Giuliana Ponzio
È nata a Pavia, vive e lavora a Firenze. Ha insegnato lettere nella scuola media superiore e attualmente è operatrice d'accoglienza presso la "Associazioni Artemisia. Centro donne contro la violenza Catia Franchi" di Firenze.
Ha pubblicato con Paola Galli Madre e handicap (Feltrinelli 1988) e con Angela Marranca Mai come lei (La Tartaruga 1996)
* Postfazione di Eugenia Romanelli a Tra stomaco e cuore
Come piccoli cerchi. Sì, questi racconti brevi stanno insieme come cerchietti intersecati tra loro.
Dieci storie, dieci donne (o una sola?) tutte annodate ai dettagli che fanno una vita. Una narrazione piccola, col fiato corto, dentro spazi ristretti, senza eroi o vincitori, senza gesta, senza rumori. Eppure, tanto movimento: tutte le donne di questo libro sono al centro di rivoluzioni, grandi quanto invisibili e silenziose. Perché intime. Sta qui la poesia, nella dimensione ridotta e gentile del racconto, nel pudore e nel bisbiglio soffiato di tante vite vissute in segreto.
Non c’è balbettio o indugio, però: le pagine scorrono veloci, convulse e anche prepotenti, schizzando coraggio. È il coraggio delle protagoniste, piene di voglie e di fame, che cercano affannate un nuovo posto per sé («Un posto conquistato con fatica, giorno dopo giorno, rosicchiando certezze e incertezze con l’infaticabilità di chi vuole arrivare al punto nevralgico, dove lo spazio tra pelle ed unghia non esiste più e i conti si fanno solo sulla resistenza al dolore di una pelle sottile, senza protezione»). E che scoprono desideri nuovi, trovano, allargano o ridimensionano spazi sottratti, recuperano e ricordano (liberando memorie), correggono falsi abbandoni, curano dolori macerati addosso. Come? Inseguendo il sintomo che è grido di dolore, orma, sagoma e ombra di un segreto rubato, indizio. E come esploratori testardi e un po’ spaventati, si incamminano alla ricerca di un io scomparso.
Non ci sono ricette, lieto fine o soluzioni esemplari. Solo guizzi e sorprese che accendono un movimento, dubbi che srotolano domande, piccoli desideri che sciolgono passioni irrigidite. Conati. Ed è questo l’invito e l’augurio a chi legge: completare il giro, concludere l’abbozzo, e magari ricominciare da capo, diventando protagoniste/i della propria storia.
Il corpo, il piacere, il desiderio
Le mani, nei racconti, toccano molto. Così gli occhi, accesi, vivissimi che rubano, scovano. E spesso costruiscono mondi. Ma è tutto il corpo che tiene e respinge, intrica e disfa (“Sometime, somewhere” è un corpo a corpo nel perimetro di un letto). Si racconta di bocche che assaggiano e vomitano, di abbracci soffocanti e gelati, di convulsioni e dolci carezze, di sapori, profumi, colori. Col corpo la scrittrice conosce, chiede, dice. È un corpo nuovo, liberato, autonomo. Ma anche molto malato, un corpo privo, contorto. In ogni racconto è rivelatore: come una scatola cinese, come una caccia al tesoro sputa fuori verità o trabocchetti, ma comunque tracce.
Del corpo Giuliana Ponzio vuole dire, e dice con tenacia, a voce alta: non più oggetto di desideri altrui, ma soggetto autonomo perché appassionato, vivo, cangiante, forse sofferente ma libero. Sul corpo sta la storia di ognuno (pieghe e rughe, mappa perfetta!), sta il dolore (i sintomi lo scatenano, lo imprigionano), sta il piacere.
Ed ecco il punto: il piacere. Il piacere di «un compact, una sigaretta, l’ultimo telegiornale già in pigiama» (“La single”), o quello di Irma (“Tra stomaco e cuore”): «il calore del sole sul viso, il corpo nudo, mangiare, digerire, buttarsi nell’acqua del mare, fare un viaggio lungo e lontano». Piaceri semplici, al minimo, ma veri perché soddisfazioni di desideri.
