logo-tufani
Luciana Tufani Editrice
associazione culturale Leggere Donna

PROMOZIONI

Ricerca nel sito

Mercoledì, 18 Novembre 2009 11:05

Un segreto, anzi due

Traduzione di Giulia Maria Ciarpaglini

Ironia e sentimento si intrecciano in un piacevole romanzo che si legge tutto d’un fiato. 

Nella Pietroburgo della piccola e media nobiltà terriera William Russell, ricco e disincantato duca inglese, s’innamora  di Julia Maximova, affascinante sorella del finanziere Anton suo socio in affari. La passione per la giovane impedisce  a William di comprendere appieno la riluttanza di lei che, dissimulata in un primo momento,  si espliciterà veemente a nozze avvenute creando fra loro una frattura insanabile  Delusione e frustrazione, tuttavia, non impediscono a William un’obiettiva valutazione della realtà cosicché egli propone alla moglie una convivenza improntata sul  rispetto reciproco che ella accetta con gratitudine e sollievo.

Pubblicato in Iride
Venerdì, 26 Giugno 2009 09:06

Le donne ridono

CATALOGHI "LE DONNE RIDONO"

Madri_e_figlie

Madri e figlie
€ 10,30

 

Ridisegna la storia
€ 12,90

 

Chi_trova_unamica

Chi trova un'amica
€ 10,30



Donne_denaro_debiti
 Donne, denaro,debiti
€ 10,30
 
  
    


Siamo_senza_parole
Siamo senza parole
€ 10,30
                               

Cos_ridevano
Così ridevano, così ridiamo
€ 15,50

 


 

Biennale internazionale dell’umorismo “Le donne ridono”

 

Presentazione della seconda edizione, 1987

Il concorso per esordienti “Fani Perhavec Tufani”, che si affianca alla mostra di disegnatrici satiriche professioniste nella rassegna, è volutamente riservato all’umorismo perché penso che è da mia madre, e attraverso di lei da tutta una genealogia femminile, che ho ereditato quel senso dell’umorismo che, a me come alla maggior parte delle donne, permette di continuare a vivere, nonostante tutto.
Se non sempre le donne sembrano possedere il senso dell’umorismo (non molte hanno la battuta pronta e sanno essere brillanti e divertenti), hanno però quasi tutte acquisito la capacità di non prendersi troppo sul serio. Non prendersi troppo sul serio, se non è proprio il requisito ideale per “vincere” - parola d’ordine diventata di moda -, è sicuramente quello che garantisce la sopravvivenza delle nostre qualità più “umane” ed è inoltre il primo passo verso l’autoironia, virtù praticata in sommo grado dalle donne. Come molte altre, anche l’autoironia è per le donne una qualità acquisita, imposta dalle circostanze ed esercitata un tempo soprattutto per autodifesa.
Meno spesso le donne hanno usato l’ironia contro gli altri o più esattamente contro l’altro. Di fronte alla sterminata produzione maschile di lepidezze misogine, ben poche testimonianze restano di un analogo atteggiamento delle donne nei confronti degli uomini. La testimonianza è soltanto indiretta e mostra quanto fosse temuta la critica femminile e quanto potente la censura esercitata. Medusa, la Gorgone che impietrisce chi la guarda, è una maschera di donna che simboleggia sia il sesso femminile che lo specchio in cui si riflette il tuo doppio. Chi guarda e può rimanere terrorizzato è, come chi ha creato il mito, un uomo; il mito è la fin troppo trasparente metafora del timore maschile di vedersi riflessi come si è negli occhi di una donna. La donna che ride dell’altro diventa perciò un mostro: l’orrida testa della Gorgone ghignante.
Una testa di Gorgone era stata scelta come simbolo grafico della prima rassegna di disegnatrici satiriche “Le donne ridono”. Medusa non era più un mostro ma una donna, finalmente libera di ridere e di irridere.
Alla Gorgone si è in questa seconda rassegna affiancata un’immagine di donna dal sorriso ironico e distaccato. La parola non è più un privilegio di poche, le donne possono ormai ridere dell’altro con il distacco di chi ha sempre saputo e continua, con qualche consapevolezza in più, a saper ridere anche di se stessa.

