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Mercoledì 13 Maggio 2009 10:52

La damigella selvaggia

Traduzione e postfazione di Monica Pavani

"Comunico con la foresta, divento la foresta. Le mie braccia sono i rami, la mia pelle la corteccia".

L'accostamento tra due termini apparentemente antitetici - damigella e selvaggia - si presta a rappresentare l'estrema sintesi della poetica di Corinna Bille: la selvatichezza unita a una raffinata sensibilità quasi antica, sempre e comunque acuita dalla nostalgia per un tempo indefinito, anteriore o fuori da ogni cronologia.
Tali sono i tratti distintivi di molte sue "eroine", ma anche le caratteristiche essenziali della sua scrittura, che con grande finezza espressiva riesce a varcare il limite della descrizione pura, per cogliere l'ombra inquieta, la pulsazione misteriosa di ciò che va esplorando.

Con La damigella selvaggia, pubblicato in Francia da Gallimard, Corinna Bille vinse il premio Goncourt.
Pubblicato in Elledi
Mercoledì 29 Aprile 2009 11:07

Eterna Giulietta

Traduzione e postfazione di Monica Pavani


Un romanzo breve, Mordere le rose, e un gruppo di racconti che hanno per tema le passioni dell'eterna Giulietta che abita in ogni donna.

I personaggi femminili che compaiono in questa raccolta sono "eterne Giuliette" perché indipendentemente dall'età acconsentono senza difese alla prima o ennesima irruzione di Eros, sempre e comunque stupefacente; e l'estasi, la completezza è in quell'abbandono, eterno non perché destinato a durare ma perché per un istante scaglia fuori dal tempo.

Spesso è stato scritto che Corinna Bille mostra una predilezione per i personaggi estremi e le vicende trasgressive, cruente, addirittura immorali, ma a ben guardare la questione va posta diversamente. Il fatto è che le sue creature, pur essendo sbaragliate da una forza più dirompente della ragione, non sono affatto impudiche, piuttosto sono "ipermorali", ossia agiscono in nome di un sacro sentire che senza esagerazione può essere definito divino. In senso pagano, certo, e dunque prossimo a un'incontenibile ebbrezza che l'ordine sociale non ammette.
Pubblicato in Elledi
Mercoledì 01 Luglio 2009 09:23

Corinna Bille

 

 
 
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Corinna Bille

 

Biografia:

Corinna Bille, il cui vero nome è Stéphanie (nata a Losanna nel 1912 e morta a Sierre nel 1979), scrisse tutta la vita ed è oggi considerata una delle voci più rappresentative della Svizzera romanda. Figlia del pittore-vetraio Edmond Bille e della contadina Catherine Tapparel, decide di chiamarsi Corinna in omaggio a Corin, il paese vallesano dove è nata la madre.
La dimora signorile costruita dal padre è spesso frequentata da artisti e intellettuali, fra cui Romain Rolland e Pierre Jean Jouve. Corinna ne subisce l’influenza, cui si va ad aggiungere il fascino per il mondo contadino della madre, nel quale la scrittrice intravede una vera e propria civiltà, ricca di usi e costumi ancora molto legati a una spiritualità forte, di natura più pagana che cristiana.
La vasta opera della Bille, parzialmente pubblicata in Francia da Gallimard e ancora poco nota in Italia, oltre ai romanzi Teodata (Edizioni Ulivo 1997), Le Sabot de Vénus e Les Invités de Moscou, più i due brevi Emerentia 1713 e Virginia 1891 riuniti nel volume Due passioni edito da Mobydick nel 2002, numerosi volumi di poesie, opere teatrali e racconti per l’infanzia, comprende soprattutto raccolte di novelle, tra cui: Douleurs Paysannes, La fragola nera (Crescenzi Allendorf 1993), Eterna Giulietta (Luciana Tufani Editrice 2001), La Demoiselle sauvage (che le valse il premio Goncourt, pubblicata da Luciana Tufani Editrice nel 2002 col titolo La damigella selvaggia) e Cento piccole storie crudeli (Casagrande 2001).
Al centro delle sue narrazioni, sempre forti di grande suggestione poetica, è il Vallese, la terra dove visse per tutta la vita insieme al marito Maurice Chappaz, anch’egli scrittore e i tre figli, spostandosi solo per alcuni soggiorni all’estero.
 