Il desiderio per Ponzio è quell’attimo privato che ci fa accedere alla libertà, ci assegna una partecipazione importante, è vittoria e guarigione, è testimonianza di vita, urgenza e passione, presenza materica in cui riconoscersi. Il desiderio come tramite di sé, vocabolo, gettito e, per questo, modo di vivere (”La single” desidera semplicemente il suo libro: «Non l’avrebbe mai aperto di scatto all’inizio del primo capitolo perché, come nei gesti d’amore, c’era un rituale preparatorio che, dilazionandone l’incontro diretto, rendeva l’oggetto più prezioso, accrescendone il desiderio»).
In questi racconti è proprio attraverso il desiderio che si ricostruisce la trama lacera e si ritrova un posto perduto. E attraverso degli “strappi”, a volte dolorosi, si può cominciare a narrare la propria storia: «A interrompere la geometricità di quel rito, intervenne un fatto all’apparenza insignificante, come un filo troppo tirato da una mano impaziente che produce un arricciarsi della stoffa, in sé ben piccola cosa, se in realtà quell’involontaria increspatura non provocasse nel tessuto già logoro e leggero uno strappo irreparabile» (“Foglio in bianco”).
Uomini
Ladri. Gli uomini per Ponzio sono ladri. Rubano alle donne, tolgono loro le cose più preziose: le privano della loro autonomia, del loro amore per se stesse, le ammalano. Gli uomini si sovrappongono alle loro donne, confondono, soffocano. Mettono a tacere. E le donne ne muoiono, a volte (come la signora Luisa in “Donna lombarda”). È questa la denuncia del libro, l’allarme lanciato. Forse un po’ ingenuo.
Riccardo, Alberto, Roberto, Mario, Pino… sono uomini censori, ingombranti, distratti, nevrotici, fragili. Uomini che non capiscono, che non sanno “tenere”, che tradiscono patti, uomini assenti, poveri. Questa parte assegnata agli uomini funziona narrativamente ma non sempre è convincente: le donne sono solo parte lesa, e i ruoli sono netti non ci sono sfumature, nessun dubbio.
Si potrebbe pensare a una piccola ignoranza, a una mancanza di curiosità, forse un timore di fare i conti con una redistribuzione di responsabilità. Ma non è così. Gli uomini di questo libro sono funzioni, non personaggi, servono come unità di misura, sono volontariamente privi di espressione. Perché? La risposta è semplice: perché qui si parla di donne e non di uomini, di libertà e non d’amore. Ecco il punto da chiarire per comprendere come mai le coppie di questi racconti sono così eccessivamente stigmatizzate, fisse, trattate con poca generosità, senza pena, fatte di incompatibilità assolute, tagli netti, assenza di chiaroscuri, dove il rapporto a due è solo prigione e cava di solitudine.
L’unico racconto in cui il personaggio maschile ha uno spessore non soltanto da un punto di vista narrativo è “La tregua”. Anche Antonio è descritto con pochi tratti, ma il suo silenzio non è assenza, il suo ritardo non è abbandono. Anzi. Antonio sa contenere la paura di Carla, sa cullarla, può sopportarla senza esserne spaventato o travolto, senza sentirsi sminuito. “La tregua” testimonia la possibilità di un rapporto buono tra un uomo e una donna, e misura, tra questi racconti, la differenza tra amore e devozione, cura e schiavitù, desiderio e bisogno, fusione e compassione, simbiosi e condivisione. Antonio e Carla possono stare insieme bene perché sono ognuno padrone della propria vita.
Parola di donna
E torniamo ai cerchietti. I dieci racconti narrano una cosa sola: un piccolo viaggio intorno al sé (verso il sé), partito da un indizio (sintomo), qualcosa per caso fuori posto che traduce una angolazione nuova e per questo appetibile. Un libro che racconta dieci volte la stessa storia, come una nenia. Andando all’indietro. Per questo è un libro scritto da donna: la narrazione è chiusa, circolare, ripetitiva, mai geometrica, piccola, intima. Senza ritmo battuto, povera di realtà, ricca di immagini e ricordi, di stordimento e meraviglia, ubriaca. L’avarizia di punteggiatura crea uno scivolo nel discorso, l’incedere spesso convulso, il disordine semantico affastellano e confondono fantasia e realtà sovrapponendole con ironia. Non una pausa, non una sospensione, ma un flusso, insaziabile, disposto a cessare solo in staffetta con un altro, già pronto e uguale: come la ninna nanna di una madre, così un lamento e una passione insieme.
Però pieno di senso. È qui la differenza con la cantilena vuota, intonata solo per riempire un buco, per fare coraggio. In questo libro (piccola filastrocca intelligente) c’è il recupero di un grande tesoro: il desiderio di rapportarsi di una vita perduta.