Luciana Tufani
 
 

Presentazione della terza edizione, 1989

Dal 1985, data della prima edizione, molte cose sono cambiate e, per una naturale evoluzione, il titolo della rassegna è passato dal precedente “Anche le donne sorridono” all’odierno “Le donne ridono”. “Anche le donne sorridono” (che può sembrare un’affermazione tra il riduttivo, l’ovvio e il vagamente lamentoso) è un titolo che era in parte derivato dal desiderio di rispondere alle reazioni stupite o scettiche delle persone a cui veniva illustrato il programma di massima della futura rassegna: «Come? Esistono disegnatrici umoristiche?»; «No, non è possibile organizzare una rassegna cinematografica. Non ci sono abbastanza attrici comiche. Registe, poi: nessuna:»; «Ma davvero? Le donne hanno il senso dell’umorismo?». La risposta fu: «Sì. Anche le donne sorridono».
Sì, malgrado tutto. Malgrado abbiano avuto ben pochi motivi per farlo, le donne hanno saputo ridere. Forse poche volte, in passato, è stato un riso liberatorio, a piena gola, più spesso è stato il sorriso dell’autoironia.
Dopo secoli di tenaci campagne denigratorie, le donne hanno sviluppato uno spiccato senso del ridicolo che, fin dall’infanzia, educatori ben intenzionati si premurano di tenere in vita con dosi quotidiane di critiche costruttive (o distruttive-costrittive?). L’autoironia diventa allora una forma di difesa dalle critiche degli altri, un mettere le mani avanti per non essere colpite; può però diventare un utile esercizio per non cadere in quegli eccessi di autocompiacimento cui spesso anche il più insignificante degli uomini ama indulgere.
Il non prendersi troppo sul serio è infatti un’altra caratteristica tipicamente femminile che, in negativo, provoca l’altrettanto tipica “paralisi da sottovalutazione”, ma che, in positivo, fa mantenere il senso delle proporzioni e abitua a cogliere gli aspetti umoristici delle più diverse situazioni.
E’ stato un lento processo di adattamento che ha reso le donne più sensibili alle atmosfere, più pronte, più acute nella critica; le ha fornite di un talento che, nel momento in cui le circostanze lo rendono possibile, le predispone all’uso dell’ironia più sottile.
In passato poche donne si sono trovate in una posizione sociale che garantisse cultura e libertà sufficienti ad esprimersi e per di più a esprimersi con lo strumento dell’ironia. In questi ultimi anni però i cambiamenti del costume sono stati così rapidi da consentire quasi un’esplosione di comicità femminile; il numero di scrittrici, disegnatrici, registe, attrici comiche che hanno esordito recentemente, aggiungendosi a quelle già presenti da tempo, è, relativamente, così alto che il fenomeno non può più passare inosservato. Non è più necessario garantire che “anche le donne sorridono”, è sufficiente constatare che “le donne ridono”. Ridono di se stesse, come hanno sempre fatto, ma ridono anche degli altri e, finalmente, anche dell’altro.
Abbiamo scelto, fin dalla prima edizione, come simbolo grafico della nostra rassegna una testa di gorgone perché fosse un risarcimento, una testimonianza, un augurio. Se è esistito un tempo in cui le donne erano libere di esprimersi, il mito di Medusa ne è una testimonianza indiretta: è la prova di quanto gli uomini temessero la critica femminile e di quanto potente fosse la censura esercitata. Medusa, la Gorgone che impietrisce chi la guarda, è una maschera di donna che simboleggia sia il sesso femminile che lo specchio in cui si riflette il tuo doppio. Chi guarda e può rimanere terrorizzato è, come chi ha creato il mito, un uomo; il mito è la fin troppo trasparente metafora del timore maschile di vedersi riflessi come si è negli occhi di una donna. La donna che ride dell’altro diventa perciò un mostro: l’orrida testa della Gorgone ghignante. Da allora, per secoli, gli occhi delle donne sono stati lo specchio bugiardo che gli uomini cercavano; la nostra Medusa, non più mostro ma donna, è il simbolo della ritrovata libertà di ridere.
Il riso di Medusa-donna non è però un ghigno: quasi sempre la comicità femminile ha misura e leggerezza, usa più l’ironia che il sarcasmo, ridicolizza più il difetto che non chi lo possiede. Naturalmente ci sono eccezioni, ma, se si può parlare di una specificità femminile anche nell’umorismo, è abbastanza corretto farlo rivendicandone lo stile sfumato e ricercato. Passate dal silenzio alla parola, sembra che le donne lo stiano facendo nel modo migliore.