1912 Il 29 agosto S. Corinna Bille nasce a Losanna.
Il nome Corinna è in omaggio a Corin, il paese nel Vallese dove è nata la madre, Catherine Tapparel. S. sta per Stéphanie.
Corinna trascorre l’infanzia a Sierre, nella dimora signorile costruita dal padre, il pittore-vetraio Edmond Bille, spesso frequentata da Romain Rolland, Pierre Jean Jouve, Panaït Istrati, e lo psicanalista Charles Baudouin, tutti amici di Edmond.
1913 Nascita di René-Pierre, fratello di Corinna, futuro scrittore e cineasta.
1915 Nascita di André, secondo fratello di Corinna e futuro ingegnere.
1919-26 Scuola elementare presso le religiose di Beaulieu, dove riceve un’educazione molto rigida.
1926-27 Studi superiori all’Istituto “Sainte-Agnès”, presso le Domenicane di Lucerna, dove Corinna è pensionante.
1928 Nell’estate dei suoi sedici anni, in una notte memorabile trascorsa a Rotzberg, vicino a Stans, sul Lago dei Quattro Cantoni, Corinna decide di diventare scrittrice.
1931-32 Primo soggiorno a Parigi.
1932 Termina il suo primo romanzo, Le Pantin noir, firmato Stéphane Corin.
1933 Lavora come segretaria di produzione del film Rapt, tratto dal romanzo di Charles-Ferdinand Ramuz, La Séparation des races, girato a Lens.
1934 A Sierre sposa Vital Geymond, attore protagonista di Rapt. La coppia si stabilisce a Parigi.
1936 Corinna Bille lascia Parigi e Vital. Il matrimonio, bianco, è un fallimento.
1936-39 Lunga pleurite. Durante la malattia, Corinna passa la maggior parte del tempo a scrivere.
1938 Riceve il Prix de la Nouvelle dell’Institut genevois per “La Sainte” (poi incluso nella raccolta Douleurs paysannes).
Incontra Georges Borgeaud, scrittore.
Comincia a scrivere Théoda, il suo secondo romanzo.
1941 Vive con Borgeaud prima nel Castello di Glérolles e poi a Losanna.
1942 Incontra Maurice Chappaz, anche lui scrittore. È l’epoca della “Cavalleria errante”: Corinna, insieme al fratello René-Paul, Chappaz e altri amici, hippy ante litteram, conduce una vita libera e vagabonda, a stretto contatto con la natura.
1943 Corinna e Maurice vanno a vivere a Geesch. Dalla loro unione nasceranno tre figli: Blaise (1944), Achille (1948) e Marie-Noëlle (1950).
1947 Ottenuto l’annullamento del matrimonio con Vital Geymond, Corinna sposa Maurice Chappaz.
1952 Riceve il Prix Bock-Esenwein per la raccolta di novelle Le grand Tourment.
Pubblica il romanzo Le Sabot de Vénus.
1953 Pubblica la raccolta di racconti Douleurs paysannes.
1955 Pubblica un’altra raccolta di racconti, L’Enfant aveugle.
1958 Dopo molti traslochi, la famiglia si stabilisce in una casa a Veyras, in mezzo a frutteti e vigne. Corinna e Maurice ci vivranno per vent’anni.
1961 Corinna pubblica Le Pays secret, raccolta di poesie.
1963 In cinque giorni lavora a tre atti unici teatrali.
1969 Ottiene il Grand Prix dell’Académie rhodanienne.
1970 Raggiunge il figlio Blaise ad Abidjan, in Africa.
1971 Pubblica la raccolta di novelle Juliette éternelle.
1973 Pubblica Cent petites Histoires cruelles.
1974 Secondo viaggio ad Abidjan.
Viaggio in Libano.
Pubblica La Demoiselle sauvage, raccolta di novelle.
Le viene assegnato il premio Schiller per l’insieme della sua opera.
1975 Mentre si trova a Londra, Corinna riceve il premio Goncourt per la novella.
Terzo soggiorno in Africa.
1976 Pubblica Le Salon ovale, raccolta di novelle e racconti barocchi.
1977 Quarto viaggio in Africa.
1979 Corinna, il marito e la figlia, traslocano a Le Châble.
Viaggio in Russia con Maurice. Pochi giorni dopo il ritorno, Corinna viene ricoverata in ospedale a Sierre.
Muore il 24 ottobre.


