacoli di quest'ultimo tipo è coinvolta la coppia di cui si narra. Così l'incapacità di lei di trovare la sua strada in un percorso storico segnato dalla dittatura fascista, dalla seconda guerra mondiale, da un dopoguerra tempestato da eccezionali esigenze di rivalsa maschili; così il rifiuto di entrambi di adattarsi a canoni sociali ormai privi di senso; così due figure materne difficilmente inseribili nel loro ruolo e duramente o svagatamene ostili.
Sono temi ricorrenti nella scrittura dell'autrice, temi drammatici anche se proposti sempre con una rabbia mitigata o forse solo velata dall'ironia, qui resi però più vivi perché appunto percorsi da un intenso richiamo d'amore.
Pubblicato in Elledi
Mercoledì 03 Giugno 2009 11:45

Storie inquiete e disorientate

Continuazione, ripresa - con modi sempre molto, e ancor più, personali - delle Confessioni di una piccola italiana (uscito anonimo in Italia ma firmato nelle traduzioni all'estero), questo libro traccia un disegno storico-sociologico della realtà femminile del primo e secondo dopoguerra, non sfuggendo dal dire i momenti dell'orrore e dell'ingiustizia, i giorni dell'ira, la cui evocazione è anzi potenziata dalla penna leggera, dall'ironia ineluttabile che struttura la poesia dell'autrice e la guida e conduce irresistibilmente.
 
Le Storie inquiete e disorientate di Giuliana Pistoso sono, come le definisce l'autrice, schegge della memoria che propone a lettrici e lettori, quasi a chiederne il senso che a lei sembra sfuggire. Un primo gruppo di racconti, accomunati sono il titolo A proposito di memoria storica, raccoglie episodi della prima guerra mondiale, di cui l'autrice ci tramanda il ricordo, della seconda, che invece ha vissuto di persona, e di un dopoguerra pesante per le donne della sua generazione quasi quanto la guerra stessa. Gli altri, raggruppati sotto il titolo Cose così, sono brani di un quotidiano visto e raccontato con ironia e leggerezza.
Pubblicato in Elledi
Mercoledì 27 Maggio 2009 10:28

Questa è la terra, non ancora il cielo.


"Nella foto da studio di tanti anni prima le sembrava che fosse celato l'inizio, lontanissimo certo, della sua storia, anche se poi di un inizio non si poteva parlare perché c'è sempre qualcosa prima di quel punto convenzionale, come c'è qualcosa dopo la fine, sicché a ben guardare le storie non hanno mai né principio né termine".

Più che un romanzo, è una saga familiare che spazia dall'Italia al Messico, dalla Russia alla Somalia alla California. Le narratrici seguono i membri di una famiglia che fuggono dalla famiglia (per inquietudine, per disgrazie e guerre, perché la famiglia soffoca la libertà e genera la follia), ma per bisogno di radici finiscono sempre per tornare. La famiglia è quella di sempre, feroce, dolcissima, immortale: la famiglia del primo Novecento, quando la saga ha inizio, della prima guerra, del fascismo, del colonialismo, della seconda guerra e quella dei giorni nostri. Si sente che sotto l'invenzione, a volte scatenata, delle due autrici che si caricano a vicenda, c'è un vissuto intenso e indimenticato. Le storie frammentarie che popolano la mitologia familiare, e sembra non vogliano saperne di morire, si snodano a grappolo, ognuna ne genera altre come le matrioske o le scatole cinesi. Le tessere mancanti sono spesso ritrovate, più spesso ancora sostituite con la fantasia che affolla insieme persone, luoghi, animali.

Pubblicato in Elledi
Venerdì 15 Maggio 2009 11:09

Un'identità intermedia

Basterà comunque riflettere sul fatto che tutto quello che noi sappiamo della realtà e soprattutto di quello che ne sta fuori è quasi niente. Perciò sarebbe un imperdonabile errore considerare questa storia finita qui.

«L’idea di usare l’elemento surreale per raccontare mi è sempre sembrata interessante perché lo vedo come un modo appropriato ed efficace per esprimere quel senso riposto della realtà umana che coincide con la parte non realizzata della personalità e cioè con l’insieme dei desideri, delle paure e in genere delle creazioni fantastiche che danno corpo e consistenza ai sentimenti dei personaggi, proiettandoli in un mondo che è soltanto loro, in cui l’immaginazione è ricchezza soggettiva che compensa la povertà del reale.» Così l’autrice presenta questa raccolta di racconti per il quale l’elemento immaginario resta lo spazio privilegiato in cui prendono vita le aspirazioni dei personaggi.
Pubblicato in Elledi
Mercoledì 08 Luglio 2009 08:52

Giuliana Ponzio

 

Foto autrice

 

                                            

Giuliana  Ponzio

 
È nata a Pavia, vive e lavora a Firenze. Ha insegnato lettere nella scuola media superiore e attualmente è operatrice d'accoglienza presso la "Associazioni Artemisia. Centro donne contro la violenza Catia Franchi" di Firenze.
Ha pubblicato con Paola Galli Madre e handicap (Feltrinelli 1988) e con Angela Marranca Mai come lei (La Tartaruga 1996)
 
 
 

* Postfazione di Eugenia Romanelli a Tra stomaco e cuore

Come piccoli cerchi. Sì, questi racconti brevi stanno insieme come cerchietti intersecati tra loro.
Dieci storie, dieci donne (o una sola?) tutte annodate ai dettagli che fanno una vita. Una narrazione piccola, col fiato corto, dentro spazi ristretti, senza eroi o vincitori, senza gesta, senza rumori. Eppure, tanto movimento: tutte le donne di questo libro sono al centro di rivoluzioni, grandi quanto invisibili e silenziose. Perché intime. Sta qui la poesia, nella dimensione ridotta e gentile del racconto, nel pudore e nel bisbiglio soffiato di tante vite vissute in segreto.
Non c’è balbettio o indugio, però: le pagine scorrono veloci, convulse e anche prepotenti, schizzando coraggio. È il coraggio delle protagoniste, piene di voglie e di fame, che cercano affannate un nuovo posto per sé («Un posto conquistato con fatica, giorno dopo giorno, rosicchiando certezze e incertezze con l’infaticabilità di chi vuole arrivare al punto nevralgico, dove lo spazio tra pelle ed unghia non esiste più e i conti si fanno solo sulla resistenza al dolore di una pelle sottile, senza protezione»). E che scoprono desideri nuovi, trovano, allargano o ridimensionano spazi sottratti, recuperano e ricordano (liberando memorie), correggono falsi abbandoni, curano dolori macerati addosso. Come? Inseguendo il sintomo che è grido di dolore, orma, sagoma e ombra di un segreto rubato, indizio. E come esploratori testardi e un po’ spaventati, si incamminano alla ricerca di un io scomparso.
Non ci sono ricette, lieto fine o soluzioni esemplari. Solo guizzi e sorprese che accendono un movimento, dubbi che srotolano domande, piccoli desideri che sciolgono passioni irrigidite. Conati. Ed è questo l’invito e l’augurio a chi legge: completare il giro, concludere l’abbozzo, e magari ricominciare da capo, diventando protagoniste/i della propria storia.

Il corpo, il piacere, il desiderio

Le mani, nei racconti, toccano molto. Così gli occhi, accesi, vivissimi che rubano, scovano. E spesso costruiscono mondi. Ma è tutto il corpo che tiene e respinge, intrica e disfa (“Sometime, somewhere” è un corpo a corpo nel perimetro di un letto). Si racconta di bocche che assaggiano e vomitano, di abbracci soffocanti e gelati, di convulsioni e dolci carezze, di sapori, profumi, colori. Col corpo la scrittrice conosce, chiede, dice. È un corpo nuovo, liberato, autonomo. Ma anche molto malato, un corpo privo, contorto. In ogni racconto è rivelatore: come una scatola cinese, come una caccia al tesoro sputa fuori verità o trabocchetti, ma comunque tracce.
Del corpo Giuliana Ponzio vuole dire, e dice con tenacia, a voce alta: non più oggetto di desideri altrui, ma soggetto autonomo perché appassionato, vivo, cangiante, forse sofferente ma libero. Sul corpo sta la storia di ognuno (pieghe e rughe, mappa perfetta!), sta il dolore (i sintomi lo scatenano, lo imprigionano), sta il piacere.
Ed ecco il punto: il piacere. Il piacere di «un compact, una sigaretta, l’ultimo telegiornale già in pigiama» (“La single”), o quello di Irma (“Tra stomaco e cuore”): «il calore del sole sul viso, il corpo nudo, mangiare, digerire, buttarsi nell’acqua del mare, fare un viaggio lungo e lontano». Piaceri semplici, al minimo, ma veri perché soddisfazioni di desideri.
Il desiderio per Ponzio è quell’attimo privato che ci fa accedere alla libertà, ci assegna una partecipazione importante, è vittoria e guarigione, è testimonianza di vita, urgenza e passione, presenza materica in cui riconoscersi. Il desiderio come tramite di sé, vocabolo, gettito e, per questo, modo di vivere (”La single” desidera semplicemente il suo libro: «Non l’avrebbe mai aperto di scatto all’inizio del primo capitolo perché, come nei gesti d’amore, c’era un rituale preparatorio che, dilazionandone l’incontro diretto, rendeva l’oggetto più prezioso, accrescendone il desiderio»).
In questi racconti è proprio attraverso il desiderio che si ricostruisce la trama lacera e si ritrova un posto perduto. E attraverso degli “strappi”, a volte dolorosi, si può cominciare a narrare la propria storia: «A interrompere la geometricità di quel rito, intervenne un fatto all’apparenza insignificante, come un filo troppo tirato da una mano impaziente che produce un arricciarsi della stoffa, in sé ben piccola cosa, se in realtà quell’involontaria increspatura non provocasse nel tessuto già logoro e leggero uno strappo irreparabile» (“Foglio in bianco”).

