Cristina Trivulzio di Belgiojoso
Biografia:
Nasce il 28 giugno 1808 a Milano. Quando ha solo 4 anni, il padre muore, lasciandola erede del ricco patrimonio dei Trivulzio. La madre, Vittoria, sposa dopo poco Alessandro Visconti D’Aragona, aristocratico di vedute liberali e membro del gruppo del "Conciliatore". Il suo arresto nel 1821, in collegamento alla congiura antiaustriaca, è alla base della formazione politica di Cristina.
A sedici anni sposa il principe Emilio Barbiano di Belgiojoso, il matrimonio tuttavia dura poco e nel 1828 Cristina decide di lasciare il marito frivolo e donnaiolo. Ottenuto un passaporto francese, inizia a viaggiare fuori e dentro l’Italia entrando in contatto con gli intellettuali liberali e patrioti dell’epoca; nel 1830 è a Ginevra, città che è il punto di riferimento per il dibattito culturale e politico dove conosce molti esuli e, a seguito di una rocambolesca fuga, riesce a varcare il confine francese, cosa che le era stata proibita da un’ingiunzione della polizia austriaca. In poco tempo Cristina fa due importanti conoscenze: Augustin Thierry, storico per il quale nutrirà sempre dell’affetto, e Francois Mignet. Negli anni trenta si trasferisce a Parigi e superate le difficoltà finanziarie dà vita a uno dei più frequentati e vitali salotti, divenendo il punto di riferimento di esuli italiani che organizza e sostiene anche finanziariamente, di politici e intellettuali che vivono o sono di passaggio a Parigi. Basta qui solo ricordare alcuni nomi: Filippo Buonarroti, Camillo Cavour, Toqueville, Balzac, Heine, Liszt, Bellini.
Nel 1838 nasce la figlia Marie.
Negli anni quaranta dopo un lungo soggiorno in Inghilterra, ritorna in Italia. Ispirata dalle idee dei socialisti utopisti converte le sue proprietà di Locate in una comunità agricola sul modello dei falansteri di Fourier.
Nel 1842-43 viene pubblicata la sua prima opera, in quattro volumi, Essai sur la formation du dogme catholique, in cui sottolinea con forza l’importanza del libero arbitrio. Nel 1844 si occupa delle teorie di Vico traducendole in francese. Nel 1845 assume la direzione dalla Gazzetta Italiana. Nel 1848-49 si trova in Italia e, raggiunta a Napoli dalla notizia dell’insurrezione di Milano, raccoglie un battaglione di volontari e vi arriva per dare sostegno al governo provvisorio. Dopo la sconfitta dei moti rivoluzionari torna a Parigi da dove riprende i contatti con Mazzini e tenta di riorganizzare l’opposizione all’Austria. Nel 1849 è a Roma, incaricata da Mazzini della direzione degli ospedali militari della repubblica nella cui conduzione anticipa alcuni dei metodi di Florence Nightingale e utilizza come infermiere delle prostitute attirandosi le ire del papa. Dopo il crollo della repubblica fugge in Grecia.
Nel 1850 è a Costantinopoli e poi ad Ankara. Si stabilisce poco distante in una tenuta che trasforma in fattoria. Nel 1852 parte per un pellegrinaggio a Gerusalemme. In seguito all’attentato subito ad opera di un esule bergamasco, si lascia convincere a rientrare in Italia. Negli anni che vanno dal 1855 al 1871 escono la maggior parte dei suoi articoli e racconti di ispirazione orientale e le sue ultime opere di riflessione politica quali Sulla moderna politica internazionale e nel 1866 esce il breve ma intenso Della presente condizione delle donne e del loro avvenire. Vive gli ultimi anni quasi in ritiro fra Milano e la villa della figlia sposata al marchese Ludovico Trotti, sul lago di Como.
Muore a Milano il 5 luglio 1871 all’età di 63 anni.
(Michela Poser)
Opere:
Essai sur la formation du dogme catholique, 4 vol. Paris: J. Renouard & C., 1842
·La Science Nouvelle par Vico, con l’introduzione «Vico et ses ouvres». Paris: J.Renouard & C., 1844.