Opere principali di Corinna Bille

Poesia
Printemps, 1939
Le Pays secret, 1961
La Montagne déserte, 1978
Chant d’amour et de mort, 1979
Soleil de la nuit, 1980
Un Goût de rocher, 1980

Novelle e racconti
Le grand Tourment, 1951
Douleurs paysannes, 1953
L’Enfant aveugle, 1955
Entre hiver et printemps, 1967
La Fraise noire, 1968 (trad. La fragola nera, Crescenzi Allendorf, 1993)
Juliette éternelle, 1971 (trad. Eterna Giulietta, Tufani, 2001)
La Demoiselle sauvage, 1974 (trad. La damigella selvaggia, Tufani, 2002)
Le Salon ovale, 1976
Cent petites Histoires d’amour, 1978
Le Bal double, 1980
Cent petites Histoires cruelles. Trente-six petites Histoires curieuses, 1985 (trad. Cento piccole storie crudeli, Casagrande, 2001)

Romanzi e racconti lunghi
Théoda, 1944 (trad. Teodata, Edizioni Ulivo, 1997)
Le Sabot de Vénus, 1952
Les Invités de Moscou, 1977
Deux Passions, 1979 (trad. Due passioni, Mobydick, 2002)
Le Pantin noir, 1981

Teatro
L’Inconnue du Haut-Rhône, 1963


* Postfazione di Monica Pavani a Eterna Giulietta


Scrittura come corpo di terra

Ogni racconto di Corinna Bille è una fragola nera raccolta sull’orlo di un precipizio. L’immagine della fraise noire – oltre ad essere lo spunto narrativo della storia che dà il titolo a un volume del 1968 – parla da sé e non necessita svelamenti. È un piccolo, un semplice frutto buio la cui vista risveglia nei personaggi una fame di assoluto, con relativa tentazione del vuoto e confusione di amore e morte, che li muoverà a inerpicarsi per sentieri ripidi a tratti oscurati da una foresta lussureggiante. Lì la narrazione fiorisce, in quell’intrico di fronde notturno anche di giorno e incerto fra estrema grazia e dannazione.
Se nella scrittura di Corinna Bille le parole sono radici conficcate nella terra, coperte di limo e di fango, impaludate fra le canne, è perché, per raccontare, l’autrice deve seppellire le storie in quel paradiso terrestre che consuma le sue creature sotto forma di nostalgia feroce. Non perché in un tempo primordiale, forse mai vissuto, fosse racchiuso l’idillio, ma perché in ogni momento che scorre vorace pare esserne celato uno dove niente è ancora caduto, nulla si conosce né si desidera conoscere ma solo bere, assorbire come piante; e il bene e il male – affatto in contrasto e scevri d’ogni giudizio – sono le due figure di una danza alterna, ora sfrenata e ora immobile, sonnambula.
La grandezza di Corinna Bille sta non solo nella levità con cui giunge a una confusione panica con il Valais dove è nata e vissuta, salvo brevi intervalli, tutta la vita, ma anche nella ricerca di un linguaggio capace di affondare dritto nello strato più sotterraneo e acquatico di una terra le cui tradizioni ancestrali e suggestioni mitologiche sono pronte a rigogliare sotto ogni roccia, dietro ogni cespuglio selvatico.
Per questo Georges Borgeaud, scrittore e amico intimo dell’autrice, in un brano a lei dedicato in occasione della morte, sostiene che «Corinna avrebbe potuto essere la quarta delle sorelle Brontë». Non certo perché la sua opera necessiti di paragoni di sorta per essere definita, ma per l’attrazione che la scrittrice svizzera nutriva in comune con le tre romantiche inglesi per le pulsioni libere dai lacci della civiltà; o meglio, colte in un momento e in uno spazio per metà sognati (non irreali) grazie a una particolare acutezza dei sensi, una vertigine dello sguardo che scoprono nell’intensità la purezza di ogni desiderio – per quanto torbido, violento.
