logo-tufani
Luciana Tufani Editrice
associazione culturale Leggere Donna
Visualizza articoli per tag: lesbismo
Martedì 23 Giugno 2009 10:36

Disgelo - Desglaç

Traduzione e cura Maria Pertile

Nell'incipit del suo primo libro, Cau de llunes, Maria Mercè Marçal ringraziava la sorte di tre doni: essere nata donna, di classe sociale umile e di nazione oppressa. Tre doni che la scrittrice rivendicava e che ispireranno sia la sua produzione poetica e letteraria che la sua azione di promozione della cultura e della lingua catalana.

Maria Mercè Marçal è tra le voci più potenti della poesia catalana del secondo Novecento. Desglaç-Disgelo, l'ultimo suo libro di versi (pubblicato sia da solo che nel volume Llengua abolida di cui costituisce la sesta parte), è il testamento poetico dell'autrice e contiene la ricapitolazione della sua esperienza umana. Due sono i motivi che provocano il "disgelo" e due i temi della raccolta: la morte del padre e l'amore per la donna, fina amor, a cui viene offerta in dono e dedicata la raccolta stessa.

Pubblicato in Poete
Venerdì 05 Giugno 2009 09:05

La valle felice.

Traduzione e prefazione di Tina D’Agostini

 Con una biografia dell'autrice di Charles Linsmayer


 La Persia, "dove la tristezza prospera come i melograni", non è, per Annemarie Schwarzenbach, solo un paese straniero ed esotico, è lo scenario di tutte le dissonanze possibili: cromatiche, psicologiche, storiche, spaziali.

Un'alta valle vicino a Teheran, nella quale Annemarie Schwarzenbach si era recata, insieme all'uomo che aveva appena sposato, il diplomatico francese Claude Clarac - matrimonio alquanto particolare, date le tendenze omosessuali di entrambi -, diventa il fulcro della narrazione di La valle felice.
Ma di felicità non vi è traccia in questo testo. La valle fa da sfondo ad un io profondamente infelice, devastato, malato di nostalgia, che si lascia andare al "rapido sollievo" della droga, chiamata anche "la mano che scende dalle nuvole", e che cerca un breve momento di felicità con Jalé, una giovane turca. Un Io che ha perso ogni punto d'appoggio e che vede intorno a sé solo un paesaggio nudo, impietoso, troppo vasto. Un io frammentato che cerca disperatamente di ricomporsi, così come cerca di ricomporre il mondo intero che sta franando. E' anche, in definitiva, un io profondamente ambiguo, definito al maschile ma che ha ben pochi tratti virili; si tratta anzi di una virilità dalle cui crepe emerge costantemente il carattere femminile della voce narrante.
In questo volume è pubblicata anche una biografia dell'autrice scritta da Charles Linsmayer, il curatore della riedizione svizzera di La valle felice  (versione definitiva, approvata dall'autrice, di Morte in Persia) che, col suo successo, ha fatto di Annemarie Schwarzenbach un'autrice di culto in Svizzera, Germania, Francia.

Pubblicato in Elledi
Venerdì 29 Maggio 2009 11:13

Il marchio

Traduzione e postfazione di Tina D'Agostini


Poco alla volta emerge dal passato la storia, reale o immaginata, del tormentato legame tra due ragazze, una zingara e un'ebrea, unite dalla comune emarginazione.

All'arrivo di una nuova paziente, che le ricorda l'amica di un tempo, Anna, inserviente in un albergo-casa di cura svizzero, rivive il rapporto d'amore che l'ha legata a una compagna di collegio.
La vicenda ci viene rivelata per illuminazioni successive che un poco alla volta fanno intuire l'accaduto o più esattamente quella che la narratrice ritiene essere la verità di una storia in cui realtà e immaginazione, o incubo, si fondono, evocate con linguaggio crudo e forte.

Pubblicato in Elledi
Venerdì 29 Maggio 2009 10:43

La passione secondo Renée Vivien

Traduzione e postfazione di Brunella Servidei 

 

Renée Vivien - poeta, ribelle, Saffo '900 - viene prendendo corpo attraverso la visione che hanno altri di lei, o forse sarebbe meglio dire: che danno di lei. La sceneggiatrice Sara T. ne segue le tracce a Parigi, nelle biblioteche e nei musei. Il quadro che ne esce è di una poeta femminista ante-litteram, di una sensibilità estrema, che visse alla mercé della passione per Natalie Clifford-Barney, detta l'amazzone. Vita e letteratura si mescolano in Renée Vivien.