·La Science Nouvelle, Vico et ses ouvres, traduite par M.me Belgiojoso, Milano,1844.
·Etude sur l’histoire de la Lombardie dans les trente dernières années, ou les causes du défault d’energie chez les Lombards, Jules Laisné, Paris, 1846.
·L’Italie et la révolution italienne de 1848 in «Revue de Deux mondes»: Insurrection milanaise. Le gouvernement provisoire. Les corps auxiliares (15 settembre 1848;) La guerre de Lombardie. La siège et la capitulation de Milan, 1 ottobre 1848; La révolution et la république de Venise, 1 dicembre 1848; La guerre dans le Tyrol italien (15 gennaio 1849).
·Stato attuale dell’Italia in «L’Ausonio», 1846.
·Premieres notions d’historie à l’usage de l’enfance: Histoire Romaine, Paris, 1850
·Souvenirs dans l’exil in «Le National», 5 settembre e 12 ottobre 1850.
·Souvenirs dans l’exil, ristampa dell’originale, Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1946.
·La vie intime et la vie nomade en Orient in «Revue des Deux Mondes»: Angora et Césarée, les harem, les patriarches et les derviches (1 febbraio 1855); Les montagnes du Giaour, le Harem de Mustuk-bey et les femmes turques (1 marzo 1855); Le touriste européen dans l’Orient arabe (1 aprile 1855); Les Européens à Jerusalem, la Turquie et le Koran (15 settembre 1855).
·Asie Mineure et Syrie, souvenirs de voyage, Paris, 1858
·Récits turques in «Revue des Deux Mondes»: Emina (1 e 15 febbraio 1856); Un prince kurde (15 marzo e 1 aprile 1856); Les deux femmes d’Ismail Bey (1 e 15 luglio 1856); Un Pacha de l’ancien régime (15 settembre 1856); Un paysan turc (1 e 15 novembre 1857); Zobeiden (1 e 15 aprile 1858).
·Emina, Paris and Leipzig, 1856.
·Scénes de la vie turque (Emina; Un prince Kurde; Les deux femmes d’Ismail-Bey), Paris, 1858.
·Rachel in «Revue des Deux Mondes», 15 maggio e 1 giugno 1859.
·Histoire dé la Maison de Savoie, Paris, 1860.
·Della presente condizione delle donne e del loro avvenire in «Nuova Antologia», vol.I n. 1,1866; ristampato in Il 1848 a Milano e Venezia, Feltrinelli, Milano, 1977.
·Osservazioni sullo stato attuale dell’Italia e del suo avvenire, Milano, 1868, tradotto in francese e pubblicato a Parigi l’anno successivo.
·Sulla moderna politica internazionale. Osservazioni, Vallardi, Milano, 1869.
Traduzioni in italiano e inglese delle opere di Cristina Trivulzio di Belgiojoso:
. Studi intorno alla storia della Lombardia negli ultimi trent’anni e delle cagioni di difetto d’energia dei Lombardi, Parigi, 1847.
· Un principe curdo, racconto turco-asiatico; Emina, Redaelli, Milano, 1857
· Oriental harems and scenery, translated from the french of the Princess Belgiojoso, Carleton, New York, 1862.
· L’italia e la rivoluzione italiana (dalla Revue des Deux Mondes, 1848) aggiuntovi gli ultimi tristissimi fatti di Milano, narrati dal Comitato di pubblica difesa, con documenti, Sandron, Palermo, 1904.
· La vita intima e la vita nomade in Oriente, Sonzogno, Milano, 1928.
· La rivoluzione lombarda del 1848, Universale Economica, Milano, 1949.
· Il 1848 a Milano e Venezia con uno scritto sulla condizione delle donne (a cura e con traduzione di Sandro Bortone), Feltrinelli, Milano, 1977.
· Ricordi dall’esilio, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1978.
· Vita intima e vita nomade in Oriente, Ibis, Como, 1993.
· Emina, Tufani, Ferrara, 1997.
· Un principe curdo, Tufani, Ferrara, 1998.
. Le due molgi di Ismail bey, Tufani, Ferrara, 2008.