Il Valais di Corinna Bille è la brughiera di Emily Brontë. Perché come quella è una terra-corpo inseparabile dalla carne, pronta a diventare culla di rinascita e nicchia di morte. La linfa è il sangue. Le lacrime sono pioggia. Il fogliame, coperta. E proprio come Emily, Corinna ha dovuto plasmare uno stile capace di dire la fluidità dei confini tra i regni, e anche lei, nella fase centrale e più matura della sua opera (cui appartiene questa Eterna Giulietta insieme a La Fraise noire e La Demoiselle sauvage) l’ha trovato in un “realismo onirico”, dove è sempre il richiamo di un altrove a dare luce e spessore al “qui e ora”. E nello scarto fra i due mondi, nel disperato tentativo di unirli si dibatte la natura umana, che cerca l’antidoto nell’amore e nell’amore finisce per trovare rispecchiata la propria intima lacerazione.
I personaggi femminili che compaiono in questa raccolta sono “eterne Giuliette” perché indipendentemente dall’età acconsentono senza difese alla prima o ennesima irruzione di Eros, sempre e comunque stupefacente; e l’estasi, la completezza è in quell’abbandono, eterno non perché destinato a durare ma perché per un istante scaglia fuori dal tempo, in una notte dove sfolgora una luce molto più potente di quella diurna. E che al mattino renderà insostenibile agli occhi il nitore senza veli del sole. Dunque nessuna di queste Giuliette vive il brusco risveglio da un’illusione, al contrario si trova a patire le conseguenze di avere aderito al sogno con i piedi scalzi e saggiato la passione senza colpa.
Spesso è stato scritto che Corinna Bille mostra una predilezione per i personaggi estremi e le vicende trasgressive, cruente, addirittura immorali, ma a ben guardare la questione va posta diversamente. Il fatto è che le creature della scrittrice svizzera, pur essendo sbaragliate da una forza più dirompente della ragione, non sono affatto impudiche, piuttosto, prendendo spunto da uno splendido saggio di Georges Bataille, sono ipermorali, ossia agiscono in nome di un sacro sentire che senza esagerazione può essere definito divino. In senso pagano, certo, e dunque prossimo a un’incontenibile ebbrezza che l’ordine sociale non ammette perché contrario alla propria sopravvivenza, evoluzione. Tuttavia, se è vero che - sempre nelle parole di Bataille - la necessaria essenza della letteratura risiede appunto nella sua libertà irresponsabile di esplorare ciò che la convivenza sociale è costretta ad accantonare o sopprimere, davanti a questo compito la scrittura di Corinna Bille si piega con una sua peculiare purezza.
La stessa autrice ricevette una rigidissima educazione di impronta religiosa, e nel corso della sua vita non riuscì mai a conciliare il suo animismo fondamentale con il discorso amoroso cristiano. Pure, l’estremo fascino della sua opera deriva proprio da questo conflitto irrisolto, che tutti i personaggi – per quanto con varie sfumature e a volte spostato sul contrasto fra classi sociali diverse – vivono indistintamente. Unica soluzione di pace definitiva è la morte, ma tregue passeggere si offrono sotto forma di regressioni all’infanzia o all’adolescenza (in questa raccolta, solo per citare due esempi, c’è una madre che si allevia della solitudine riconoscendosi nella figlia e un’istitutrice che trova la pienezza vitale nell’amore per un ragazzino).