Luciana Tufani

 

Pubblicato in Le Gorgoni
L'arma di cristallo, messa alla cintura degli abiti femminili, polverizza nell'aria  una "goccia d'odore" durante i viaggi  in treno. E non può che "impaurire  gli uomini i quali pretendono di negare  l'uguaglianza al sesso più bello", perché attinge allo "spirito" per incrinare i luoghi comuni.

 Questo saggio si colloca nella prospettiva di una ricerca sulla scrittura femminile '800/'900 che problematizza criteri e metodi del sistema letterario.
Nei suoi romanzi e racconti,  La Marchesa Colombi - Maria Antonietta Torriani (1840-1920) - dispiega, attraverso l'ironia disseminata nel testo, un distanziamento dai sistemi di credenze cristallizzati. L'ironia, in questo caso, non è solo una modalità di comunicazione indiretta ma parla delle crepe in un codice egemone imposto dalla struttura asimmetrica dei rapporti umani. La Marchesa Colombi racconta della connessione tra la sfaldatura rispetto alle convenzioni e il piacere prodotto da tale distanziamento: il sorriso scompagina il valore prescrittivo del codice, la violenza del pregiudizio. Gioca così la conflittualità tra il suo dirsi e il canone di femminilità codificato dai "discorsi trionfanti" del periodo.


Edizioni Tufani

della Marchesa Colombi: Il Tramonto d'un ideale, Serate d'inverno
sulla Marchesa Colombi: L'arma di cristallo

Pubblicato in Critica
Martedì, 16 Giugno 2009 09:35

Presente remoto

Postfazione di Luisa Muraro

"Arrivò infine la risposta, e il suo tono era serio e circostanziato. Preferisco che ne parliamo dopo con calma, aveva detto sottovoce, e davvero per me quella sala non ebbe più né pareti né soffitto, e neppure pavimento se è per quello. Ma non c'erano alberi infiniti, non scorgevo il cielo e faceva un freddo da morire."

Il segreto di questi racconti è il dono dell'ironia, un'ironia costante e dosata, messa lì ad arginare un male sordo, forse, ma forse anche a velare una gioia. Segreto che mantengono con grazia, senza ostentazione.
Molti sono i racconti che s'arrestano apparentemente incompiuti. Finiscono nella forma dell'interruzione, lasciando qualcosa in sospeso, di cui sospettiamo che sia, ovviamente, l'essenziale e nello stesso tempo, mentre ironizzano sulla vana aspirazione alla sapienza del vivere, ci lasciano con il sentimento che i conti non tornano, è vero, ma che va bene così.
Pubblicato in Elledi
Venerdì, 05 Giugno 2009 08:59

Perché il bambino cuoce nella polenta

Traduzione e postfazione di Emanuela Cavallaro

 

“Dio parla lingue straniere? Può capire gli stranieri? Oppure gli angeli siedono in cabine di cristallo e traducono?”