Giornali fondati o pubblicati da Cristina Trivulzio di Belgiojoso:
· «Gazzetta Italiana» pubblicata a Parigi dal febbraio al dicembre 1845 e sostituita da
· «Rivista Italiana» pubblicata a Parigi nel gennaio 1846 e sostituita da
· «L’Ausonio. Rivista mensile italiana» pubblicata a Parigi dal marzo 1846 al febbraio 1848.
· «Il Crociato» supplemento a «L’Ausonio», pubblicato a Milano dall’aprile al luglio 1848.
· «L’Italie» pubblicata in francese a Milano dall’ottobre 1860 al febbraio 1861.
Biografie, saggi e articoli su Cristina Trivulzio di Belgiojoso:
·Archer Brombert, Beth, Cristina. Portraits of a princess, University of Chicago Press, 1977.
·Barbiera, Raffaello, La principessa di Belgiojoso, i suoi amici e nemici, il suo tempo, Milano, 1902, 1913, 1922, 1930.
·Barbiera, Raffaello, Passioni del Risorgimento. Nuove pagine sulla Principessa Belgiojoso e il suo tempo con documenti inediti e illustrazioni, Fratelli Treves editori, Milano, 1903.
·Bortone, Sandro, prefazione a Il 1848 a Milano e Venezia con uno scritto sulla condizione delle donne, Feltrinelli, Milano, 1977.
·Caprini, Giulio, Donna più che donna, Garzanti, Milano, 1946.
·Cazzulani, Elena, Cristina di Belgiojoso, Lodi, 1982.
·Gattey, Charles Neilson, A Bird of Curious Plumage, London, 1971.
·Guicciardi, Emilio, Cristina di Belgiojoso Trivulzio cent’anni dopo, Milano, 1973.
·Incisa, Ludovico e Trivulzio, Federica, Cristina di Belgiojoso. La principessa romantica, Rusconi, Milano, 1984.
·Malvezzi de’ Medici, Aldobrandino, «Una macabra leggenda» in «Pan», Milano, febbraio 1935.
·Malvezzi de’ Medici, Aldobrandino, Cristina di Belgiojoso, 3 vol, Treves, Milano, 1936 e 1937.
·Nanetti, Angela, Cristina di Belgioioso, una principessa italiana, EL, Trieste, 2002.
·Petacco, Arrigo, La misteriosa storia della dama del Risorgimento: Cristina di Belgiojoso, Mondadori, Milano, 1994.
·Scriboni, Mirella, «‘Se v’avessi avuto per compagna…’. Incontri tra donne nelle lettere e negli scritti dall’Oriente di Cristina Trivulzio di Belgiojoso» in «Italian Culture» vol.XII, 1994.
·Scriboni, Mirella, «Il viaggio al femminile in Oriente nell’800: la principessa di Belgiojoso, Amalia Solla Nizzoli e Carla Serena» in «Annali d’Italianistica - L’Odeporica/Hodoeporics:On Travel Literature» vol 14, edited by Luigi Monga, 1996.
·Scriboni, Mirella, «Cristina di Belgiojoso» in «Leggere Donna», n. 50 (maggio-giugno 1994).
·Scriboni, Mirella, prefazione a Emina, Tufani, Ferrara, 1997.
·Scriboni, Mirella, prefazione a Un principe curdo, Tufani, Ferrara, 1998.
·Severgnini, Luigi, La principessa di Belgiojoso, Virgilio, Milano, 1972.
·Whitehouse, H. Remsen, A Revolutionary Princess. Christina Belgiojoso Trivulzio. Her life and times, E.P. Dutton, New York, 1906.
(a cura di Mirella Scriboni)
* Dall’introduzione di Mirella Scriboni a Emina, Un principe curdo e Le due mogli di Ismail bey
Un viaggio e un percorso al femminile
«La Siria che ho visitato […] non assomiglia affatto alla Siria che ho visto nei libri. È vero che ero in posizione privilegiata rispetto alla maggior parte dei viaggiatori e che potevo conoscere un aspetto molto importante della società musulmana: l’aspetto domestico, quello in cui domina la donna. L’harem, questo santuario maomettano, ermeticamente chiuso a tutti gli uomini, mi era aperto. Vi potevo penetrare liberamente: potevo conversare con quegli esseri misteriosi che l’europeo intravede solo velati, interrogare alcune di quelle anime che non si aprono mai, e stimolarle a confidenze preziose su tutto un mondo sconosciuto di passioni e di pene. I racconti dei viaggiatori, incompleti per quello che riguarda la società musulmana, lo sono d’altronde molto spesso per quel che riguarda la natura e l’aspetto materiale dei luoghi».