Uomini

Ladri. Gli uomini per Ponzio sono ladri. Rubano alle donne, tolgono loro le cose più preziose: le privano della loro autonomia, del loro amore per se stesse, le ammalano. Gli uomini si sovrappongono alle loro donne, confondono, soffocano. Mettono a tacere. E le donne ne muoiono, a volte (come la signora Luisa in “Donna lombarda”). È questa la denuncia del libro, l’allarme lanciato. Forse un po’ ingenuo.
Riccardo, Alberto, Roberto, Mario, Pino… sono uomini censori, ingombranti, distratti, nevrotici, fragili. Uomini che non capiscono, che non sanno “tenere”, che tradiscono patti, uomini assenti, poveri. Questa parte assegnata agli uomini funziona narrativamente ma non sempre è convincente: le donne sono solo parte lesa, e i ruoli sono netti non ci sono sfumature, nessun dubbio.
Si potrebbe pensare a una piccola ignoranza, a una mancanza di curiosità, forse un timore di fare i conti con una redistribuzione di responsabilità. Ma non è così. Gli uomini di questo libro sono funzioni, non personaggi, servono come unità di misura, sono volontariamente privi di espressione. Perché? La risposta è semplice: perché qui si parla di donne e non di uomini, di libertà e non d’amore. Ecco il punto da chiarire per comprendere come mai le coppie di questi racconti sono così eccessivamente stigmatizzate, fisse, trattate con poca generosità, senza pena, fatte di incompatibilità assolute, tagli netti, assenza di chiaroscuri, dove il rapporto a due è solo prigione e cava di solitudine.
L’unico racconto in cui il personaggio maschile ha uno spessore non soltanto da un punto di vista narrativo è “La tregua”. Anche Antonio è descritto con pochi tratti, ma il suo silenzio non è assenza, il suo ritardo non è abbandono. Anzi. Antonio sa contenere la paura di Carla, sa cullarla, può sopportarla senza esserne spaventato o travolto, senza sentirsi sminuito. “La tregua” testimonia la possibilità di un rapporto buono tra un uomo e una donna, e misura, tra questi racconti, la differenza tra amore e devozione, cura e schiavitù, desiderio e bisogno, fusione e compassione, simbiosi e condivisione. Antonio e Carla possono stare insieme bene perché sono ognuno padrone della propria vita.

Parola di donna

E torniamo ai cerchietti. I dieci racconti narrano una cosa sola: un piccolo viaggio intorno al sé (verso il sé), partito da un indizio (sintomo), qualcosa per caso fuori posto che traduce una angolazione nuova e per questo appetibile. Un libro che racconta dieci volte la stessa storia, come una nenia. Andando all’indietro. Per questo è un libro scritto da donna: la narrazione è chiusa, circolare, ripetitiva, mai geometrica, piccola, intima. Senza ritmo battuto, povera di realtà, ricca di immagini e ricordi, di stordimento e meraviglia, ubriaca. L’avarizia di punteggiatura crea uno scivolo nel discorso, l’incedere spesso convulso, il disordine semantico affastellano e confondono fantasia e realtà sovrapponendole con ironia. Non una pausa, non una sospensione, ma un flusso, insaziabile, disposto a cessare solo in staffetta con un altro, già pronto e uguale: come la ninna nanna di una madre, così un lamento e una passione insieme.
Però pieno di senso. È qui la differenza con la cantilena vuota, intonata solo per riempire un buco, per fare coraggio. In questo libro (piccola filastrocca intelligente) c’è il recupero di un grande tesoro: il desiderio di rapportarsi di una vita perduta.


Tra stomaco e cuore

È il racconto-guida, prototipico, rispetto agli altri. La sua stesura ha chiesto molto lavoro, ingarbugliato com’era tra mille fila di pensieri, idee, emozioni che non trovavano mai una sintesi.
La storia narra di Irma malata. Una malattia brutta, di quelle che non hanno senso, senza diagnosi, senza cura: è malata di sofferenza. Ha accanto un marito amatissimo, Pino, tanto premuroso quanto inconsistente. Il racconto snocciola impietoso un sintomo dopo l’altro, e niente sembra riuscire ad interrompere il rituale nevrotico della sofferenza di Irma, complice il marito.
Poi, d’improvviso, un ricordo. E l’ennesima giornata trascorsa a tessere la trama precisissima del proprio dolore subisce un arresto. Attorno a questo ricordo s’infittiscono immagini e emozioni nuove, molto private. È in questa intimità sconosciuta che Irma ritrova un suo spazio, cuccia e capanna dove rifugiarsi, dove riconoscersi. Le braccia pronte ma estranee di Pino sembrano a poco a poco non servire più, mentre al sintomo si sostituiscono azioni precise, fatte di mira e desiderio.
Questa storia parla per tutte le donne e offre una via alternativa alla sofferenza, quella della libertà: libertà che regala autonomia ai desideri, che difende dalla solitudine e dalla malattia, che insegna ad amare senza consegnarsi, che permette di chiamare cose e sentimenti col loro nome. Lo mostra bene l’Amelia in “Donna lombarda”, unica, tra le donne di questo libro, a non avere barattato se stessa per l’amore di un uomo.

 

 

La single, racconto tratto da Tra stomaco e cuore di Giuliana Ponzio.