Tra stomaco e cuore
È il racconto-guida, prototipico, rispetto agli altri. La sua stesura ha chiesto molto lavoro, ingarbugliato com’era tra mille fila di pensieri, idee, emozioni che non trovavano mai una sintesi.
La storia narra di Irma malata. Una malattia brutta, di quelle che non hanno senso, senza diagnosi, senza cura: è malata di sofferenza. Ha accanto un marito amatissimo, Pino, tanto premuroso quanto inconsistente. Il racconto snocciola impietoso un sintomo dopo l’altro, e niente sembra riuscire ad interrompere il rituale nevrotico della sofferenza di Irma, complice il marito.
Poi, d’improvviso, un ricordo. E l’ennesima giornata trascorsa a tessere la trama precisissima del proprio dolore subisce un arresto. Attorno a questo ricordo s’infittiscono immagini e emozioni nuove, molto private. È in questa intimità sconosciuta che Irma ritrova un suo spazio, cuccia e capanna dove rifugiarsi, dove riconoscersi. Le braccia pronte ma estranee di Pino sembrano a poco a poco non servire più, mentre al sintomo si sostituiscono azioni precise, fatte di mira e desiderio.
Questa storia parla per tutte le donne e offre una via alternativa alla sofferenza, quella della libertà: libertà che regala autonomia ai desideri, che difende dalla solitudine e dalla malattia, che insegna ad amare senza consegnarsi, che permette di chiamare cose e sentimenti col loro nome. Lo mostra bene l’Amelia in “Donna lombarda”, unica, tra le donne di questo libro, a non avere barattato se stessa per l’amore di un uomo.
La single, racconto tratto da Tra stomaco e cuore di Giuliana Ponzio.
Camminava veloce con quella sua speciale apparente distrazione accentuata dagli occhiali da miope e dalla matassa di capelli bianchi e ribelli sul viso ancora giovane. Un bel caffè, pensava, mi piacerebbe un bel caffè. La tracolla un po’ pesante le ricordava golosamente i due libri da leggere al giardino, scelti accuratamente: una rilettura e un testo dell’autrice a lei cara, nuovo, scelto perché il titolo le aveva provocato un piccolo brivido di piacere.
Camminare nella sua piccola città sui ciottoli arrotondati divisi da due corsie di pietra, ritrovare ogni giorno quell’angolo, quel muro, quei saluti distratti dalla consuetudine, le faceva pensare che le strade fossero un prolungamento della casa, come se in realtà non avesse mai compiuto quel piccolo strappo che produce la porta chiusa alle spalle.
Scelse con attenzione, concedendosi il regalo di un bar centrale dove il caffè veniva servito in tazze sottili e grandi e dove la fantasia era eccitata da vari tipi di zucchero. Uscì dal bar attardandosi nelle vie del centro a sbirciare le vetrine. L’immagine che i vetri rimandavano le era familiare e simpatica; oddio, forse i capelli andavano un po’ tagliati e le spalle erano leggermente curve ma si permise un sorriso amichevole, e la mano saliva a domare i capelli. Mentre istintivamente raddrizzava le spalle, sentì la voce di Riccardo gentilmente ironica: «Ma cosa aspetti a far ginnastica, di diventare definitivamente un gobbetto portafortuna?» che, come sempre, le aveva creato lo sgomento di chi non riesce a leggere l’intonazione dell’altro. Era sempre stato così fra loro, un piccolo duello formale, svuotato di passione, raggelato dall’eleganza dei gesti e dalla moderazione dei toni. Lei, abituata alle esplosioni, alla passionalità, si era appiattita tentando di adeguarsi e le sue emozioni, a volte così nude e scoperte, le erano apparse disperatamente sopra le righe, stonate di fronte all’irraggiungibile compostezza ironica di Riccardo. E si era sentita in torto.