 "Se qualcuno parla di me, senza dubbio mentirà" ha scritto Renée Vivien. Sara T., che sta scrivendo la sceneggiatura di un film sulla poeta, vuole evitare questo rischio. "Renée è stata uno di quei personaggi mitici che funzionano come uno schermo: tutti vi proiettano il proprio immaginario" dice, "ho voluto contrastare questa tendenza accedendo alla maggior complessità possibile di dati biografici e ambientali. Ed è un pozzo senza fondo". Così le è chiaro solo l'inizio del film: "Inizierà con la morte di Renée. In un ambiente tenebroso, gotico: l'appartamento tutto tappezzato di blu scuro, con le vetrate violette e la notte tempestosa che, già da soli, rendono il tono - e non invento niente. Renée morì circondata di gente e le si attribuiscono un mucchio di ultime parole. Tutte cariche di senso. Sembra che in questo caso tutti quanti sentirono ciò che volevano sentire. Da una professione di fede assoluta del suo cattolicesimo da ultim'ora, passando per un'affermazione estrema del suo amore per Natalie, proseguendo con una difesa a oltranza del suo mestiere letterario, fino a uno struggente "maledico mia madre" che a me, personalmente, sembra più attraente degli altri, però altamente improbabile. Con che criterio scegliere?"
Pubblicato in Elledi
Mercoledì 08 Luglio 2009 10:22

Annemarie Schwarzenbach

 

 

 

Foto autrice
 
                                                

 

 

 Foto autrice

 

 

 

 

 

Foto autrice

 

 

 

 

 Foto autrice

 

 

 

 

 

Foto autrice

 

 

 

Anemarie Schwarzenbach

 
   
Nacque il 23 maggio 1908 a Zurigo. Suo padre Alfred Emil Schwarzenbach (1876-1940) era uno degli industriali svizzeri più facoltosi dell’epoca, proprietario di setifici a Thalwil (Zurigo) e in altre parti del mondo.
Terza genita trascorse i primi anni della sua vita con i fratelli maggiori Suzanne e Robert, nel 1911 nacque il fratello Alfred Friedrich e nel 1913 nacque Hans, il fratello minore.
Per sette anni fu seguita da un’istrutrice privata dopo un grave attacco di scarlattina e anche in seguito godette dell’istruzione delle migliori scuole private, laureandosi nel 1931.
La madre, Renée Schwarzenbach, aveva un rapporto molto intenso con Annemarie che era la figlia preferita. Abituata a vivere le sue relazioni amorose con altre donne, attraverso il tacito accordo del marito, fu proprio Renée a indirizzare Annemarie all’amore saffico con i suoi atteggiamenti. Renée fu una madre apprensiva e opprimente, una donna che cercò di comandare le vite dei figli e che creò con Annemarie un rapporto di esclusività che nuocerà alla formazione psichica della giovane figlia. Annemarie venne fortemente influenzata da questa situazione nel corso della propria vita e, spesso, furono proprio i disaccordi con la madre a darle i dolori più intensi.
Sin da giovane Annemarie mise in evidenza il suo spirito ribelle e avventuroso andando controcorrente nell’immaginario femminile del tempo e suscitando in tutti ammirazione e curiosità.
Sin dalle prime lettere notiamo il rimpianto per non essere nata maschio, tendenza che la porta ad accentuare la sua androginia.
I suoi scritti, sino al 1933, non sono altro che una continua analisi dei problemi dell’amore omosessuale. Per evitare gli scandali legati alle indiscrezioni sugli amori saffici, Annemarie si crea un alter ego maschile che utilizzerà in molti dei suoi scritti.
Questo non serve però a compensare il suo bisogno d’amore che la porterà, a causa degli scandali, ad un allontanamento dalla famiglia. Per Annemarie la scrittura era un mezzo per affrontare i problemi.
A ventidue anni entrò a far parte del gruppo che ruotava intorno a Erika e Klaus Mann. Questo ambiente libertino e bohémien, geniale e pieno di spirito, che in futuro avrebbe avuto un ruolo importante nella lotta contro Hitler, fu sentito dalla giovane Annemarie come un affascinante mondo alternativo alla famiglia. Cominciò una fitta corrispondenza fra lei ed Erika Mann ma ben presto quest’ultima cominciò a tenere a distanza l’amica innamorata.
I figli di Thomas Mann, abituati al successo, non credevano nelle potenzialità di Annemarie e si rivolgevano a lei solo per chiedere soldi o per viaggiare. Fu attraverso questo gruppo che Annemarie conobbe la droga. Sin dall’inizio fu consapevole del suo problema e più volte manifestò il desiderio di smettere sottoponendosi a molte cure.

La scrittura fu per Annemarie dapprima una specie di terapia, un mezzo per porre un freno alle sue angosce e per dominare le sue crisi. Ben presto però si rese conto che era proprio la tristezza a darle la possibilità di scrivere, a renderla in qualche modo feconda. Certo il mestiere della scrittrice non fu un impegno facile per Annemarie che, anzi, sentì la fatica dello scrivere e la frustrazione del non riuscire. Tormento che ritornerà spesso nelle sue lettere e nei suoi scritti. Tuttavia questo mestiere era l’unico che Annemarie sapeva e voleva fare, come conferma anche l’amica Ella Maillart durante un viaggio compiuto insieme in Afghanistan nel 1939.
Più volte Annemarie chiese ad Erika e Klaus Mann consigli e correzioni per i propri scritti. Furono proprio i due fratelli a comparire, nascosti da pseudonimi, in maniera lusinghiera nel primo libro di Annemarie: Freunde um Bernhard pubblicato a pagamento nel 1931 presso l’editore Amalthea.
La giovane autrice cercò invano di far rappresentare una sua pièce teatrale Geschwister [Fratelli] e, successivamente, la pièce storica Cromwell che avrebbe dovuto interpretare Erika Mann. I progetti però non trovarono interesse così come la successiva opera letteraria, frutto del primo viaggio in oriente, il ciclo di novelle Der falkenkafig [La gabbia del falcone].