Camminava veloce con quella sua speciale apparente distrazione accentuata dagli occhiali da miope e dalla matassa di capelli bianchi e ribelli sul viso ancora giovane. Un bel caffè, pensava, mi piacerebbe un bel caffè. La tracolla un po’ pesante le ricordava golosamente i due libri da leggere al giardino, scelti accuratamente: una rilettura e un testo dell’autrice a lei cara, nuovo, scelto perché il titolo le aveva provocato un piccolo brivido di piacere.
Camminare nella sua piccola città sui ciottoli arrotondati divisi da due corsie di pietra, ritrovare ogni giorno quell’angolo, quel muro, quei saluti distratti dalla consuetudine, le faceva pensare che le strade fossero un prolungamento della casa, come se in realtà non avesse mai compiuto quel piccolo strappo che produce la porta chiusa alle spalle.
Scelse con attenzione, concedendosi il regalo di un bar centrale dove il caffè veniva servito in tazze sottili e grandi e dove la fantasia era eccitata da vari tipi di zucchero. Uscì dal bar attardandosi nelle vie del centro a sbirciare le vetrine. L’immagine che i vetri rimandavano le era familiare e simpatica; oddio, forse i capelli andavano un po’ tagliati e le spalle erano leggermente curve ma si permise un sorriso amichevole, e la mano saliva a domare i capelli. Mentre istintivamente raddrizzava le spalle, sentì la voce di Riccardo gentilmente ironica: «Ma cosa aspetti a far ginnastica, di diventare definitivamente un gobbetto portafortuna?» che, come sempre, le aveva creato lo sgomento di chi non riesce a leggere l’intonazione dell’altro. Era sempre stato così fra loro, un piccolo duello formale, svuotato di passione, raggelato dall’eleganza dei gesti e dalla moderazione dei toni. Lei, abituata alle esplosioni, alla passionalità, si era appiattita tentando di adeguarsi e le sue emozioni, a volte così nude e scoperte, le erano apparse disperatamente sopra le righe, stonate di fronte all’irraggiungibile compostezza ironica di Riccardo. E si era sentita in torto.
Riprese a camminare e questa volta fu la seduzione di una vetrina di morbida lingerie che catturò la sua fantasia. Quelle camicie da notte deliziose, il raso carezzevole, il lucido e opaco dei piccoli capi  l'avevano sempre attratta. Ecco un punto d’incontro con Riccardo, pensò; gliene aveva regalate molte, anche dopo la separazione, come se continuasse caparbiamente ad affidare la continuità del rapporto con lei al filo di una raffinata eleganza. Sospirò a fondo, come per concludere ancora una volta quella storia, già chiusa da anni. Ormai era una single e si sentiva quasi sempre al suo posto. Un posto conquistato con fatica, da sola, giorno dopo giorno, rosicchiando certezze e incertezze con l’infaticabilità di chi vuole arrivare al punto nevralgico, dove lo spazio fra pelle e unghia non esiste più e i conti si fanno solo sulla resistenza al dolore di una pelle sottile, senza protezione.
Mentre riprendeva la sua passeggiata cercando la strada preferita, i percorsi chiazzati di sole sull’acciottolato, pensò che non era stato facile togliere il connotato patetico alla solitudine per trasformarla in spazi e tempi lussuosamente suoi, da spendere o da risparmiare. Eppure erano state proprio le coppie, quelle conosciute o sconosciute, ad aiutarla nel suo percorso grazie al senso di noia che le comunicavano. Le cene, le feste a cui era puntualmente invitata dalle coppie! Quei salotti cosparsi di riviste di moda, quelle cucine tutte identiche, splendenti, quelle camere da letto fredde, con l’armadio e il cassettone tutto in tinta o, anche, tutte bianche, dove niente poteva suggerire il passaggio, sia pure fuggevole, della passione. Eppure una sera, incitata da una coppia che in qualche modo l’aveva magnetizzata, era rimasta senza parole dentro a una stanza da letto, dove tutto era così ricco di echi, di morbidezze, di calore, di fascino che le tornarono in mente i versi di un poeta tanto amato che invitavano a un paese lontano dove «tutto non era che ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà». La magia era tutta lì, nell’evocazione di un "altrove" dove una storia non avrebbe mai potuto diventare come le altre. Quella stanza piena di collages maliosi, di grandi fotografie di Ines in tutte le pose, di poltrone cariche, di cuscini morbidi e lucenti l’aveva turbata come un paradiso impossibile. La sua sicurezza aveva subito un’incrinatura, allagata dalle lacrime che al ritorno le avevano impedito di prendere sonno.
Al contrario, nelle cene delle solite coppie, c’era qualcosa di mortale nelle mani che non si sfioravano mai, in quei corpi rigidi, prigionieri delle sedie, come immemori di spostamenti audaci e di slanci inconsueti… e quegli occhi, poi, che si lanciavano solo messaggi funzionali o rivendicativi! A quelle cene, piano piano, sera dopo sera, lei aveva cominciato a recepire la sua solitudine come libertà.
Cento volte meglio sola, aveva pensato, masticando lentamente l’ennesimo carpaccio con rucola quasi di prammatica negli inviti a cena. La padrona di casa, come da copione, aveva presentato il piatto con le solite gioiose battute «il carpaccio, che invenzione! Veloce, pratico, stuzzicante…». Ed eccolo lì, roseo nel suo letto verde, senza sorprese, inevitabile nel suo sapore scontato. La prima volta che l’aveva assaggiato era stato con Riccardo, in un ristorante appena aperto, che tentava la nouvelle cuisine… ma era stato almeno quindici anni prima. Forse quindici o venti anni fa quei salotti, quelle cucine, quelle camere, quegli amici le avrebbero dato sicurezza, anzi certamente gliel’avevano data. Si era sentita anche una di loro: gli uomini da una parte, le donne dall’altra, anche se dentro di lei, e questo era ben infisso nella sua memoria, non era mai venuto meno quel filo oscuro di malinconia che la attraversava fin da bambina, un "regret" per l’assenza di qualcosa, una mancanza indefinita che la lasciava in attesa.
Come l’aveva aiutata scoprire di odiare i salotti, le cucine, le coppie! Da tempo ormai, quando il soffio insopportabile della rassegnazione, della noia, del "solito" si sprigionava da persone o cose raggiungendola, il sapore gustoso e concreto della sua libertà veniva subito a soccorrerla, e così, sempre più spesso, le capitava di sentirsi fuori posto e di chiedersi: cosa sto facendo io qui? Allora, con un miscuglio di sensazioni a volte contrastanti, decideva di andarsene improvvisamente, seguita dallo sguardo per metà compassionevole e per metà invidioso delle donne e da quello rianimato degli uomini. Scendeva le scale con un misto di sollievo e amarezza, ben sapendo che di sopra, nel salotto, stavano parlando di lei. Mentre cercava le chiavi e si infilava in macchina, l’amarezza si scioglieva. Perché mi deve perseguitare questa piccola, stupida sensazione di solitudine?, e guidava sicura fino a casa con la radio a tutto volume.
La casa al rientro era buia e silenziosa ma lei voleva proprio questo per poterla animare con piccoli riti di un piacere che appartiene alla notte: un compact, una sigaretta, l’ultimo telegiornale già in pigiama, struccata, i pensieri veloci già rivolti al giorno dopo perché la notte perdesse un po’ i segni dell’indefinitezza.
Dopo la separazione le era capitato qualche volta di rientrare con un uomo, con Fabio, per esempio, che dopo un rapporto fiacco e deludente per entrambi era stato tutta la notte seduto in cucina davanti a un bicchiere mezzo vuoto. Lei era stata letto, sveglia fino all’alba, ma stranamente senza ansia, senza la malinconia ricorrente, senza quel vuoto, quel "regret". A Fabio non aveva ripensato neppure un istante, era una diversa se stessa quella che stava ascoltando. Aveva ripensato spesso a quella notte: si era sentita veramente single per la prima volta. Niente infatti la legava a quell’uomo che stava in cucina, il gioco piatto e tiepido dei loro corpi non l’aveva sfiorata, era già molto lontano da lei. Improvvisamente si era scoperta allegra. Dormire? Seppellire nel sonno questa nuova, impalpabile sensazione di gioia? Neanche a parlarne! Così verso l’alba era andata in cucina, aveva fatto il caffè nelle tazzine con il bordo di foglioline d’edera, e poi, sotto gli occhi stupiti di un Fabio un po’ sbronzo e un po’ umiliato, aveva preparato un piatto di bruschette che aveva divorato voracemente. Fabio, sorpreso da quello scoppio di desiderio, avrebbe voluto riscattarsi in un nuovo tentativo, ma lei, irremovibile, lo aveva scortato ridendo fino alla porta che si era sforzata di chiudere lentamente per farsi perdonare.
Scoprirsi allegra era stato straordinario. Non c’era abituata. All’inizio aveva paura che la sua allegria potesse volatilizzarsi in un batter d’occhio, smarrirsi, soccombere, strozzata dal filo dell’eterna malinconia: e invece si era fatta sentire sempre più spesso e quando si era resa conto, un giorno all’improvviso, che essa usciva, sì, proprio usciva, dall’interno del suo corpo, dalla pancia in su, improvvisa e irrefrenabile, aveva capito che ormai le sarebbe appartenuta definitivamente.
Era quasi arrivata al giardino dove finalmente si sarebbe messa a leggere e anche la panchina prescelta, mezza al sole e mezza all’ombra, era libera. La scelta di quale libro iniziare le procurò una piccola sofferenza per l’avido timore di perdere anche una briciola, un frammento forse impossibile da recuperare del suo piacere. Si risolse per il libro appena comprato, nuovo al tatto, di una rigidità virginale quasi restia a spalancare di colpo le proprie pagine davanti a un occhio curioso e scrutatore. Lei gli tolse delicatamente il cellophane protettivo, poi, accarezzandone la copertina lucida, iniziò a sfogliarlo lentamente. Non l’avrebbe mai aperto di scatto all’inizio del primo capitolo perché, come nei gesti d’amore, c’era un rituale preparatorio che, dilazionandone l’incontro diretto, rendeva l’oggetto più prezioso, accrescendone il desiderio. Il dietro della copertina, le fascette laterali, un eventuale disegno, cominciavano a rendere concreta quell’aura di attesa che poteva anche preludere a un "altrove". L’introduzione era lì, ma lei non l’avrebbe letta adesso. Non faceva parte dei preliminari e le sembrava più stuzzicante penetrarvi per ultimo, per un supplementare piacere in più, per un abbandono non troppo brusco.
Ogni tanto le era necessaria una pausa perché le parole scritte trovassero la loro collocazione al suo interno, senza sovrapporsi, senza cancellarsi. Secoli prima Riccardo, in tono leggero e un po’ beffardo, le aveva detto: «non solo sei assolutamente monogama, ma leggi anche esclusivamente romanzi d’amore!». Lei, come sempre, aveva cercato di decifrarne il volto per cogliervi un segno, ma una maschera di sorridente cortesia l’aveva respinta.
Era poi vero che lei leggeva sempre romanzi d’amore? Forse, ma non lo ricordava, e certamente ora le sue letture erano diverse. Le venne un attimo di rabbia, perché non gli ho risposto male?, ma il libro l’aveva già ricatturata.
Alzò gli occhi per stiracchiarsi e il suo sguardo errò intorno pigramente; poi, piano piano, andò insinuandosi in lei il piacevole ricordo dell’incontro di qualche giorno prima con Andrea. Un cinema combinato all’improvviso con amici, qualche persona in più, un viso nuovo, sconosciuto; le presentazioni e un "salve" casuale, poi un altrettanto casuale «ti do uno strappo io, sono sulla strada». Già dopo i commenti di rito al film, niente più era stato casuale, i discorsi si erano infittiti allungandosi in domande e risposte spesso sottilmente emozionate, attraverso un gioco leggero ma palese a tutti e due. Così sarebbe stato strano non rivedersi, anche se le battute del commiato erano tornate più casuali per la paura di definire troppo, di sciupare tutto. Lui, all’ultimo, si era risolto a chiederle in fretta: «ti andrebbe di mangiare qualcosa insieme domani sera?». Un piccolo tuffo al cuore le aveva impedito l’azzardo di una risposta immediata. «Domani non posso, ma sentiamoci per telefono verso giovedì». Aveva tergiversato per prendere tempo e mettere ordine nel groviglio delle sensazioni.
Si accese una sigaretta che fumò lentamente perché il pensiero avesse il tempo di diluirsi perdendosi nell’aria; ma quando riaprì il libro, si rese conto di non riuscire a essere completamente catturata. Si irritò per la facilità con cui il solo ricordo della serata con Andrea fosse riuscito a distoglierla dal piacere della lettura, insinuandosi tra lei e il libro, senza prepotenza, ma in modo in un certo qual senso definitivo. Pensò a Riccardo che non aveva mai alzato la testa da un libro o da un giornale meritandosi, naturalmente, molta ammirazione per la sua capacità di concentrarsi. E pensò anche a sé, che aveva alzato la testa dalla lettura milioni di volte per l’entrata di Riccardo, per un suo richiamo, per uno squillo del telefono, per controllare la temperatura del forno.
In quegli anni di solitudine in cui era andata perfezionando la sua posizione di single aveva sperimentato anche lei il piacere sottile, e a volte insidioso, di non avere le orecchie tese continuamente all’ascolto dell’altro, per prevenirne i desideri, forse gli attacchi. Una volta invece si sarebbe sentita fuori dal gioco se non fosse stata continuamente aperta, spalancata, traversabile dalle esigenze degli altri. Che incredibile sensazione di benessere, adesso, poter scegliere di ascoltare solo se stessa! Sono stata saccheggiata, pensò. Perché ho smesso di leggere romanzi d’amore? Perché li ho banditi, eliminati, elusi dalle mie letture negli anni? Dove si sarà perso quel mio preciso desiderio? Si sarà cambiato in qualcos’altro? Forse. Lo spero. Oppure sarà nascosto, umiliato e azzerato dalla violenza del saccheggio?
Chiuse il libro e uscì assorta dal giardino ripercorrendo la strada acciottolata verso casa, ancora avvolta nell’incertezza perché quella sera stessa, giovedì appunto, l’avrebbe chiamata un Andrea sollecito e simpatico, desideroso di uscire con lei. Ma poi? Si era data tempo per mettere ordine in un groviglio… ma ordinare o disordinare? Ecco! Era proprio disordine quell’altrove, evocato dal suo poeta, dove tutto era bellezza, lusso, calma e voluttà! E perché pensarci tanto? Una cena, forse una notte con un uomo, e allora? Non le capitava da parecchio, o probabilmente non era disponibile, o non aveva visto… non aveva desiderato.
Quando entrò in casa, si sdraiò sul letto. Le sembrò di dover ricapitolare: ordine o disordine? Pensò a Riccardo e all’aura di freddezza che li aveva avvolti; alle storie brevi, simpatiche o meno, che aveva avuto; a Fabio e all’allegria improvvisa di quella notte. L’allegria! Eccola, la sentiva germogliare, sarebbe bastato rilassarsi, farla salire, lasciarle la decisione. Ancora un po’ di tempo, pensò ho solo bisogno ancora di un po’ di tempo. Si alzò, inserì la segreteria telefonica. Lo chiamerò io domani, si disse scegliendosi un CD per la sera.