Riprese a camminare e questa volta fu la seduzione di una vetrina di morbida lingerie che catturò la sua fantasia. Quelle camicie da notte deliziose, il raso carezzevole, il lucido e opaco dei piccoli capi l'avevano sempre attratta. Ecco un punto d’incontro con Riccardo, pensò; gliene aveva regalate molte, anche dopo la separazione, come se continuasse caparbiamente ad affidare la continuità del rapporto con lei al filo di una raffinata eleganza. Sospirò a fondo, come per concludere ancora una volta quella storia, già chiusa da anni. Ormai era una single e si sentiva quasi sempre al suo posto. Un posto conquistato con fatica, da sola, giorno dopo giorno, rosicchiando certezze e incertezze con l’infaticabilità di chi vuole arrivare al punto nevralgico, dove lo spazio fra pelle e unghia non esiste più e i conti si fanno solo sulla resistenza al dolore di una pelle sottile, senza protezione.
Mentre riprendeva la sua passeggiata cercando la strada preferita, i percorsi chiazzati di sole sull’acciottolato, pensò che non era stato facile togliere il connotato patetico alla solitudine per trasformarla in spazi e tempi lussuosamente suoi, da spendere o da risparmiare. Eppure erano state proprio le coppie, quelle conosciute o sconosciute, ad aiutarla nel suo percorso grazie al senso di noia che le comunicavano. Le cene, le feste a cui era puntualmente invitata dalle coppie! Quei salotti cosparsi di riviste di moda, quelle cucine tutte identiche, splendenti, quelle camere da letto fredde, con l’armadio e il cassettone tutto in tinta o, anche, tutte bianche, dove niente poteva suggerire il passaggio, sia pure fuggevole, della passione. Eppure una sera, incitata da una coppia che in qualche modo l’aveva magnetizzata, era rimasta senza parole dentro a una stanza da letto, dove tutto era così ricco di echi, di morbidezze, di calore, di fascino che le tornarono in mente i versi di un poeta tanto amato che invitavano a un paese lontano dove «tutto non era che ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà». La magia era tutta lì, nell’evocazione di un "altrove" dove una storia non avrebbe mai potuto diventare come le altre. Quella stanza piena di collages maliosi, di grandi fotografie di Ines in tutte le pose, di poltrone cariche, di cuscini morbidi e lucenti l’aveva turbata come un paradiso impossibile. La sua sicurezza aveva subito un’incrinatura, allagata dalle lacrime che al ritorno le avevano impedito di prendere sonno.
Al contrario, nelle cene delle solite coppie, c’era qualcosa di mortale nelle mani che non si sfioravano mai, in quei corpi rigidi, prigionieri delle sedie, come immemori di spostamenti audaci e di slanci inconsueti… e quegli occhi, poi, che si lanciavano solo messaggi funzionali o rivendicativi! A quelle cene, piano piano, sera dopo sera, lei aveva cominciato a recepire la sua solitudine come libertà.
Cento volte meglio sola, aveva pensato, masticando lentamente l’ennesimo carpaccio con rucola quasi di prammatica negli inviti a cena. La padrona di casa, come da copione, aveva presentato il piatto con le solite gioiose battute «il carpaccio, che invenzione! Veloce, pratico, stuzzicante…». Ed eccolo lì, roseo nel suo letto verde, senza sorprese, inevitabile nel suo sapore scontato. La prima volta che l’aveva assaggiato era stato con Riccardo, in un ristorante appena aperto, che tentava la nouvelle cuisine… ma era stato almeno quindici anni prima. Forse quindici o venti anni fa quei salotti, quelle cucine, quelle camere, quegli amici le avrebbero dato sicurezza, anzi certamente gliel’avevano data. Si era sentita anche una di loro: gli uomini da una parte, le donne dall’altra, anche se dentro di lei, e questo era ben infisso nella sua memoria, non era mai venuto meno quel filo oscuro di malinconia che la attraversava fin da bambina, un "regret" per l’assenza di qualcosa, una mancanza indefinita che la lasciava in attesa.
Come l’aveva aiutata scoprire di odiare i salotti, le cucine, le coppie! Da tempo ormai, quando il soffio insopportabile della rassegnazione, della noia, del "solito" si sprigionava da persone o cose raggiungendola, il sapore gustoso e concreto della sua libertà veniva subito a soccorrerla, e così, sempre più spesso, le capitava di sentirsi fuori posto e di chiedersi: cosa sto facendo io qui? Allora, con un miscuglio di sensazioni a volte contrastanti, decideva di andarsene improvvisamente, seguita dallo sguardo per metà compassionevole e per metà invidioso delle donne e da quello rianimato degli uomini. Scendeva le scale con un misto di sollievo e amarezza, ben sapendo che di sopra, nel salotto, stavano parlando di lei. Mentre cercava le chiavi e si infilava in macchina, l’amarezza si scioglieva. Perché mi deve perseguitare questa piccola, stupida sensazione di solitudine?, e guidava sicura fino a casa con la radio a tutto volume.