 La favola del bambino che cuoce nella polenta viene raccontata alla piccola protagonista di questo romanzo per esorcizzare la sua paura più grande, per sostituire ogni volta che il terrore dilaga il suo incubo più minaccioso con uno ancora più spaventoso. E cosa può temere una bambina che con la sua famiglia vive una vita piena di avventure e di emozioni all’interno di un circo? Forse che la madre durante un’esibizione precipiti nel vuoto in cui ondeggia ogni sera. Forse che il padre rivolga quelle attenzioni troppo particolari non più solo alla sorella maggiore. O forse che il perpetuo girovagare da una città all’altra, da uno stato all’altro non abbia mai termine e che la casetta tanto sognata, in cui potersi finalmente fermare, non venga mai raggiunta.
La giovane protagonista osserva e riferisce con naturalezza e spontaneità le tragedie che si consumano nella sua vita, libera da toni moraleggianti e di condanna, ed affronta leggera temi come la morte, l’abbandono, la religione non senza una nota di mordace ironia, in una prosa semplice ed immediata, intensa e dirompente.

Pubblicato in Elledi
Mercoledì, 03 Giugno 2009 10:45

Storie inquiete e disorientate

Continuazione, ripresa - con modi sempre molto, e ancor più, personali - delle Confessioni di una piccola italiana (uscito anonimo in Italia ma firmato nelle traduzioni all'estero), questo libro traccia un disegno storico-sociologico della realtà femminile del primo e secondo dopoguerra, non sfuggendo dal dire i momenti dell'orrore e dell'ingiustizia, i giorni dell'ira, la cui evocazione è anzi potenziata dalla penna leggera, dall'ironia ineluttabile che struttura la poesia dell'autrice e la guida e conduce irresistibilmente.
 
Le Storie inquiete e disorientate di Giuliana Pistoso sono, come le definisce l'autrice, schegge della memoria che propone a lettrici e lettori, quasi a chiederne il senso che a lei sembra sfuggire. Un primo gruppo di racconti, accomunati sono il titolo A proposito di memoria storica, raccoglie episodi della prima guerra mondiale, di cui l'autrice ci tramanda il ricordo, della seconda, che invece ha vissuto di persona, e di un dopoguerra pesante per le donne della sua generazione quasi quanto la guerra stessa. Gli altri, raggruppati sotto il titolo Cose così, sono brani di un quotidiano visto e raccontato con ironia e leggerezza.
Pubblicato in Elledi
Mercoledì, 27 Maggio 2009 09:36

Parole con le gambe

Traduzione e postfazione di Emanuela Cavallaro

Una bambina scopre la lingua e la scrittura giocando con le parole, e così facendo indaga a fondo i significati di quelle stesse parole, portandoli all’estremo e interpretandoli con assoluta precisione, facendoli così scivolare nel loro contrario, portandone alla luce il lato assurdo.
Le difficoltà della protagonista con l’ortografia sono il segno della sua difficoltà ad adeguarsi al sistema-lingua, a trasporre la propria personalità multiforme in quello strumento rigido e razionale che è la lingua, e in particolare la lingua tedesca. La narratrice bambina guarda dal margine; è straniera nell’ordine grammaticale. E questa sua posizione marginale le permette una visione e una prospettiva insolita e ironica della lingua, e allo stesso tempo del mondo. Così tutto si trasforma nel suo contrario, e in particolare nel contrario di ciò che chi legge si aspetta.
La bambina è straniera nella lingua così come lo è nel mondo, nella realtà in cui si trova a vivere, e di cui fatica non poco ad accettare le regole. Il suo faticoso apprendistato alla scrittura è anche simbolo del più faticoso apprendistato alla sopravvivenza. La Germania del dopoguerra e dei primi anni Sessanta, in pieno boom economico e con una gran fretta di dimenticare, è il teatro di questo apprendistato, e viene descritta con icastiche pennellate.
Pubblicato in Elledi
Venerdì, 19 Giugno 2009 08:58

Le avventure di Arabella, Donna Chisciotte.

Traduzione di Lucia Loni

Prefazione e cura di Ornella De Zordo


Un classico della letteratura inglese del Settecento, per la prima volta tradotto in italiano. Parodia del romanzo eroico, come il Don Chisciotte a cui fa esplicito riferimento, ha a sua volta ispirato innumerevoli commedie e romanzi.