 

Pubblicato in Giuliana Ponzio
Martedì 07 Luglio 2009 08:30

Gabriella Imperatori - Gloria Spessotto

 
 
 
 
 
 
Foto autrici
 
 
 
 
 
 




                                                  
 
 
 
 
                                                     
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
                                             
       

Gabriella Imperatori

 

Biografia:

Gabriella Imperatori, nata a Venezia, vive e lavora a Padova, dove si è laureata in lettere classiche e ha insegnato per vent'anni. Da oltre venticinque lavora come giornalista su quotidiani e periodici nazionali e regionali. Dirige la rivista bimestrale «Leggere Donna» a cui collabora con una rubrica di cinema. Ha collaborato per alcuni anni con la Rai di Venezia realizzando programmi di cultura e attualità.

 

Gloria Spessotto


Biografia:


Gloria Spessotto, nata a Portogruaro (VE), dopo vari spostamenti vive ora in un paesino dei Colli Euganei. Laureata in lingua e letteratura inglese, ha fatto l'interprete, l'albergatrice, l'insegnante, la traduttrice. Da anni svolge attività didattica e culturale all'interno di un progetto di recupero dalla tossicodipendenza, occupandosi in particolare dell'attivazione dell'espressione attraverso la scrittura. Da questa esperienza è nato Ciò che gli angeli non sanno, Pergine (TN) 1998, scritto con Sandro Travaglia. Ha pubblicato i racconti Cinque ciliegie di marzapane (ed. Medusa 1994) e il romanzo Questa è la terra non ancora il cielo (ed. Tufani 1998) con Gabriella Imperatori.

 

Estratti da alcune recensioni a Gabriella Imperatori e Gloria Spessotto, Questa è la terra, non ancora il cielo:

· Percorso narrativo fra scorrevolezza di narrazione e bilancio di fine secolo.
Il titolo è adattamento di un verso di Frost e allude a quel sentimento della vicenda umana nel quale convivono il bene e il male, la felicità e il dolore, l’appagamento e l’ansia: miscugli imperfetti e sempre rinnovantesi, lontano dalla prospettiva di una decantazione o sublimazione in un cielo quanto mai remoto. Il percorso narrativo si connota di due segni: da un lato la scorrevolezza avvincente degli eventi narrati (…) Dall’altro l’evidente presenza di un fondo di pensosità, di un intento di bilancio, dall’angolo di questa fine secolo, sul grande e plurimo tema della famiglia (… ) Un bilancio che non è battagliero come avrebbe potuto essserlo vent’anni fa, ma non è neppure arreso o rassegnato (…) Saggio invece, nel far sentire, senza proclamarlo, che la donna attraversa il dolore della vita e della storia con un più di partecipazione e di intensità (…) E, ancora, che al dolore della vita e della storia le donne sanno rispondere con una forza di ripresa che sembra rovesciare quel pessimismo maschile che, dai poeti dell’antichità, ha opposto il destino di morte senza rinascita dell’uomo nell’eterno tramontare e rinascere degli astri e delle stagioni.
Giulio Galetto («L’Arena», «Il Giornale di Vicenza», «Brescia Oggi», 11 maggio 1998)

· Un affresco umano e sociale di storia minuta.
(…) I personaggi maschili sono interpretati dal sentire delle donne che li hanno amati, odiati o conosciuti per interposta persona (…) Il che non significa una limitazione, piuttosto un taglio che ci coinvolge, perché dispiega e spiega l’altra metà del cielo, in un continuum di flashback che si giustappongono (…) fino a formare la storia grande e minuta di due famiglie sparse per il mondo (…) Ne nasce un affresco umano e sociale attraversato dai grandi eventi di questo secolo.
Francesco Lazzarini («Il Mattino di Padova», «La Nuova Venezia», «La Tribuna di Treviso», 22 maggio 1998)

· Una specie di Macondo estremamente reale e definita.
Gabriella imperatori e Gloria Spessoto si divertono ad osservare, come moderne cantastorie, "vizi e virtù" di questa complicata famiglia italiana in un curioso puzzle composto di frammenti di vite che si intrecciano e si separano, si mescolano per generare altre storie in una specie di Macondo estremamente reale e definita (…) Voci di donne si sovrappongono l’una all’altra, maturano , crescono, si addolciscono, capiscono, come se l’ordine dell’universo ascoltasse soltanto il loro canto.
Chiara Pavan («Il Gazzettino», 1 giugno 1998)
· Un libro fresco in cui serpeggia una vena di stramberia.
Una saga familiare, un romanzo a sfondo storico dove la storia, colta nei suoi riflessi sui personaggi, è quella del nostro secolo (…) A tratti, una telenovela che sa sorridere di sé stessa (…) Un libro fresco, talvolta drammatico ma spesso divertente, in cui serpeggia una vena di stramberia e si avverte una voglia di affabulazione, un recupero dei racconti ascoltati nell’infanzia (…)
Stefania Calzolari («Leggere Donna», n.74, maggio-giugno 1998)

· Un romanzo "veneto" come lo intendeva Piovene.
Chi scrive a quattro mani in genere non annoia, è una legge: gli autori cominciano a farsi le pulci uno con l’altro. Anche stavolta il libro è coinvolgente, divertente, emozionante, e l’intreccio ben congegnato fa sì che lo si legga d’un fiato nonostante il gran numero di personaggi anche perché lo stile dà a tutto il testo uno scintillio speciale che fa accettare ogni nuova presenza. Un lavoro d’intelligenza che va di pari passo con l’istinto del narrare con coinvolgimento emotivo (non sentimentale) (…)  Le autrici non abbracciano idee preconcette, non si attengono a interpretazioni troppo facili della realtà. Una delle chiavi portanti del romanzo è la voglia di raccontare senza badare a sovrimpressioni critiche, facendo in un certo senso della favolistica da Mille e una notte (…)  È ancora un romanzo "veneto" come lo intendeva Piovene. Il Veneto è popolato di personaggi strambi, maniaci, dolcemente dementi. O di personalità fosche e buie che si aggirano negli angoli di una regione apparentemente mite ma dove in realtà molti sono i fantasmi. I paesaggi in questa chiave sono ancora più persuasivi, come nella descrizione di Padova città sulfurea e maligna, dove le varie realtà si intersecano e si fanno dispetti.
Antonia Arslan (Università di Padova, presentazione del romanzo al Comune di Padova, 9 giugno 1998)
 
· Famiglia, epopea eternamente dolceamara.
È indubbiamente, quello che scava nella storia familiare alla ricerca delle radici, un genere negli ultimi anni molto rivalutato. Poco importa che l’oggetto della narrazione sia vero nel senso di realmente accaduto (…) La realtà può nascere anche dal ricordo di chi racconti suggestioni, atmosfere. Stati psicologici ed episodi che fanno parte de proprio vissuto, resi vivi attraverso la fantasia, nella vita di carta dei suoi protagonisti… L’utilizzazione del discorso indiretto offre più di una possibilità, nella misura in cui consente alle pedine che si muovono sulla scacchiera dell’impianto narrativo di vivere di vita propria (…)  La frammentarietà fatta di salti di tempo, di spazio e di persona riflette l’unilateralità di quello che appare tra le righe il protagonista principale, vale a dire la famiglia, con la sua ferocia e dolcezza di sempre.
Alessandro Fraenkel («Alto Adige», 14 maggio1998)