In alcuni libri successivi di Corinna Bille l’eccesso di passione è seguito o addirittura coincide con una metamorfosi (in animale, o elemento di natura) con relativo spostamento verso una dimensione surreale. Alle eterne Giuliette ancora non è dato placare il dolore che zampilla di fronte all’ineluttabilità della caduta, apparentemente definitiva dopo l’estrema fuggevolezza del paradiso; ma è proprio la loro fragilità a renderle così vere, lì ferme sulla soglia fra pagina e mondo, quasi, si direbbe, pronte a lasciare quella per questo, dato che con l’eccezione di "Storia di un segreto" i racconti non conoscono finale, solo un temporaneo sollievo del respiro, che presto dovrà tornare a fare i conti con i sussulti dell’irrazionale. Intanto quel loro essere state o addirittura persistere sul lato franoso dell’esistenza le rende sì incerte di sé ma proprio per questo permeabili e partecipi dei drammi e delle gioie altrui, come accade all’ex attrice Guyane, nel bellissimo racconto "I giorni più lunghi".
Se le opere maggiori di Corinna Bille sono raccolte di novelle e l’autrice predilige questo genere narrativo, è per una scelta dettata dalla sua impazienza creativa, tutta tesa a cogliere la vita nell’attimo in cui un evento significativo la precipita in destino. Come ebbe modo di affermare lei stessa: «La potenza quotidiana dei sogni, coniugata con quella del vissuto, mi impone volentieri la forma concisa e violenta del racconto. In sostanza rappresenta il modo per fermare il movimento troppo ampio della vita e fissarla per sempre».
Per queste stesse ragioni il sogno andrà occupando un ruolo sempre più importante nella ricerca della scrittrice e anche nella tessitura delle storie: perché condensa i vissuti in simboli o serie di immagini che suscitano emozioni senza bisogno di essere spiegate. E soprattutto perché scava una galleria in quel versante in ombra della vita dove pure sembrano annidarsi le forze misteriose che poi ne decidono o semplicemente ne preannunciano la direzione. O addirittura rivelano in linguaggio cifrato cambiamenti già avvenuti di cui non si è ancora consapevoli, desideri che di lì a poco diventeranno vettori d’azione.
Su un altro piano, per quanto attiguo al sogno, si pone invece la rêverie, ossia una particolare disposizione che Jung attribuiva alla parte femminile dell’anima, per la quale non esiste traduzione in italiano, forse perché solo la lingua francese è abbastanza morbida per accoglierla in una parola. Banalizzando si potrebbe definire “sogno a occhi aperti” – attività non proprio onirica ma più spostata verso la coscienza. Ma è molto di più, e Corinna Bille lo sapeva bene, e ne era affascinata. È un altro occhio spalancato sul mondo, che scorre dall’esterno all’interno, legandoli in un’intima armonia. Il lavorìo necessario e segreto della poesia, si direbbe. Di questo in definitiva le eterne Giuliette vivono, si nutrono e in sua assenza – con la semplicità degli arcobaleni – svaniscono.