 La storia di Arabella, giovane donna che dai romanzi delle Preziose e dei loro seguaci e imitatori trae i suoi codici di comportamento, non è, come vorrebbe o potrebbe sembrare, semplicemente una parodia di questo genere letterario. Al di là degli effetti comici che provocano i fraintendimenti della realtà da parte della protagonista, ci si trova, non tanto a ridere di Arabella, quanto a guardare gli altri personaggi che ridono di lei e a scoprire tutti i limiti e le ipocrisie del loro buon senso. Personaggio che non segue, perché non le conosce, le regole della società, Arabella affascina la sua stessa creatrice che la fa agire in maniera libera e autonoma, sincera e onesta, lasciando trasparire l'attrazione che esercita su di lei. La stessa involontaria attrazione emerge tra le righe del romanzo anche verso la materia da cui l'autrice dichiara di dissociarsi e, da critica al romance, il testo si trasforma anch'esso in una nuova variante del romance.

Pubblicato in Le Classiche
Mercoledì, 17 Giugno 2009 10:23

Il tramonto d'un ideale

Prefazione di Clotilde Barbarulli e Luciana Brandi

 

La più acuta, intelligente, ironica scrittrice italiana tra Otto e Novecento. Un'autrice e un romanzo da annoverare tra i classici della nostra letteratura. 

 La seconda edizione dei Promessi sposi è il libro che accompagna tutta la storia di Rachele, Giovanni e la Matta. Si tratta di un riferimento esplicito fatto non per adesione, ma per dissacrazione: non c'è nel romanzo un disegno divino, una provvidenza; non c'è alcuna consolazione, né per la Matta, né per Rachele. È il caso che interviene a scompigliare i destini dei protagonisti e a favorire l'emergere del narcisismo di Giovanni e quindi le sue diverse e calcolate scelte rispetto all'ìdillio iniziale. L'ironia si esercita nello sconvolgere quel livello letterario che la scrittura stessa tende a costruire, nel tratteggiare un amore tutto idealizzato secondo i canoni, che non può entrare in comunicazione alcuna né con i gemiti della Matta, né con il dolore silenzioso di Rachele. Giovanni ha gli occhi ciecamente puntati sulla propria immagine e la persona amata o non esiste concretamente o esiste troppo, come specchio delle sue fantasticherie.

Pubblicato in Le Classiche
Mercoledì, 17 Giugno 2009 10:17

Serate d'inverno

Prefazione di Clotilde Barbarulli e Luciana Brandi


 Alcuni dei racconti più piacevoli della più acuta, intelligente, ironica scrittrice italiana tra Otto e Novecento. Una raccolta che dà modo di conoscere più a fondo un'autrice da annoverare tra le classiche della nostra letteratura.

La Marchesa Colombi, fin dalla prefazione di questi racconti incrina lo stereotipo della "poesia del focolare", ironizzando sull'incubo di quelle "lunghe, lunghe" serate di famiglia "intorno al focolare domestico" e propone i suoi "poveri raccontini" per il diletto di quelle persone - soprattutto donne - destinate ad affrontare le eterne serate fatte di "noia profonda" e di "solitudine". Dalle scansioni fantastiche alla Tarchetti, all'ironia, all'indagine psicologica su personaggi femminili alla ricerca di uno spazio fra le maglie strette delle norme, la scrittrice offre una varietà di racconti che possano aprire le menti delle giovani a vari livelli di lettura ed a diversi interrogativi, portando alla luce la prosaica realtà delle stesse serate familiari che solo l'immensa "lontananza a cui le ha respinte il tempo" può avvolgere in un alone romantico.
Pubblicato in Le Classiche
 
 

Associazione Culturale Leggere Donna - Luciana Tufani Editrice
Via Ticchioni 38/1 - 44122 Ferrara | tel/fax 0532/53186 - e-mail luciana.tufani@gmail.com

Iscriviti alla newsletter!