· Storia & storie di un romanzo davvero "diverso" nel panorama letterario italiano.
La "Storia" e le "storie" si mescolano fra di loro – così la tragedia di Caporetto fa da fondale al drammatico parto di Giada e allo stupro di Nives (…) quasi a suggerire che se la Storia è fatta dagli uomini, le storie sono fatte dalle donne, intorno alle donne, anzi precisamente "al sangue delle donne". Sangue è una parola che ritorna spesso, così come ritorna insistente la parola follia, che come una vena nascosta o addirittura una tentazione, serpeggia non solo nella psiche dei personaggi, ma anche nelle vicende che si susseguono fitte e, almeno all’apparenza, del tutto "irragionevoli" (…)  Eppure lo straordinario di questo libro – che non ignora le tragedie e i drammi del nostro tempo – è una narrazione sempre condotta con ritmo leggero e suadente, in meraviglioso equilibrio fra garbata ironia e affettuosa partecipazione (vedi i titoli spesso simpaticamente astrusi dei vari capitoli, quasi a stuzzicare la curiosità del lettore). Il gusto del raccontare si scioglie nel ritmo di una prosa che ha molto del musicale e ci riporta piacevolmente all’estro antico dei cantastorie spesso veri e propri cantori, e come nel racconto popolare mescola detti, scongiuri, proverbi, tutte le espressioni di una sapienza prossima a scomparire (…)  un romanzo davvero diverso nel panorama letterario italiano (…)  Un libro che osa affrontare, e vincere, la sfida del narrare per grandi cicli, col piglio svelto e sicuro del frescante, storie che sono di tutti e proprio per questo di ciascuno di noi.
Pia Fontana («Messaggero Veneto», 30 giugno 1998).

· Un romanzo molto bello che sfida condizioni di partenza avverse.
Piccolo editore – e non di tendenza – ;(…)  storia generazional-familiare che abbraccia il nostro secolo; linguaggio sobrio, elegante, senza un filo di trucco sperimentale; autrici non più in età da sballo o discoteca. Proprio per tutti questi motivi vorremmo davvero gridare al vento che si tratta di un romanzo molto bello, ricco di vita, di eventi, di figure tratteggiate con finezza, di nostalgia esistenziale e di credibili casualità del destino, di quando le rincorse del tempo prima o poi ci fanno riapprodare a noi stessi (…)  Costruito in modo tutt’altro che lineare con pregevole agilità stilistica, nell’intreccio delle varie tipologie dei protagonisti, il romanzo scorre veloce fino al sorriso finale. (Quando) tra morti, oscure scomparse e vite consumate in sordina, lo sguardo traboccante di storia e leggende famigliari che scorre fra Marianita e Ania è lo sguardo del ritorno.
Sergio Pent («La Stampa», 2 luglio 1998)

Intervista a Gabriella Imperatori e Gloria Spessotto
Martedì 30 Giugno 2009 08:58

Clotilde Barbarulli e Luciana Brandi

 Foto autrici             

Sulla destra Clotilde Barbarulli
e Luciana Brandi

 

 Clotilde Barbarulli

 

Biografia:
Ricercatrice al Consiglio Nazionale delle Ricerche-Istituto "Opera del    Vocabolario Italiano" è impegnata nell'Associazione "Il Giardino dei Ciliegi" di   Firenze e nella Società Italiana delle Letterate. Si dedica alle scritture di autrici dell'Ottocento e del Novecento.

Collabora a «LeggereDonna» e «Il Paese delle donne». Fra le pubblicazioni recenti: con Luciana Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina, Tufani, Ferrara 1996 (2^ ed. 2001) e L'arma di cristallo: sui 'discorsi trionfanti', l'ironia della Marchesa Colombii, Tufani, Ferrara 1998. Con L. Brandi e U. Ceccoli, Un volto, tra le note per oboe (Saggio su "Lavinia fuggita" di Anna Banti) nei Quaderni del Dpt. di Linguistica dell'Università di Firenze, 1998.

Dal 2001 è nel Comitato organizzatore e scientifico del Laboratorio per la formazione di mediatrici interculturali "Raccontar(si)" che si svolge a fine agosto a Villa Fiorelli a Prato, a cura del Giardino dei Ciliegi e della Società italiana delle letterate. Sta per uscire il volume relativo all'esperienza del 2002, cui ha contribuito con un lavoro dal titolo L'immaginario nell'erranza delle parole: scritture 'migranti' in lingua italiana.
È tra le autrici di La finestra, l’attesa, la scrittura: ragnatele del sé in epistolari femminili dell’Ottocento, Tufani, Ferrara 1997 e ha contribuito al volume collettaneo Canonizzazioni (Atti del Convegno "Grafie del sé. Letterature comparate al femminile, Bari 2000) con il saggio "Si prega di non discutere Casa di bambola", Adriatica, Pescara 2002.

Ha scritto inoltre gli articoli:

-C. Barbarulli, Il genere di una scelta (al Convegno di Ferrara, 7-8 aprile 2000, "La qualità dell'informazione culturale. Riviste letterarie e pagine culturali"), in «Leggere Donna», maggio-giugno 2000.

-C. Barbarulli, Scrivere di/con/su donne del passato, in «Leggere Donna», marzo-aprile 2001.

-C. Barbarulli, "A essere umani, diceva Rosa, questo non posso insegnarvelo" (al Seminario su:"Rosa Luxemburg: opposizione alle guerre, impegno morale e intellettuale", 8 dicembre 2001), in: «Il Paese delle donne», 25 febbraio 2002.

-C. Barbarulli, Per una rilettura di Maria Corti, in: «Leggere Donna», luglio-agosto 2002.

-C. Barbarulli, Estraneità/Infedeltà, in : «Il Paese delle donne», 28 ottobre 2002.

-C. Barbarulli e Luciana Brandi, La biografia di un'idea, relazione al Seminario SIL di Trevignano (28-30 luglio 2000), su "Ma cos'è questo canone?" (in corso di stampa presso il Manifesto libri, 2003).>

 

Luciana Brandi


Biografia:
Laureata in Lettere a Firenze nel 1973, dopo il perfezionamento presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, ha lavorato prima come ricercatrice e poi come docente presso il Dipartimento di Linguistica dell’Università di Firenze, nella cui Facoltà di Lettere e Filosofia è attualmente titolare dell’insegnamento di Psicolinguistica. Si è occupata di linguistica, con ricerche sulla sintassi dell’italiano e dei dialetti, di psicolinguistica, studiando anche i disturbi del linguaggio in età evolutiva, di analisi del testo scritto e del testo letterario.

Alcune delle sue più recenti pubblicazioni nel campo della psicolinguistica sono: un manuale di psicolinguistica, alcuni saggi sul rapporto fra musica e linguaggio, sulla struttura dei concetti, sulla produzione del testo scritto, sulla formazione delle conoscenze tramite l’alfabetizzazione, sui disturbi del linguaggio e sull’autismo. In particolare per i disturbi del linguaggio collabora stabilmente con il gruppo di ricercatori e dirigenti ospedalieri che opera presso il reparto di Neuropsichiatria infantile di Careggi.

Nel campo dell’analisi del testo, ha fatto ricerche insieme a Clotilde Barbarulli sulla scrittura delle donne, in particolare su Maria Messina, la Marchesa Colombi, Anna Banti; nel campo dell’analisi dell’italiano delle origini si èoccupata, insieme a Barbarulli e Ubaldo Ceccoli, degli usi metaforici dei termini relativi al viaggio e al libro.

 

