Traduzione e postfazione di Emanuela Cavallaro
Una bambina scopre la lingua e la scrittura giocando con le parole, e così facendo indaga a fondo i significati di quelle stesse parole, portandoli all’estremo e interpretandoli con assoluta precisione, facendoli così scivolare nel loro contrario, portandone alla luce il lato assurdo.
Le difficoltà della protagonista con l’ortografia sono il segno della sua difficoltà ad adeguarsi al sistema-lingua, a trasporre la propria personalità multiforme in quello strumento rigido e razionale che è la lingua, e in particolare la lingua tedesca. La narratrice bambina guarda dal margine; è straniera nell’ordine grammaticale. E questa sua posizione marginale le permette una visione e una prospettiva insolita e ironica della lingua, e allo stesso tempo del mondo. Così tutto si trasforma nel suo contrario, e in particolare nel contrario di ciò che chi legge si aspetta.
La bambina è straniera nella lingua così come lo è nel mondo, nella realtà in cui si trova a vivere, e di cui fatica non poco ad accettare le regole. Il suo faticoso apprendistato alla scrittura è anche simbolo del più faticoso apprendistato alla sopravvivenza. La Germania del dopoguerra e dei primi anni Sessanta, in pieno boom economico e con una gran fretta di dimenticare, è il teatro di questo apprendistato, e viene descritta con icastiche pennellate.