La casa al rientro era buia e silenziosa ma lei voleva proprio questo per poterla animare con piccoli riti di un piacere che appartiene alla notte: un compact, una sigaretta, l’ultimo telegiornale già in pigiama, struccata, i pensieri veloci già rivolti al giorno dopo perché la notte perdesse un po’ i segni dell’indefinitezza.
Dopo la separazione le era capitato qualche volta di rientrare con un uomo, con Fabio, per esempio, che dopo un rapporto fiacco e deludente per entrambi era stato tutta la notte seduto in cucina davanti a un bicchiere mezzo vuoto. Lei era stata letto, sveglia fino all’alba, ma stranamente senza ansia, senza la malinconia ricorrente, senza quel vuoto, quel "regret". A Fabio non aveva ripensato neppure un istante, era una diversa se stessa quella che stava ascoltando. Aveva ripensato spesso a quella notte: si era sentita veramente single per la prima volta. Niente infatti la legava a quell’uomo che stava in cucina, il gioco piatto e tiepido dei loro corpi non l’aveva sfiorata, era già molto lontano da lei. Improvvisamente si era scoperta allegra. Dormire? Seppellire nel sonno questa nuova, impalpabile sensazione di gioia? Neanche a parlarne! Così verso l’alba era andata in cucina, aveva fatto il caffè nelle tazzine con il bordo di foglioline d’edera, e poi, sotto gli occhi stupiti di un Fabio un po’ sbronzo e un po’ umiliato, aveva preparato un piatto di bruschette che aveva divorato voracemente. Fabio, sorpreso da quello scoppio di desiderio, avrebbe voluto riscattarsi in un nuovo tentativo, ma lei, irremovibile, lo aveva scortato ridendo fino alla porta che si era sforzata di chiudere lentamente per farsi perdonare.
Scoprirsi allegra era stato straordinario. Non c’era abituata. All’inizio aveva paura che la sua allegria potesse volatilizzarsi in un batter d’occhio, smarrirsi, soccombere, strozzata dal filo dell’eterna malinconia: e invece si era fatta sentire sempre più spesso e quando si era resa conto, un giorno all’improvviso, che essa usciva, sì, proprio usciva, dall’interno del suo corpo, dalla pancia in su, improvvisa e irrefrenabile, aveva capito che ormai le sarebbe appartenuta definitivamente.
Era quasi arrivata al giardino dove finalmente si sarebbe messa a leggere e anche la panchina prescelta, mezza al sole e mezza all’ombra, era libera. La scelta di quale libro iniziare le procurò una piccola sofferenza per l’avido timore di perdere anche una briciola, un frammento forse impossibile da recuperare del suo piacere. Si risolse per il libro appena comprato, nuovo al tatto, di una rigidità virginale quasi restia a spalancare di colpo le proprie pagine davanti a un occhio curioso e scrutatore. Lei gli tolse delicatamente il cellophane protettivo, poi, accarezzandone la copertina lucida, iniziò a sfogliarlo lentamente. Non l’avrebbe mai aperto di scatto all’inizio del primo capitolo perché, come nei gesti d’amore, c’era un rituale preparatorio che, dilazionandone l’incontro diretto, rendeva l’oggetto più prezioso, accrescendone il desiderio. Il dietro della copertina, le fascette laterali, un eventuale disegno, cominciavano a rendere concreta quell’aura di attesa che poteva anche preludere a un "altrove". L’introduzione era lì, ma lei non l’avrebbe letta adesso. Non faceva parte dei preliminari e le sembrava più stuzzicante penetrarvi per ultimo, per un supplementare piacere in più, per un abbandono non troppo brusco.
Ogni tanto le era necessaria una pausa perché le parole scritte trovassero la loro collocazione al suo interno, senza sovrapporsi, senza cancellarsi. Secoli prima Riccardo, in tono leggero e un po’ beffardo, le aveva detto: «non solo sei assolutamente monogama, ma leggi anche esclusivamente romanzi d’amore!». Lei, come sempre, aveva cercato di decifrarne il volto per cogliervi un segno, ma una maschera di sorridente cortesia l’aveva respinta.