* Introduzione di Clotilde Barbarulli e Luciana Brandi a I colori del silenzio


Introduzione a mo’ di preistoria

Maria Messina, scrittrice siciliana presto dimenticata non solo dal pubblico ma anche dalla “storia letteraria”, come spesso accade, e “riscoperta” solo nel 1981 da Sciascia, si colloca in quella schiera di donne che si cimentano con lo scrivere nella prima metà del Novecento. La mentalità è ostile alle scrittrici, come dimostra, fra gli altri, un articolo di Luigi Capuana (1907): a suo parere non bisogna preoccuparsi «dell’invadente concorrenza» della donna nella narrativa. Le scrittrici esistono solo perché «gli intellettuali mascolini» hanno aperto la strada ed anche se annettono nell’arte «un elemento tutto proprio, la femminilità» «come il sottile profumo che sprigiona dal calice del fiore», tuttavia «non creeranno nulla di nuovo»: «sarà una eterna ripetizione». E Zuccoli (1911), ossessionato che la letteratura stia «per cadere in mano delle donne», si chiede «quale contributo recherà questo gaietto sciame femminile», dal momento che, tenuto in casa dalla morale borghese, non ha alcuna esperienza della vita. Ritiene perciò che «il pericolo roseo concluderà precisamente con la decadenza delle forme letterarie italiane». La scrittrice, presente sempre più nel mondo letterario, sembra rappresentare varie minacce, sia nel rapporto tra i sessi, sia nel monopolio maschile del mercato delle lettere. Queste citazioni, fra le tante possibili, illustrano le pressioni sociali ed i pregiudizi di genere – che assumono forma di legge naturale – cui andavano soggette le scrittrici, e, nello stesso tempo, la complessità di questa novità.
Di fronte ad un sistema letterario codificato, la donna che scrive si trova nella difficoltà di come esprimere la propria esperienza: appare immersa in una cultura che, da una parte, è priva di una significativa “tradizione” femminile, e, dall’altra, si occupa delle scrittrici solo con condiscendenza, assegnando loro ruoli riduttivi e deboli. Tale atteggiamento nasce da un insieme di credenze che, originando pre-giudizi, non possono che opacizzare, come sostiene anche Kroha (1992), le capacità critiche rispetto ai contenuti presenti nelle opere delle scrittrici, contribuendo ad aumentare l’ansietà provocata dalla novità dell’impresa per l’assenza di modelli femminili comportamentali e artistici.
Messina scrive a Verga dei problemi che incontra proprio nell’inserirsi nella cerchia letteraria del tempo e parla di «aspra, dolorosa via che affina lo spirito pure spogliandolo d’ogni bella illusione»: le appare difficile continuare il suo lavoro «tormentato e tormentoso, lasciato e ripreso più volte in mezzo a scoramenti profondi». Naturalmente non arriva ad avere coscienza del nesso esistente fra tali difficoltà ed il suo essere donna. L’immagine imperante era del resto costituita dall’angelo del focolare, e tale metafora, anche se sembra essere presente nella sua formulazione linguistica solo nel romanzo omonimo di Orazio Grandi (Siena, 1876), per poi rivitalizzarsi in piena epoca fascista, è tuttavia concettualmente sottesa a tutta la costellazione di termini relativi alla donna sia nella narrativa sia nella saggistica dell’Otto/Novecento. L’angelo del focolare costituisce un’immagine, una rappresentazione della realtà, in forma di una metafora-credenza, operante come vera e propria visione del mondo, un centro fondativo, un luogo di costruzione dal quale fluiscono, in modo dogmatico quindi crudele, tutte quelle modalità con le quali il soggetto che aderisce alla metafora interpreta gli stimoli, reagisce alle perturbazioni provenienti dall’ambiente esterno. Tale metafora non è l’espressione figurata di un contenuto presente ed afferrabile nei termini del linguaggio ordinario, ma esplica, in quanto “metafora radicale”, il ruolo di una categoria analitica e quindi costituisce l’archetipo della concezione relativa alla donna.
Perciò quelle scrittrici che cercano, dalla fine dell’Ottocento, di prendere parola, lo fanno attraversate da un tremendo conflitto interno di ambivalenza e di angoscia, proprio dell’atto di violazione della “norma”, sentendo la scrittura come attività non femminile e trasgressiva. «Ebbene – scrive Neera nel 1876 – la donna è nata per piacere agli uomini, per propagarne la specie, migliorarla, ingentilirla e far calze. Io non le riconosco altre missioni e mi pare ve ne sia abbastanza. Togliete la donna alla casa, e non avrete più né casa, né donna.» Non è da meno la Marchesa Colombi, più coraggiosa ed ironica nei racconti e nei romanzi, ma ugualmente cauta nelle teorizzazioni, quando risponde a Neera, difendendo le donne povere che lavorano: «Se una donna ha da vivere, se la necessità non la spinge a guadagnarsi l’esistenza, il posto della donna è la sua famiglia e non deve uscire di là».
Neera – che pure non considera le donne inferiori all’uomo, e che in tanti romanzi ha sottolineato l’infelicità della condizione femminile – appare estremamente diffidente sulla “donna-scrittrice” («ah! brutta parola e brutta cosa») e ritiene che le donne spesso si illudono «in una falsa vocazione verso cui l’attuale movimento femminista spinge con tutti i miraggi di un nuovo ideale». Espone poi le difficoltà del percorso: editori, pubblico, critici e a proposito di quest’ultimi sottolinea che la scrittrice finirà per ritrovarsi « straniera in mezzo a quegli uomini inaspriti che hanno gettato la maschera della galanteria». Nel suo attacco alle posizioni femministe, non fa che ribadire la tradizionale immagine della donna/moglie/madre. La natura ha infatti imposto a uomini e donne due funzioni vitali che non si possono scambiare, anche perché la missione della donna «richiede spesso l’assorbimento di tutte le altre facoltà»: «Finché la donna conserverà il privilegio di tenere nel suo grembo la vita del mondo, ne avrà abbastanza per la sua attività, per la sua intelligenza, per i suoi doveri, per i suoi diritti», proprio perché la maternità rivela alla donna, attraverso i secoli, «la via luminosa».
Per cercare di comprendere la ragione di certe contraddizioni fra Neera scrittrice e Neera saggista, bisogna sempre tener presente il difficile quadro socio-culturale-politico in cui è costretta a muoversi. La forza della tradizione, il condizionamento sono così forti che le scrittrici, mentre proclamano il loro antifemminismo predicando il sacrificio di sé, lo fanno come per espiare pubblicamente quella caduta nel peccato del piacere/desiderio di scrivere. Matilde Serao, mentre racconta (1878) di essersi imposta sulla scena letteraria «a furia di urti, di gomitate», appare ancor di più imprigionata nel ruolo tradizionale, quando afferma (1901) che «la terribile virtù dell’altruismo deve dominare» la vita della donna «perché così ha voluto Dio e così vuole il mondo». Si rivela perciò condizionata non solo dalle forze letterarie del periodo, dalle pressioni conflittuali di tipo commerciale e artistico, ma finisce in particolare per configurarsi come l’espressione «più compiuta della capacità di tenuta del progetto moderato, elaborato nella prima metà dell’Ottocento, che aveva individuato il ruolo tutto domestico e familiare della donna e che tentava con tutti i mezzi di frenare la presa di coscienza e le spinte innovatrici che anche in Italia, sia pure tardivamente nei confronti di altri paesi europei, incominciava ad emergere».
Del resto il problema dell’accesso delle donne all’istruzione era, nell’Italia post-unitaria, al centro di una vivace discussione, non solo di tipo pedagogico ma anche medico, giuridico e filosofico, in cui predominavano posizioni a favore di un insanabile contrasto tra la biologia femminile, la funzione sociale delle donne e il lavoro intellettuale. La società, infatti, è ancorata a un modello di femminilità che tende a relegare la donna, «custode di un ordine naturale», in una serie di «funzioni oblative, assistenziali», all’interno di una organizzazione della vita sociale e familiare gerarchica. Tale totalizzante discorso sulla donna si riscontra e si intreccia con l’eredità risorgimentale: «da Rosmini a Capponi, da Gioberti alla Ferrucci, dietro le parole alte, di là dalle celebrazione di donne grandi, resta costante l’immagine dell’angelo del focolare». La cultura del materno costituisce «un modello che tende a definire e normare» l’identità più profonda anche delle letterate, configurandosi come un elemento di continuità fra Ottocento e Novecento.
Da una parte avvertiamo una cautela fra le stesse donne emancipate, come scrive Aurelia Cimino Folliero nel 1873: «Le donne educate a non ambir nella vita che gli omaggi del sesso forte, temono di perder prestigio agli occhi di questo, occupandosi di argomenti seri e forse a lui poco graditi. Infatti l’uomo (non tutti gli uomini fortunatamente) vuol che la donna si educhi anzitutto per lui, non già per se stessa come creatura direttamente responsabile del proprio sviluppo e perfezionamento: da ciò l’eterno squilibrio fra il libero uso delle di lei facoltà e le esigenze della società».