 

* Postfazione di Monica Pavani a La damigella selvaggia

 

‘Il y a cette nature dans laquelle je me plonge, mes personnages se plongent dans la nature et reçoivent, en somme, comme un amour de la nature. Ils accueillent ça et aussi l’amour des animaux’.

Una donna uccide il marito e scompare dal mondo, attraversando foreste fuori mano per poi rifugiarsi in una malga abbandonata. Un uomo cerca di curarle le ferite coprendola di foglie. Ed è in un letto di foglie che lei vorrebbe dormire per sempre. Una bambina, vissuta nel Settecento, viene creduta una strega perché legata da un rapporto di profonda empatia con la natura in tutte le sue forme, e per proteggersi dalla persecuzione di cui diviene oggetto si scava un buco nella terra. Lì forse desidera morire, o nascere ancora.
La damigella selvaggia e Emerentia, protagoniste rispettivamente del primo racconto che apre questa raccolta, pubblicata da Corinna Bille nel 1974, e di uno dei due romanzi brevi contenuti nel volume Due passioni che seguirà di lì a cinque anni, sono le due figure chiave del suo universo creativo. Per entrambe vale ciò che l’autrice disse di Emerentia, scritto con un senso di identificazione assoluta, percependo quella bambina «véritablement chair de ma chair», veramente carne della mia carne.
Allo stesso modo, La Demoiselle sauvage è da considerarsi molto di più del titolo di un singolo racconto, perché, con l’accostamento di due termini apparentemente agli antipodi, oltre a portare alla luce l’anima più recondita di Corinna Bille, si presta a rappresentare l’estrema sintesi della sua poetica: la sauvagerie, la selvatichezza, unita a una raffinata sensibilità quasi antica, sempre e comunque acuita dalla nostalgia per un tempo indefinito, anteriore o fuori da ogni cronologia. Tali sono i tratti distintivi di molte sue “eroine” (prime fra tutte la Damigella selvaggia, descritta al contempo «feroce e fragile») ma anche le caratteristiche essenziali della sua scrittura, che con grande finezza espressiva riesce a varcare il limite della descrizione pura, per cogliere l’ombra inquieta, la pulsazione misteriosa di ciò che va esplorando.
Raramente i personaggi della scrittrice svizzera fanno da specchio, consentendoci di riconoscerci in loro. Forse perché nascono a seguito di un processo di fusione, che vede Corinna Bille scivolare nelle figure della sua immaginazione perdendosi in loro, creature comunque ben lungi dall’essere chiuse e finite. Anzi. Mosse da un’intensità vorace, divorante, compaiono sulla scena in modo elusivo, ombroso, quando la loro presenza corporea non giunge addirittura a sfiorare l’evanescenza. Perché anch’esse, al pari della loro creatrice e in una sorta di mise en abîme, tendono continuamente ad assecondare il desiderio muto e travolgente di farsi altro da sé: torrente, palude, albero, addirittura foglia ridotta a nervatura da cui lasciar filtrare il sole. L’importante è riuscire a confondersi con il paesaggio, diventare tutt’uno con esso. Un vero e proprio fenomeno di mimetismo, molto comune fra gli insetti e in generale nel mondo animale, che l’autrice sorprende anche nella natura umana.
La sensazione che riceve chi s’inoltra fra le paludi, i boschi rigogliosi e bui che quasi intenzionalmente sembrano ostacolare l’attraversamento del suo edenico Vallese, è di un meraviglioso smarrimento. Perché la narrazione non s’insinua solo dentro i protagonisti, mettendo in luce la complessità dei loro vissuti, aneliti ed emozioni, ma ha diretto accesso anche nella loro intimità più profonda e quasi estranea, dove inevitabilmente si spalanca un gouffre: precipizio a strapiombo dietro gli alberi e fra le montagne, trova un corrispettivo nell’animo in quell’abisso fra l’esistenza così com’è e gli impulsi che si liberano in chi sente il richiamo di un altrove senza nome. E pur non sapendo verso cosa esattamente, si mette in cammino mosso da una sorta di febbre.