In queste parole, oltre ad una ulteriore presa di distanza dalla letteratura di viaggio in Oriente che l’ha preceduta, c’è anche un’esplicita rivendicazione del segno tutto “femminile” del proprio viaggio. Il viaggio in Oriente e la scrittura che lo racconta sembrano infatti diventare, per Cristina, l’occasione di una ri/scoperta e di una ri/definizione di un senso dell’identità femminile fino a quel momento non chiaramente esplicitato, se pur presente, nella sua opera. Tappe fondamentali – del viaggio e di questa ridefinizione – appaiono gli incontri con le altre donne e il racconto della propria storia personale si trasforma progressivamente in racconto delle loro storie. La scrittura stessa riflette questo intreccio tra la storia di sé e la storia delle altre, attraverso un continuo movimento dall’interno all’esterno e viceversa e un alternarsi di presenza e assenza dell’io narrante.
È emblematico il fatto che questa ri/scoperta della realtà della donna coincida con l’avvicinamento all’Oriente e sia resa possibile dall’allontanamento dalla politica e dall’Europa, entrambi luoghi di cancellazione della donna e di costruzione di immagini del “femminile”.
Il percorso di Cristina inizia con un riattraversamento del passato nelle lettere di Souvenirs dans l’exil. Il lungo colloquio con l’amica è – oltre che una rivisitazione della propria vita dall’arrivo a Parigi fino agli avvenimenti europei ed italiani del 1848 – una storia di ricapitolazione della propria vita “al femminile”. Nel racconto appaiono personaggi chiave della vita politica e culturale italiana e francese (come Napoleone III, Gioberti, Liszt), ma dallo sfondo emergono soprattutto figure di donne: madame Récamier a Parigi, le donne volontarie nel lavoro degli ospedali militari a Roma e le donne incontrate in Grecia e a Costantinopoli.
Fin dal primo fugace incontro a Malta – durante una visita ad una nave diretta alla Mecca – con la giovane figlia dell’Imperatore del Marocco, lo sguardo di Cristina si mette a fuoco sulle donne orientali e la loro condizione nella società islamica.
Arrivata a Costantinopoli la principessa si imbatte in un corteo di donne, eunuchi e pascià dell’harem e, dopo averlo descritto all’amica, osserva: «Ho provato un interesse vivissimo nel vedere tutte queste novità. Ma come sarebbe aumentato il mio piacere se vi avessi avuta per compagna!».
L’amica – un’altra donna – appare quindi l’unica possibile compagna di viaggio all’interno di questo mondo e della cultura orientale. In sua assenza è la scrittura rivolta a lei che si fa – oltre che interprete e testimone - «compagna » del viaggio esteriore ed interiore.
Le «leggi dell’harem» (come lei le definisce) che Cristina ancora non conosce all’inizio del viaggio si rivelano a poco a poco nelle visite e nei frequenti incontri con donne durante il viaggio a Gerusalemme. Occasione di molti di questi incontri è la richiesta di un parere o di vere e proprie visite mediche che viene rivolta a Cristina, preceduta nel viaggio dalla sua fama di “guaritrice”. Il corpo diventa così tramite reale e simbolico della comunicazione con altre donne. Già nelle prime descrizioni contenute in Asie Mineure et Syrie, la fisicità e la presenza corporea sono l’aspetto più evidente di questi luoghi, che non assomigliano affatto a quelli evocati nei racconti esotici, ma sono ambienti soffocanti e rumorosi, privi di aria e di luce, dove le donne vivono annoiate e in rivalità tra di loro, passando molto tempo a truccarsi in modo grottesco.