Dall’altra parte, la «Rivista di filosofia scientifica», organo del positivismo italiano, offre un esempio dei violenti attacchi alle capacità intellettive delle donne con i saggi che D’Aguanno (1890) dedica alla questione femminile, dove il mito della scienza positivistica, saldandosi con quello religioso della natura, preclude la comprensione della servitù come fatto storico, e pertanto mutabile. Così, dopo aver dimenticato, in base ai dati delle scienze antropologiche, le varie differenze fisiche e psichiche della donna, conclude che «non pare adatta alle fatiche della mente», e che solo nella famiglia può trovare «il cammino ove svolgere in tutta la sua pienezza il capitale degli affetti di cui è dotata». Quel che in questa sede conta è che sulla base di abiti mentali, preoccupazioni di ordine sociale, considerazioni biologiche e antropologiche, strategie argomentative, si sancisce l’inferiorità della donna. L’origine e la natura di tale inferiorità non costituiscono problema per tutto il pensiero occidentale, perché entrambe sono scontate, nucleo di senso che, da sempre, giace sulla terra, in un “essere-così”, al tempo stesso pienamente naturale e totalmente significativo. Se per la logica dominante, “essere” vuol dire “essere determinato”, allora le donne esistono soltanto se è determinato il loro posto nell’ordine totale dell’essere: questo luogo è costituito dalla famiglia.
Anche Frati, accogliendo le differenze fisiche e psichiche delle donne sottolineate dai positivisti, ribadisce (1928) che «nella famiglia la donna trova le maggiori soddisfazioni della sua dignità morale, e può spiegare le attitudini proprie del suo sesso». La donna, pur emergendo nel campo letterario, resta sempre inferiore a un Alighieri, proprio perché la sua collocazione è altrove, costituendo «il perno della famiglia, come questa lo è della società».
La situazione non migliora certo col fascismo che, esaltando la donna-fattrice, continua ad avanzare riserve sul cervello femminile, ricordando, con Stanis Ruinas (1930), che le numerose «scribacchine» sono come «femminette che si danno arie da superdonne», «al di sotto della prostituta».
Il problema, per usare un concetto di Mary Jacobus (1979), è costituito dall’ingresso delle donne nella cultura dominata dagli uomini e in particolare nel discorso letterario, per cui spesso la «domanda di un desiderio impossibile» può condannare al silenzio o comunque al nascondersi nelle pieghe, anche quando il loro accesso all’educazione e alle professioni sembra aver sancito la possibilità di esprimersi. Se è vero, come sostiene Watson (1975), che di fronte al sistema letterario – il cui potere è in mano ai maschi – le donne, come gruppo minoritario, adottano varie forme di strategia per inserirsi, il verismo può delinearsi come uno strumento attraverso il quale le scrittrici di fatto iscrivono la loro esperienza di donne nel loro lavoro, parlando della condizione femminile, della donna per lo più vittima, ma lo fanno indirettamente, attraverso strategie che consentono loro di proteggere se stesse, simultaneamente disgelando e celando la loro posizione “sovversiva” nei confronti della tradizione letteraria ai cui margini sono collocate. E proprio il tono dimesso, sommesso, quasi appiattito che fa paragonare Messina ad un Verga «impoverito e dimidiato», come nascosta dietro la voce narrante del descrittore imparziale, consente alla scrittrice di far risaltare la tragedia femminile, in quanto finisce per evidenziare – attraverso la sua partecipazione – i meccanismi sociali che favoriscono l’oppressione della donna. Se dunque, da una parte, la “sicilianità” di Messina, dovuta alla solitudine ed al suo legame intenso con la “terra- nido”, favorisce l’adesione al verismo, è altrettanto profondo il desiderio di non scoprirsi troppo in quel contesto socio-culturale: «temevo, allora, di tradire la ricchezza del mio sentimento, di rivelare me stessa».
Occorre considerare in tale contesto il legame particolare con Verga, al quale si rivolse – nell’isolamento culturale e sociale in cui si trovava – per un incoraggiamento e sostegno. Dalle lettere infatti traspare l’ammirazione più profonda per lo scrittore: spiega di non voler guardare «quella genia di pettegoli e di ciarlatani dell’arte», ma solo «la luce purissima che viene dal grande Maestro». E nell’ Inchiesta sull’opera di Verga, del 1934, riafferma la sua sintonia con lo scrittore che «osserva commosso i suoi personaggi, cercando di nascondere l’impeto della sua commozione in una forma asciutta, impersonale e conscia». La corrispondenza comincia il 6 novembre 1909, con l’invio del volume Pettini fini: Verga, ormai settantenne, mostrerà simpatia e apprezzamento e di questo atteggiamento la scrittrice resterà sempre grata. Appare anomalo il comportamento di Verga che non risulta essere mai stato tenero con le scrittrici: «L’arte la voglio fatta proprio sul serio, non si dovrebbe imparare a far dei libri come s’impara a far la calza, e fra un romanzo sbagliato e un paio di calze, preferisco le calze».
Secondo Kroha (1992), giustamente diremmo, il verismo offrì dunque l’opportunità di un contesto entro cui portare alla luce le problematiche femminili, grazie all’ideologia dell’osservazione imparziale, anche se non rispettata dalle scrittrici, che rivelano spesso solidarietà e partecipazione. Del resto è ormai consolidata l’idea che il realismo non ha niente a che vedere con lo “speculare”, il “riflesso”. Lo sguardo infatti non è mai neutro o innocente, ma creazione incessante di figure, forme, immagini. Non è questa la sede per soffermarci sull’ambiguo rapporto fra realismo e il concetto di realtà, né sul luogo comune che il realismo sia uno stile trasparente, un semplice riflesso della realtà visiva. Tale corrente fornì comunque l’opportunità, in quanto strumento stilistico, di portare alla luce le inquietudini femminili e, grazie alla teoria dello sguardo che esamina imparzialmente l’esistenza, funzionò come mezzo di fuga dalla prigione degli stereotipi letterari. Permise così alle scrittrici di non limitarsi al tema dell’adulterio che dominava il romanzo borghese, ma di mettere in atto strategie – conscie ed inconscie – per poter narrare le infelicità femminili rispetto alle restrizioni sociali, familiari, economiche. Neera, pure così prudente, a chi si lamenta che le donne non si rifanno più al «romanzo morale, il romanzo dolce e serio, onesto e divertente, che non dà emozioni malsane», obietta (1888) che i tempi sono cambiati e che le donne non possono non raccogliere «l’eco degli altrui dolori». Non si tratta di un dolore universale riconducibile soltanto alla condizione naturale del vivente, ma soprattutto alla dimensione storica della sofferenza, in quanto le sue forme costituiscono l’essere proprio dell’esistente sociale-storico.
Se in generale, e inevitabilmente, le scrittrici del periodo esprimono una visione del mondo che, quantunque parzialmente in contrasto, rispecchia l’ideologia dominante più che quella del proprio sesso, tuttavia uno sguardo problematico non può non tener conto della complessità della situazione: l’Ottocento borghese è «una grandiosa manifestazione del patriarcato nel campo dell’economia e del lavoro», e tende ad esserlo anche nel campo morale per una idealizzazione della donna circoscritta alla famiglia, costituendo un paradigma con cui bisognerà confrontarsi e scontrarsi per tutto il Novecento. Il problema, nel riflettere sulle scrittrici, è essenzialmente, come vedremo, quello della letteratura, dell’approccio, prima di arrivare a valutare negativamente certe loro moderazioni – data la scelta difficile, per i tempi, di scrivere – e prima di arrivare ad affermare che, come Messina, si sono prestate «a un’operazione funzionale, almeno in parte, all’apparato ideologico del sistema patriarcale».
Riflettere in particolare sulla donna fra Ottocento e Novecento significa «fare i conti con l’intera organizzazione di un sistema culturale» da cui è dipeso il suo destino educativo e con un patrimonio teorico che ha trascurato tali aspetti e che tende quindi a esprimere, ancora oggi, «una parzialità conoscitiva significativa». Se per l’indagine storica rimettere in discussione la marginalità delle donne significa modificare il concetto stesso di storia, così per lo studio della scrittura possiamo dire che tener conto di quella concezione della femminilità che è formalizzata in codici di tipo religioso, morale, politico vuol dire dare luogo ad un’analisi diversa di quello spazio rigido e chiuso a parole di donne, che è la letteratura, attingendo alla critica femminista, con il desiderio di attraversare i saperi e le loro frontiere.