Già nella raccolta Eterna Giulietta, che precede La damigella selvaggia di soli tre anni, è evidente che sia le figure più “forti” dell’autrice, sia la sua scrittura in generale si muovono su un crinale dove il sentiero è molto angusto: fra una pienezza totale, simile a un respiro all’unisono con tutta la materia vivente e, appena oltre, là dove scompare improvvisamente ogni riva, un’acqua vertiginosa che risucchia e inghiotte in un gorgo. La Damigella selvaggia, Emerentia, ma anche i gemelli che compaiono nel racconto “Il nodo”, sempre all’interno di questa raccolta, sono figure così diafane, esili, assenti eppure capaci di emanare un’intensa luce, perché la loro trasparenza altro non è che il segnale corporeo con cui esprimono la consapevolezza dolorosa e insieme ebbra che la soglia fra il paradiso della mente e la morte è assai labile. Anzi, a svelarci la presenza discreta ma sempre imminente di quest’ultima, è proprio l’inaspettata sorpresa della felicità. Lo sa bene il protagonista de “Il sogno”, che appena smette di vedere tutto nero e comincia ad apprezzare i piaceri che la vita gli offre, viene travolto da una furia omicida. Un tocco di nitore in più, e quella capacità degli occhi di andare fino in fondo diventa senso di irrealtà, impossibilità di sopravvivere al di fuori della beatitudine dei nostri progenitori, uniti da un’innocenza ardente e assolutamente libera.
Eppure nessuno dei personaggi di Corinna potrebbe schivare il pericolo che comporta imbarcarsi nella sua personale e azzardata avventura umana. Così come non saprebbe sfuggire alle maglie della passione, anch’essa fuori dai limiti, extra-ordinaria, in qualsiasi forma giunga a scuotere e riscattare ma talvolta distruggere la vita. La ragione è profonda e semplicissima, e prima della nostra l’ha espressa Arthur Rimbaud con pochissime parole che colgono dritto nel segno: la verità è che «Je est un autre», io è un altro. E chi lo sente proprio concretamente - come circolazione sanguigna che quasi preme per uscire dal corpo, mentre il confine fra sé e il mondo esterno si perde; e poi nell’anima, come continua incompletezza e incapacità di stare dentro la forma della propria vita - non può che sbattere contro la parete liscia di quell’evidenza.
Non è quindi un caso se alcuni degli scenari prediletti dall’autrice per ambientare le sue storie sono il carnevale e le feste paesane, dove la regola impone che tutti indossino maschere e costumi. Se infatti «solo il falso è vero», come dice la perversa zitella morente ne “L’ultima confessione”, allora proprio il travestimento presenta il pregio di togliere quel giro di controchiave che costringe alla fissità di un solo ruolo, per riaprire il destino che ciascuno porta in sé «come il frutto il nocciolo» (una frase di Rilke particolarmente cara a Corinna). E inoltre, insieme alle evocazioni più o meno allusive di rituali pagani o che utilizzano il linguaggio cristiano ma poi vengono celebrati sul grande altare della natura, il carnevale è per l’autrice un modo per esorcizzare il potere fortemente repressivo su di lei esercitato dalla rigidissima educazione religiosa che le fu impartita.
In questo senso, lo sprofondamento reale nella terra o comunque nel fango, nelle acque acquitrinose di cui è ricco il paesaggio vallesano, è un atto sacrale e carnale insieme. Il magma sotterraneo infatti è una sorta di calderone pullulante di energie primordiali in continua ebollizione dove la genesi non è mai finita. Ecco perché talvolta può accadere che, magari per mano di una divinità oscura o di una strega buona che con il suo paiolo regna nelle viscere della terra, e sempre al prezzo di una grande sofferenza, a qualcuno sia offerto il dono di una seconda vita. Ma non è dato sapere in quale forma, essendo quella umana affatto scontata. E comunque è probabile che una volta rituffati nelle falde ignee sotto la crosta terrestre si scopra che nulla è così distinto dal resto come crediamo quassù.
Pubblicato in Corinna Bille
 
 

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