Era poi vero che lei leggeva sempre romanzi d’amore? Forse, ma non lo ricordava, e certamente ora le sue letture erano diverse. Le venne un attimo di rabbia, perché non gli ho risposto male?, ma il libro l’aveva già ricatturata.
Alzò gli occhi per stiracchiarsi e il suo sguardo errò intorno pigramente; poi, piano piano, andò insinuandosi in lei il piacevole ricordo dell’incontro di qualche giorno prima con Andrea. Un cinema combinato all’improvviso con amici, qualche persona in più, un viso nuovo, sconosciuto; le presentazioni e un "salve" casuale, poi un altrettanto casuale «ti do uno strappo io, sono sulla strada». Già dopo i commenti di rito al film, niente più era stato casuale, i discorsi si erano infittiti allungandosi in domande e risposte spesso sottilmente emozionate, attraverso un gioco leggero ma palese a tutti e due. Così sarebbe stato strano non rivedersi, anche se le battute del commiato erano tornate più casuali per la paura di definire troppo, di sciupare tutto. Lui, all’ultimo, si era risolto a chiederle in fretta: «ti andrebbe di mangiare qualcosa insieme domani sera?». Un piccolo tuffo al cuore le aveva impedito l’azzardo di una risposta immediata. «Domani non posso, ma sentiamoci per telefono verso giovedì». Aveva tergiversato per prendere tempo e mettere ordine nel groviglio delle sensazioni.
Si accese una sigaretta che fumò lentamente perché il pensiero avesse il tempo di diluirsi perdendosi nell’aria; ma quando riaprì il libro, si rese conto di non riuscire a essere completamente catturata. Si irritò per la facilità con cui il solo ricordo della serata con Andrea fosse riuscito a distoglierla dal piacere della lettura, insinuandosi tra lei e il libro, senza prepotenza, ma in modo in un certo qual senso definitivo. Pensò a Riccardo che non aveva mai alzato la testa da un libro o da un giornale meritandosi, naturalmente, molta ammirazione per la sua capacità di concentrarsi. E pensò anche a sé, che aveva alzato la testa dalla lettura milioni di volte per l’entrata di Riccardo, per un suo richiamo, per uno squillo del telefono, per controllare la temperatura del forno.
In quegli anni di solitudine in cui era andata perfezionando la sua posizione di single aveva sperimentato anche lei il piacere sottile, e a volte insidioso, di non avere le orecchie tese continuamente all’ascolto dell’altro, per prevenirne i desideri, forse gli attacchi. Una volta invece si sarebbe sentita fuori dal gioco se non fosse stata continuamente aperta, spalancata, traversabile dalle esigenze degli altri. Che incredibile sensazione di benessere, adesso, poter scegliere di ascoltare solo se stessa! Sono stata saccheggiata, pensò. Perché ho smesso di leggere romanzi d’amore? Perché li ho banditi, eliminati, elusi dalle mie letture negli anni? Dove si sarà perso quel mio preciso desiderio? Si sarà cambiato in qualcos’altro? Forse. Lo spero. Oppure sarà nascosto, umiliato e azzerato dalla violenza del saccheggio?
Chiuse il libro e uscì assorta dal giardino ripercorrendo la strada acciottolata verso casa, ancora avvolta nell’incertezza perché quella sera stessa, giovedì appunto, l’avrebbe chiamata un Andrea sollecito e simpatico, desideroso di uscire con lei. Ma poi? Si era data tempo per mettere ordine in un groviglio… ma ordinare o disordinare? Ecco! Era proprio disordine quell’altrove, evocato dal suo poeta, dove tutto era bellezza, lusso, calma e voluttà! E perché pensarci tanto? Una cena, forse una notte con un uomo, e allora? Non le capitava da parecchio, o probabilmente non era disponibile, o non aveva visto… non aveva desiderato.
Quando entrò in casa, si sdraiò sul letto. Le sembrò di dover ricapitolare: ordine o disordine? Pensò a Riccardo e all’aura di freddezza che li aveva avvolti; alle storie brevi, simpatiche o meno, che aveva avuto; a Fabio e all’allegria improvvisa di quella notte. L’allegria! Eccola, la sentiva germogliare, sarebbe bastato rilassarsi, farla salire, lasciarle la decisione. Ancora un po’ di tempo, pensò ho solo bisogno ancora di un po’ di tempo. Si alzò, inserì la segreteria telefonica. Lo chiamerò io domani, si disse scegliendosi un CD per la sera.