“Sull'imbrunir, quando fumar m'alletta il sigarin piccante”, da L'arma di cristallo, pp. 9-13

Vincenzo De Castro, legato al movimento froebeliano, convinto della necessità di una educazione laica e liberale per le donne, istituisce nell’autunno 1870 un liceo femminile intitolato a Gaetana Agnesi, e chiama ad insegnarvi per filosofia morale Anna Maria Mozzoni, e per la letteratura Maria Antonietta Torriani.
Maria, arrivando a Milano dopo una difficile adolescenza a Novara, trova un’apertura diversa per gli asili e le scuole in De Castro e soprattutto in Anna Maria Mozzoni, con cui stringe un’intensa amicizia che lascerà tracce profonde nella sua personalità, anche se dopo il giro di conferenze del 1871 Maria si concederà a Bologna un periodo di svago e di flirt con Carducci e altri letterati, e le due amiche si perderanno di vista.
Dopo quegli anni di comune impegno sembra così chiudersi l’intreccio fra le due donne, ma certe idee si sono ormai radicate in Maria. Questo è del resto un periodo fondamentale perché insieme all’esperienza di collaborazione a «La Donna», a firma solo femminile, che creava diffidenza non solo fra i conservatori, si struttura la visione del matrimonio non più come unico sbocco, la consapevolezza delle ombre nel mito del "focolare" domestico, tematiche a cui resterà fedele, anche nella narrativa.
Il movimento per l’emancipazione femminile, sviluppatosi con la seconda metà degli anni Ottanta, affonda le sue radici nelle vicende politiche e nella cultura democratica risorgimentale, e tale riferimento resta operante nell’atteggiamento della rivista «La Donna», la cui direttrice, Gualberta Alaide Beccari, e molte collaboratrici erano legate al filone mazziniano, mentre Anna Maria Mozzoni, «la teorica più lucida dell’idea di uguaglianza sociale fra i sessi», l’aveva sottoposto a reinterpretazioni radicali. Nel quadro ideologico piuttosto uniforme, che, di fronte all’educazione femminile, comprende moderati e democratici, in quanto comunque la donna è vista come il collante dei rapporti morali della società all’interno dei rapporti familiari, le emancipazioniste si trovavano assediate da un discorso che, ancora una volta, interpretava le donne e indicava loro la via da seguire (Buttafuoco 1981), per cui dovevano "setacciare" con cautela i valori tradizionali e i pregiudizi, quelle credenze divenute leggi di natura che avevano conculcato la pretesa superiorità dell’uomo: la questione dell’istruzione femminile presenta in quegli anni perciò delle posizioni che «si riconnettono esplicitamente alla riproposizione di un modello di femminilità interno e funzionale all’organizzazione di un sistema simbolico e culturale» (Covato 1986, p.333). Da tale contesto si distacca Anna Maria Mozzoni, più legata alla cultura settecentesca e formatasi sul pensiero di Stuart Mill, vicina all’internazionale socialista, che vuole soprattutto abbattere il pregiudizio e le esclusioni legali che vietano l’accesso delle donne alla cultura, perciò invita le giovani a non credere che l’intelligenza e le sue produzioni siano peculiari all’altro sesso: privilegiati sono stati i maschi dallo Stato, e dalle famiglie. È spezzando il circolo chiuso della limitazione delle finalità educative e avendo la consapevolezza dell’uguaglianza fra i sessi, che imposta il discorso sulla donna. Maria Torriani, facendo il discorso di inaugurazione del liceo Agnesi nel 1870, sottolinea come Anna Maria Mozzoni - «con un eloquente discorso di propulsione al corso filosofico» - abbia deplorato che in Italia l’istruzione femminile sia per lo più affidata alla Chiesa «fautrice sempre dell’oscurantismo», mentre occorrerebbe una seria opera riformatrice per favorire la donna: «Riconosciamo piuttosto realmente, signori miei, che – insiste Mozzoni – se la cultura della donna è il termometro riconosciuto della civiltà, i paesi latini sono e si mantengono alla coda della civiltà, perché si curano troppo poco della donna», che perciò «esclusa dal lavoro sociale, si tiene necessariamente lontana dagli attriti della vita, e vegeta in una temperatura di serra calda, che ne fa un essere artificiale». La donna deve invece sapersi accostare alla cultura senza paura e non si sentirà «straniera» perché vi troverà «orme antiche e recenti di donne illustri». Si propone di evidenziare come la filosofia abbia «dignità di scienza», e per questo è necessaria «agli spiriti che vogliono maturarsi in ogni scientifica disciplina»: ridefinita in questi termini non può che apparire «conveniente iniziare la donna alla filosofia». La gioventù femminile, infatti, «educata per una parte da una morale religiosa in forma di precetti e da un galateo in forma affatto empirica, lascia la verginità dello spirito per vestirne la falsità, e spesso senza perdere l’ignoranza guadagna l’errore». In particolare, la Chiesa «predica alla donna il principio autoritario, esclude ogni autonomia alla quale possa aspirare la sua intelligenza, le somministra la fede e in pari proporzione le sottrae la ragione». Così «la chiesa e la scuola che sono fra loro eternamente in guerra» si alleano «allorché si tratta di procurare l’ignoranza della donna. L’una ne fa un caso di morale, l’altra una questione di convenienza sociale», e la famiglia – per quanto riguarda la figlia – «cede all’opinione della doppia autorità, sgombra i suoi scaffali d’ogni libro serio, la circonda di vesti, le appende intorno nastri e chingaglie in ogni senso». Poiché l’istruzione è importante, «facciamo che la donna vi si accosti il più possibile, e soprattutto formiamole delle convinzioni iniziandola alle filosofiche discipline, emancipandola dalla morale empirica e formalista, che le viene oggi impartita». Non ci sembra un caso che il «Monitore» del 27 aprile 1871 affermi che le conferenze della Mozzoni sono «per uomini soli, o tutt’al più, per signore maritate», data «l’arditezza degli argomenti».
Nel suo discorso di prolusione alla Scuola Superiore femminile in Milano, Maria Torriani dà un rapido sguardo alla letteratura, per cercare «quali vantaggi ne possano derivare» in particolare alla donna. Poiché la letteratura è «possente strumento di progresso», può ad esempio ridestare «un popolo avvezzo da anni a curvare la fronte alla dominazione straniera», e, da un punto di vista intellettuale, rimanda «di posteri in posteri i frutti degli studi dell’umano ingegno» come in una «gigantesca catena»: «All’attuale risorgimento politico italiano precedettero gli scritti patriottici» da Gioberti a Manzoni, «le cui penne giovarono all’Italia non meno delle spade degli eroi ma, più pure di quelle, non si bagnarono d’umano sangue e non meno che al progresso politico dei popoli, la letteratura giova, anzi è necessaria al loro progresso intellettuale». Da qui l’invito alle madri a non privare le figlie dei vantaggi della conoscenza, illustrando con vari esempi, tratti fin dalla storia romana, «quanto possa l’intelligenza femminile se congiunta a una seria istruzione»: «Se vi sentite offese dai sorrisi dell’ignoranza retriva e superba, pensate alle Beecher Stowe, che mentre gli spiriti frivoli la deridevano (…) concepiva nella vasta sua mente (…) l’idea di quel lavoro eminentemente umanitario, che doveva spezzare le catene degli schiavi». «Se adunque, traverso tante opposizioni, e tante difficoltà, la donna giunse ad imporre alle letterature di tutti i tempi e di tutti paesi un gran numero di nomi femminili (…) che non potrà ella fare allorché un’istruzione profonda e incontesa, la porrà in grado di fornire all’umana civiltà tutto il contingente di cui il suo ingegno è capace?».
Bisogna perciò avere il coraggio di togliere l’insegnamento «dalla cerchia rudimentale, superficiale, sconnessa in cui si restringe, e da cui escono tuttodì intelligenze monche e incerte»: «è all’avvenire che dobbiamo preparare spose, sorelle, madri eguali non solo nel cuore, non solo nella naturale intelligenza, ma altresì nella coltura, agli sposi, ai fratelli e ai padri».
Emerge qui con forza il concetto di uguaglianza appreso dalla Mozzoni e che resterà inalterato nella concezione di Maria, come si vedrà dai suoi interventi a difesa della donna che lavora. A suo avviso infatti «Dio creò moralmente eguali la donna e l’uomo e ne fece due compagni. L’opera d’una società imperiosa e ingiusta ha chiamato l’uno alla luce condannando l’altra alle tenebre». Elemento fondamentale di tale uguaglianza è l’istruzione. L’opuscolo del 1885 Alle fanciulle della Mozzoni sembra in sintonia con la concezione di Maria, per la convinzione che lo studio, la crescita intellettuale permetteranno ad ogni giovane di capire, sia borghese e/o annoiata, sia donna povera oppressa anche economicamente, di essere comunque destinata al "servizio dell’uomo". E così imparerà a sposare solo chi ama, e, se necessario, a mantenersi.
Maria, dopo un corso alle allieve maestre dei Giardini infantili di Milano e il ciclo delle Conferenze letterarie e scientifiche nell’Istituto Pietrasanta, in cui sottolinea l’utilità delle pubbliche conferenze in quanto «palestra aperta» per una «ginnastica del pensiero» che è «fonte di grande perfezionamento», fa, insieme alla Mozzoni, un giro a Genova, Firenze (dove le conferenze «tutte sono riservate al sesso forte»), Bologna e Parma. Oscar Greco (1875) rievoca queste pubbliche letture, in particolare della Torriani, su temi «nei quali la più elevata poesia si unì a tenerezza squisita di sentimento», come per la composizione ispirata a Victor Hugo, La povera gente, ed elogia le parole indirizzate alla società operaia sulla "vita misera" delle donne. Non sempre tuttavia il tono dei commentatori è così garbato, e Saponaro scrive: «queste due brave signorine del Nord, intrepide e intraprendenti (… ) parlavan liberamente, e agivan con la stessa libertà».
Con l’Esposizione nazionale dei lavori femminili a Firenze, Maria Torriani approfondisce il suo concetto di uguaglianza. Di fronte a tanti guancialini, quadri e fazzoletti ricamati, riflette sul «tempo sciupato nell’esecuzione di un lavoro che vive ignorato nel salotto di qualche signora», e che «non è arte né industria». Le donne infatti, sottolinea, «bandite dal santuario dell’arte», le ricordano «quei poveri prigionieri che privi di carte, di calamaio, di penne, si procurarono delle tavolette col pane macerato». Perciò ritiene che solo se si darà alle donne la possibilità di «studi seri e regolari» per aprire loro la strada «a produrre veri lavori d’arte», si potrà giudicare «con giusta misura l’intelligenza femminile». Proprio in nome dell’uguaglianza, d’altronde, non hanno senso a suo parere queste esposizioni separate dagli uomini: «Questo isolare i lavori delle donne arieggia un esame di bambini, le cui produzioni vanno vedute a parte, e considerate colle attenuanti della loro età». «I versi della Fusinato, della Milli, le prose della Percoto non valgono quanto i lavori» di molti uomini, «se non che quelle prime recarono in più sulla bilancia il loro grave fardello di ostacoli superati?» Nel corso del tempo mantiene questo giudizio negativo su tali esposizioni, e nella lettera a Luigia Codemo del 1880 spiega di non aver accettato una conferenza alla mostra di Firenze «che fa l’esposizione delle donne intelligenti, come fossero dei cani ammaestrati», e di aver preferito Torino per un ciclo in cui non si trattava di «separazioni di sesso nell’intelligenza».
La sera, tornando dall’Esposizione, racconta che pensando di esporre le sue riflessioni all’amica, «emancipata fino alle ultime conseguenze», e quindi forse "edificata" dalla mostra, si aspetta una discussione ma, dopo la sua arringa, la Mozzoni si dichiara semplicemente d’accordo, dandole la sensazione di uno «spreco d’eloquenza». Nella poesia "In campagna", Maria ricorda con affetto la loro amicizia, le discussioni, «sull’imbrunir, quando fumar m’alletta / il sigarin piccante», quel fumare da lei tanto amato, anche se allora era considerato riprovevole per una donna, in quanto "stupefacente" e perché «una bella donna con la sigaretta è ridicola» (Serao), e continua rimpiangendo di non poter sentire i «discorsi illuminati e seri» dell’amica d’un tempo «il cui ingegno vasto e profondo non può essere paragonato che alla sua vasta e profonda dottrina»: «Quante cose tu m’hai insegnate / ch’io non aveva studiate!».

 
 

Associazione Culturale Leggere Donna - Luciana Tufani Editrice
Via Ticchioni 38/1 - 44122 Ferrara
tel/fax 0532/53186 - e-mail luciana.tufani@gmail.com