L’aspetto fisico delle donne orientali, la loro apparente indolenza e concentrazione su attività futili, rappresentano spesso, all’inizio del viaggio della principessa, un ostacolo alla comunicazione: nell’incontro con la moglie favorita del pascià di Cerkes, che la ospita nella prima tappa dl viaggio, il pesante trucco della donna («una bella virago spalmata di rosso e nero») – quasi una maschera – sembra stabilire una separazione fra le due donne e Cristina non prova nessun desiderio di approfondire questa conoscenza. Col proseguire del viaggio, però si accorge che quella della sottomissione e della passività è, appunto, una maschera – necessaria – indossata in presenza degli uomini, mentre da sole con lei le donne manifestano curiosità, intelligenza e passioni.
Con sempre maggiore frequenza Cristina ammira la bellezza e nota la personalità di alcune donne, come la giovane moglie di uno dei pascià che la ospitano, infelice e tiranneggiata dalle altre mogli perché senza figli, o la moglie di un ricco commerciante di Tiberiade, convinta che la principessa possa darle un rimedio per avere figli.
La separazione di maschere e diaframmi nei rapporti tra la donna occidentale e le donne orientali, è evidente nella descrizione dell’ultimo soggiorno in un harem prima del ritorno a Ciaq-Maq-Oglou. Qui Cristina assiste alla visita alle mogli del pascià di una loro amica vedova dai modi molto europeizzati, che le incita a ribellarsi al marito tiranno. Le donne rispondono che – relegate nell’harem dall’età della ragione – non sanno niente del mondo esterno e se perdessero il loro pascià sarebbero ridotte alla disperazione. Quando viene chiesto il suo parere, Cristina risponde che capisce come – data la loro esperienza – le mogli del sultano possano avere questi sentimenti e anzi si meraviglia di come la vedova, anche lei turca, possa avere un atteggiamento così diverso.
In questa inversione di ruoli, in cui Cristina difende le ragioni delle donne “non emancipate”, il rapporto di fiducia – quasi di “affidamento” – tra la donna occidentale e le donne orientali, si crea sulla base dello scambio di esperienze molto diverse, ma sentite come comunicabili e condivisibili fra donne. Anche in questo caso la scrittura svolge un ruolo importante: le donne orientali, non più baiadere e odalische, ma persone, non sono oggetto di narrazione – se pure da parte di un’altra donna – ma entrano direttamente con la loro voce nel racconto, che diventa così narrazione corale.
Scènes de la vie turque. Lo sguardo oltre il velo
«Cara sorella, cara amica, ora che ti ho tutto raccontato, parla a tua volta, illuminami».
Scènes de la vie turque è il punto di arrivo di questo processo e riflette – anche nello stile narrativo – lo spostamento di posizione dell’osservatrice-narratrice dall’esterno all’interno del mondo turco e della realtà orientale.
Al centro dei tre racconti: Emina, Un prince kurde e Le deux femmes d’Ismail-Bey – ambientati in piccoli villaggi dell’Asia Minore, non lontano da dove Cristina si era stabilita – sono le vite di donne dell’harem: Emina, figlia di un povero contadino, data in sposa ancora bambina al bey con il quale il padre ha contratto debiti che non è in grado di ripagare; Habibé – una giovane donna occidentale, figlia di un diplomatico danese – che viene rapita da predoni durante un suo viaggio in Asia Minore ed è strappata alle mani dei rapitori da un principe curdo del cui harem entra poi a far parte; Maleka e Hanifé, le due moglie del pascià Ismail-Bey.
Attraverso le vicende – amore e devozione, tradimento e vendetta – di cui queste donne sono protagoniste, l’autrice mette in evidenza la disparità nei rapporti d’amore tra uomo e donna e la diversità del loro destino, determinato dalla condizione sociale e dall’obbedienza ai ruoli loro assegnati. Le donne dell’harem sono vittime non solamente delle leggi di una società che le priva di qualsiasi possibilità di scelta rispetto al proprio futuro – deciso già nei primi anni di vita – ma anche delle leggi private e delle gerarchie dell’harem stesso, degli odi e delle rivalità che queste scatenano.
