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Biennale internazionale dell’umorismo “Le donne ridono”

 

Presentazione della seconda edizione, 1987

Il concorso per esordienti “Fani Perhavec Tufani”, che si affianca alla mostra di disegnatrici satiriche professioniste nella rassegna, è volutamente riservato all’umorismo perché penso che è da mia madre, e attraverso di lei da tutta una genealogia femminile, che ho ereditato quel senso dell’umorismo che, a me come alla maggior parte delle donne, permette di continuare a vivere, nonostante tutto.
Se non sempre le donne sembrano possedere il senso dell’umorismo (non molte hanno la battuta pronta e sanno essere brillanti e divertenti), hanno però quasi tutte acquisito la capacità di non prendersi troppo sul serio. Non prendersi troppo sul serio, se non è proprio il requisito ideale per “vincere” - parola d’ordine diventata di moda -, è sicuramente quello che garantisce la sopravvivenza delle nostre qualità più “umane” ed è inoltre il primo passo verso l’autoironia, virtù praticata in sommo grado dalle donne. Come molte altre, anche l’autoironia è per le donne una qualità acquisita, imposta dalle circostanze ed esercitata un tempo soprattutto per autodifesa.
Meno spesso le donne hanno usato l’ironia contro gli altri o più esattamente contro l’altro. Di fronte alla sterminata produzione maschile di lepidezze misogine, ben poche testimonianze restano di un analogo atteggiamento delle donne nei confronti degli uomini. La testimonianza è soltanto indiretta e mostra quanto fosse temuta la critica femminile e quanto potente la censura esercitata. Medusa, la Gorgone che impietrisce chi la guarda, è una maschera di donna che simboleggia sia il sesso femminile che lo specchio in cui si riflette il tuo doppio. Chi guarda e può rimanere terrorizzato è, come chi ha creato il mito, un uomo; il mito è la fin troppo trasparente metafora del timore maschile di vedersi riflessi come si è negli occhi di una donna. La donna che ride dell’altro diventa perciò un mostro: l’orrida testa della Gorgone ghignante.
Una testa di Gorgone era stata scelta come simbolo grafico della prima rassegna di disegnatrici satiriche “Le donne ridono”. Medusa non era più un mostro ma una donna, finalmente libera di ridere e di irridere.
Alla Gorgone si è in questa seconda rassegna affiancata un’immagine di donna dal sorriso ironico e distaccato. La parola non è più un privilegio di poche, le donne possono ormai ridere dell’altro con il distacco di chi ha sempre saputo e continua, con qualche consapevolezza in più, a saper ridere anche di se stessa.

Luciana Tufani
 
 

Presentazione della terza edizione, 1989

Dal 1985, data della prima edizione, molte cose sono cambiate e, per una naturale evoluzione, il titolo della rassegna è passato dal precedente “Anche le donne sorridono” all’odierno “Le donne ridono”. “Anche le donne sorridono” (che può sembrare un’affermazione tra il riduttivo, l’ovvio e il vagamente lamentoso) è un titolo che era in parte derivato dal desiderio di rispondere alle reazioni stupite o scettiche delle persone a cui veniva illustrato il programma di massima della futura rassegna: «Come? Esistono disegnatrici umoristiche?»; «No, non è possibile organizzare una rassegna cinematografica. Non ci sono abbastanza attrici comiche. Registe, poi: nessuna:»; «Ma davvero? Le donne hanno il senso dell’umorismo?». La risposta fu: «Sì. Anche le donne sorridono».
Sì, malgrado tutto. Malgrado abbiano avuto ben pochi motivi per farlo, le donne hanno saputo ridere. Forse poche volte, in passato, è stato un riso liberatorio, a piena gola, più spesso è stato il sorriso dell’autoironia.
Dopo secoli di tenaci campagne denigratorie, le donne hanno sviluppato uno spiccato senso del ridicolo che, fin dall’infanzia, educatori ben intenzionati si premurano di tenere in vita con dosi quotidiane di critiche costruttive (o distruttive-costrittive?). L’autoironia diventa allora una forma di difesa dalle critiche degli altri, un mettere le mani avanti per non essere colpite; può però diventare un utile esercizio per non cadere in quegli eccessi di autocompiacimento cui spesso anche il più insignificante degli uomini ama indulgere.
Il non prendersi troppo sul serio è infatti un’altra caratteristica tipicamente femminile che, in negativo, provoca l’altrettanto tipica “paralisi da sottovalutazione”, ma che, in positivo, fa mantenere il senso delle proporzioni e abitua a cogliere gli aspetti umoristici delle più diverse situazioni.
E’ stato un lento processo di adattamento che ha reso le donne più sensibili alle atmosfere, più pronte, più acute nella critica; le ha fornite di un talento che, nel momento in cui le circostanze lo rendono possibile, le predispone all’uso dell’ironia più sottile.
In passato poche donne si sono trovate in una posizione sociale che garantisse cultura e libertà sufficienti ad esprimersi e per di più a esprimersi con lo strumento dell’ironia. In questi ultimi anni però i cambiamenti del costume sono stati così rapidi da consentire quasi un’esplosione di comicità femminile; il numero di scrittrici, disegnatrici, registe, attrici comiche che hanno esordito recentemente, aggiungendosi a quelle già presenti da tempo, è, relativamente, così alto che il fenomeno non può più passare inosservato. Non è più necessario garantire che “anche le donne sorridono”, è sufficiente constatare che “le donne ridono”. Ridono di se stesse, come hanno sempre fatto, ma ridono anche degli altri e, finalmente, anche dell’altro.
Abbiamo scelto, fin dalla prima edizione, come simbolo grafico della nostra rassegna una testa di gorgone perché fosse un risarcimento, una testimonianza, un augurio. Se è esistito un tempo in cui le donne erano libere di esprimersi, il mito di Medusa ne è una testimonianza indiretta: è la prova di quanto gli uomini temessero la critica femminile e di quanto potente fosse la censura esercitata. Medusa, la Gorgone che impietrisce chi la guarda, è una maschera di donna che simboleggia sia il sesso femminile che lo specchio in cui si riflette il tuo doppio. Chi guarda e può rimanere terrorizzato è, come chi ha creato il mito, un uomo; il mito è la fin troppo trasparente metafora del timore maschile di vedersi riflessi come si è negli occhi di una donna. La donna che ride dell’altro diventa perciò un mostro: l’orrida testa della Gorgone ghignante. Da allora, per secoli, gli occhi delle donne sono stati lo specchio bugiardo che gli uomini cercavano; la nostra Medusa, non più mostro ma donna, è il simbolo della ritrovata libertà di ridere.
Il riso di Medusa-donna non è però un ghigno: quasi sempre la comicità femminile ha misura e leggerezza, usa più l’ironia che il sarcasmo, ridicolizza più il difetto che non chi lo possiede. Naturalmente ci sono eccezioni, ma, se si può parlare di una specificità femminile anche nell’umorismo, è abbastanza corretto farlo rivendicandone lo stile sfumato e ricercato. Passate dal silenzio alla parola, sembra che le donne lo stiano facendo nel modo migliore.

Luciana Tufani

 

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