Le storie narrate – e i caratteri stessi delle protagoniste – si succedono e sviluppano secondo un ordine simbolico, e il primo e l’ultimo racconto si raccordano attraverso un evidente chiasmo: nel primo la giovane Emina è vittima della società, degli intrighi della rivale – moglie favorita del bey –ma anche del proprio amore per il marito e della sua insensibilità. Nel secondo racconto Habibé – inizialmente forzata al matrimonio con il principe curdo, il quale manifesta però per lei un intenso sentimento – se ne innamora a sua volta, ma il loro rapporto d’amore è destinato a una tragica fine sia per la diversità della loro cultura e fede religiosa che per la rivalità delle altre mogli. Nel terzo racconto le due mogli – inizialmente rivali – trovano solidarietà nella raggiunta coscienza dell’inettitudine e opportunismo del marito e la punizione che gli infliggono sembra vendicare il sacrificio delle altre donne e riscattarne la sottomissione alle leggi di supremazia dell’uomo.
In tutti i racconti gli intrighi e le gelosie tra donne giocano un ruolo fondamentale nel destino delle protagoniste. Le stesse rivali – a loro volta vittime delle leggi dell’harem – sono donne dalla forte personalità (nel caso della rivale di Emina hanno «un gran cervello») e la loro capacità di giocare con intelligenza le proprie carte e di manovrare gli uomini mette ironicamente in risalto l’inettitudine di questi ultimi.
Le protagoniste di queste storie non sono dunque vittime passive, ma donne consapevoli, forti e capaci di intense passioni, di spirito d’iniziativa, che lottano per affermare il loro desiderio di essere amate e sanno accettare dignitosamente le umiliazioni, ma possono anche – quando la misura è colma – vendicarsi degli uomini che le hanno umiliate. A loro volta gli uomini non sono sempre e convenzionalmente i brutali “signori” dell’harem, ma sono anche capaci di dolcezza, di rispetto per le donne e di devozione, come mostrano la gratitudine di Hamid-Bey quando si rende conto di che cosa Emina ha fatto per lui e l’attaccamento di Mehemed-Bey per la moglie straniera, Habibé.
La narrazione inizia alla terza persona e attraversa la maggior parte della vita delle protagoniste, finché ad un tratto – inaspettatamente – passa alla prima persona e allo stile autobiografico. Questo succede quando la Belgiojoso racconta come, incidentalmente, ha incontrato le altre donne. In Emina l’occasione è un viaggio della principessa e l’imprevista fermata nel villaggio governato da Hamid-Bey, il quale si reca dalla principessa a la supplica di guarire la giovane moglie dalla sua grave malattia. Cristina incontra Habibé, la moglie del principe curdo, durante un altro dei suoi viaggi e questa la prega di far sapere al suo governo che è stata fatta prigioniera dal principe, di cui successivamente si è innamorata. Ne Le due mogli di Hismail-Bey, Anifé si ferma alla fattoria di Cristina per chiederle qualche rimedio che la sostenga nel corso del lungo viaggio per Costantinopoli, dove si trova il marito che ha abbandonato lei e il figlio.
L’incontro con Cristina avviene dunque sempre – anche in questo caso simbolicamente – nel corso di un viaggio in cui si incrociano e si confrontano i diversi percorsi di vita di donne occidentali e orientali. E il viaggio – il movimento – non è più prerogativa della donna occidentale: Emina, rinchiusa nel suo harem, ha scelto di intraprendere il suo viaggio verso la morte; Habibé, allontanandosi dalla “direzione” di donna occidentale, segue il principe curdo nella sua fuga dalle truppe del governo centrale ottomano; Hanifé viaggia dal suo villaggio verso Costantinopoli alla ricerca dell’uomo traditore.
Dal momento dell’incontro, narrazione dell’altra e narrazione di sé si fondono: lo sguardo della donna orientale e quello della donna occidentale si incontrano – oltre il velo – e si interrogano, alla ricerca d’aiuto, di conoscenza reciproca e di solidarietà. Lo sguardo della donna orientale non è vuoto e inespressivo, ma è quello di chi ha già osservato ed appreso, pur nella limitatezza dell’esperienza che le è stata consentita.
Attraverso la comunicazione con queste donne – inizialmente estranee e diverse – Cristina acquisisce la consapevolezza che segna idealmente il punto di arrivo del suo percorso e del suo viaggio in Oriente. In questa esperienza di viaggio e di ricerca comune di identità matura il messaggio di solidarietà e di speranza che Cristina di Belgiojoso lascerà – come testamento – in uno dei suoi ultimi scritti, Della condizione delle donne e del loro avvenire: «Vogliano le donne felici ed onorate dei tempi avvenire rivolgere tratto tratto il pensiero ai dolori e alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata, felicità!».
Un principe curdo
Un principe curdo riprende motivi presenti in Emina, svolgendoli all’interno di una struttura narrativa più complessa e polifonica, densa di significativi parallelismi e inversioni rispetto al racconto precedente. Al centro della storia è un’altra vicenda d’amore e di donne dell’harem, ma le azioni dei personaggi si intrecciano agli eventi politici e sociali in un contesto descritto con ricchezza di notizie storiche e dettagli di vita quotidiana.
Il racconto inizia con la descrizione dell’harem del principe curdo Mehemed-Bey e delle sue cinque mogli: la prima Fatma, che non possiede «né una grande bellezza né un’intelligenza superiore», Actié, nativa della Georgia, «celebre a buon diritto per la bellezza delle sue fanciulle e dei suoi montoni», Kadia, una circassa, «pallida e fragile bellezza dagli occhi azzurri» che «manifestava al principe un’ammirazione prossima all’idolatria», Abrama, una «vera negra del Senegal» e infine la bella e misteriosa Habibé, di cui non si conosce niente tranne il fatto che il principe l’ha liberata da una banda di zingari suoi rapitori e l’ha fatta sua sposa.
Chiusa in un ostinato mutismo, Habibé (il nome che le è stato dato nell’harem) vive schiva e appartata, opponendo una passiva resistenza alle leggi e all’“etichetta” dell’harem: si veste in modo dimesso, sdegnando ostentatamente le stoffe e i gioielli di cui le altre amano ricoprirsi, si allontana dal gruppo delle altre mogli che si affollano, riverenti e seduttive, intorno al marito quando questi visita l’harem.
La vita nella «triste cattività dell’harem» scorre tra tumulti di gelosie e rivalità, ma anche fra momenti di allegria e gesti di delicatezza reciproca («le donne degli harem hanno in certe occasioni un tatto squisito»), e ruota attorno a quella del signore dell’harem, «il giovane, vigoroso e temibile capo dei Curdi», la popolazione ribelle al governo turco a cui – al tempo dei fatti narrati – un decreto del nuovo pascià ha proibito di continuare a portare al pascolo le greggi sulle montagne in cui da secoli i Curdi hanno stabilito i loro accampamenti e svolgono le loro attività.
Che l’ambientazione storica non sia solo uno scenario romanzesco è sottolineato dall’autrice verso la fine del racconto, con un esplicito collegamento all’introduzione di Asie Mineure et Syrie, souvenirs de voyage, dove Cristina faceva presente che quello che scriveva era una testimonianza fedele di quanto aveva potuto osservare in questi paesi dal punto di vista privilegiato di chi non solo aveva vissuto in quei luoghi, ma aveva potuto entrare in diretto contatto con le vite delle donne degli harem.
Così – narrando la storia del principe curdo e di Habibé – tiene a precisare: «Devo far notare innanzitutto che non si tratta di una semplice finzione romanzesca. Tutte le informazioni sui Curdi e sul loro capo mi sono state date dagli abitanti dello stesso paese che aveva sofferto a causa delle loro devastazioni. Ho conosciuto personalmente Mehemed-Bey, ed ho ricevuto da lui l’assicurazione che le mie greggi sarebbero state risparmiate dai suoi, all’epoca in cui la contrada era stata devastata dai loro atti di brigantaggio».
Mehemed-Bey, che conduce «una vita piena di avventure, di emozioni, di pericoli», anche in amore manifesta intense passioni. Trascurando le altre mogli, non ha occhi che per Habibé: non si stanca di cercare di penetrare il suo sdegnoso silenzio con la propria loquacità amorosa, con ripetute dichiarazioni dell’intensità e esclusività del proprio sentimento e affermazioni di sensibilità monogamica inaspettate sulla bocca di un uomo del suo paese.
Il signore dell’harem è dunque ben diverso, in questo racconto, dal marito assente di Emina, l’uomo filtrato attraverso lo sguardo femminile che non riesce a penetrarlo. È anzi lui – con apparente paradosso, più capace, nella linearità del proprio sentimento, di comunicazione diretta – che mette in moto, con le sue parole e il suo comportamento, le reazioni della donna, diventando protagonista (come il titolo stesso evidenzia) della vicenda.
Habibé esce infatti dal silenzio e rivela – prima attraverso segnali indiretti, poi in modo sempre più esplicito – il suo amore per il principe, frenato e contrastato dal conflitto fra desiderio e consapevolezza della loro diversità e della barriera culturale e religiosa che li divide. Pur lacerata da questo conflitto, Habibé continua però a scegliere di seguire il proprio desiderio, condividendo la fuga e la sorte del marito, in un viaggio letterale e simbolico che la porta fuori dall’harem e le fa attraversare le stesse montagne dove Emina h vissuto la propria infanzia solitaria e libera prima di entrare nella prigionia dell’harem. In questa fuga rocambolesca al seguito del principe, Habibé sembra perdere – impercettibilmente ma irreversibilmente – la connotazione di donna occidentale e assumere l’aspetto e il comportamento di una “vera” donna dell’harem. Nel corso degli eventi, però, si trasformano anche le immagini e i ruoli di alcune delle donne turche, come l’infida Circassa dell’harem del principe e la moglie del figlio dell’ambiguo bey amico del principe curdo e viene meno la separazione tra Habibé e le altre donne dell’harem, la distinzione fra donna occidentale e donne orientali.
Anche il finale del racconto rispecchia la molteplicità del punto di vista espresso dalla voce narrante e dalle voci dei personaggi. Nella inevitabile catastrofe conclusiva il sacrificio è infatti comune e conseguenza – sia per Habibé che per il principe – delle loro scelte. L’uomo orientale e la donna occidentale hanno entrambi seguito la direzione in cui li spingeva la passione e attraversato un processo di trasformazione, in conflitto con la parte di sé legata ai vincoli imposti dalla propria cultura e dalla propria società. Il ricongiungimento e la fusione si rivelano comunque impossibili e non solo per l’avversità delle circostanze. L’ambiguità del finale in cui Habibé non sceglie di ritornare alla “libertà” del mondo occidentale e si chiude di nuovo in un simbolico silenzio, sembra testimoniare un dissidio ormai insanabile nell’identità della donna, lacerata tra due mondi entrambi imperfetti, in ognuno dei quali è impossibile ritrovare il luogo della ricomposizione e del superamento del conflitto. Rimane però la speranza, il sogno utopico di un mondo “puro”, dove possano trionfare l’amore e i sentimenti, attraverso l’affermazione del desiderio delle donne e la realizzazione di un rapporto egualitario con gli uomini.
Come Habibé nel suo viaggio d’amore, anche Cristina di Belgiojoso, attraverso la narrazione, si avvicina e si riallontana da questo mondo, osservandolo dall’esterno e dall’interno, attraverso le parole e i sentimenti delle donne e degli uomini e la trasformazione della coscienza di sé che questi esprimono, cogliendone le contraddizioni, ma anche tutta la ricchezza e vitalità.
La vicenda di Habibé e del principe curdo evidenzia così non solo la capacità delle donne (occidentali e orientali) di agire e di scegliere – lottando contro gli ostacoli esterni e interni che in entrambe le società ne limitano la libertà di scelta – ma anche una complessità dell’identità dell’uomo orientale dietro lo stereotipo dell’Oriente come luogo di puro erotismo, di sentimenti rozzi e, in definitiva, di assenza di sentimenti.
Grazie anche al rilievo dato allo scenario politico e sociale la storia narrata si sottrae al cliché dell’harem e delle sue tipologie femminili e maschili e mostra un Oriente non fissato in una immobilità astorica da Mille e una notte, ma luogo di divenire storico e sociale.