I rapporti fra i Mann e Annemarie, deboli sia su un piano collaborativo che personale, vennero ulteriormente provati dallo scandalo del “Macinapepe” (il cabaret di Erika Mann, che in un suo spettacolo aveva attaccato un zio di Annemarie) scoppiato a Zurigo nel 1934. Alla base di queste tensioni vi era il rapporto fra Erika Mann e i genitori di Annemarie, in particolare la madre.
I coniugi Schwarzenbach, infatti, furono fra i primi simpatizzanti del partito nazista e il fratello di Renée, Wille, fu accusato nel 1934 dal socialdemocratico Schneider di avere contatti con gli esponenti del partito nazista. Erika sosteneva che fosse stata proprio la madre di Annemarie a premere per l’attacco contro i suoi spettacoli considerati di propaganda comunista. Durante questi avvenimenti Annemarie si trovava in Persia come assistente archeologa presso il sito di Rhages.
Quando tornò in Svizzera a metà del 1934 si schierò con forza dalla parte degli amici del “Macinapepe” partecipando a manifestazioni contro i frontisti, difendendo pubblicamente il teatro di Erika e interrogando a fondo sulla questione la propria famiglia.
Il 15 gennaio del 1935 Annemarie cercò inutilmente di togliersi la vita a Samedan.
Diverse erano le motivazioni: il raffreddamento dei rapporti fra lei ed Erika, la dipendenza dalla droga, le depressioni da questa provocate, il matrimonio con il diplomatico francese Claude Achille Clarac deciso nell’autunno del 1934 a Teheran e del quale Annemarie non era convinta. Dopo il tentato suicidio però cominciò a preparare il matrimonio con intenso fervore.
Naturalmente Annemarie si rendeva conto che questo pseudo matrimonio avrebbe chetato odi, critiche e scandali e l’avrebbe riappacificata con la propria famiglia.
Claude Achille Clarac abitava in una tenuta nei pressi di Farmanieh, Annemarie nonostante la sua insaziabile tristezza cercò, per questo periodo della sua vita, di portare avanti un’esistenza ordinata e rispettabile. Per ragioni di salute e per sfuggire al caldo estivo Annemarie e Claude, nel 1935, parteciparono a un campo di vacanza nella valle del Lar ai piedi del Damavand. Ma nulla poteva sanare il suo degrado interiore tranne, forse, la scrittura. Cominciò così a tenere un diario che la ella definì il suo ultimo scritto e che intitolò Tod in Persian [Morte in Persia]. E fu nella sua stesura definitiva, dal titolo La valle felice, che Annemarie parlò più apertamente di Jalle, figlia di un diplomatico turco, con la quale visse un’intensa storia d’amore. Successivamente, a causa della separazione fra le due, Annemarie ricominciò a utilizzare droghe in modo eccessivo. Questo processo di autodistruzione venne interrotto grazie all’arrivo a Teheran di Barbara Hamilton-Wrigte, una vecchia fidanzata di Claude con la quale Annemarie intraprese una relazione amorosa durata tre anni.
Dopo il ritorno dalla Persia si susseguirono eventi di ogni genere: Annemarie cercò nuovamente di disintossicarsi ma senza risultati, frequentò i Mann più della sua stessa famiglia, intraprese un’appassionata relazione con un certo signor Maquinay e nell’inverno 1935 ospitò la baronessa Margot Von Opel. La relazione con quest’ultima durò tre anni e la fece arrivare in America precipitandola nei peggiori drammi della sua vita. Fra il 1935 e il 1936 frequentò molto Erika Mann, fu con lei prima a Londra e a Parigi e, successivamente, a Maiorca. La ritrovò anche negli Stati Uniti dove, però, a causa dei sempre più frequenti litigi, la lasciò per recarsi negli stati baltici, in Scandinavia e in Russia con l’amica Barbara Hamilton-Wright. Qui si dedicò alla raccolta del materiale relativo alla vita dell’alpinista svizzero Lorenz Saladin, morto poco tempo prima in maniera tragica e ne scrisse la biografia: Lorenz Saladin, ein leben fur die berge [Lorenz Saladin una vita per la montagna].
I problemi con la droga si fecero sempre più intensi negli anni in cui i tedeschi entrarono a Vienna e nell’ottobre del 1938 Annemarie si fece ricoverare nella clinica Bellevue di Yverdon per sottoporsi alle amorevoli cure della dottoressa Favez. Qui terminò il suo romanzo La valle felice.
Quando nel settembre 1939 uscì il romanzo era già scoppiata la seconda guerra mondiale e Annemarie si trovava insieme ad Ella Maillart a Kabul, in Afghanistan, dove si era recata all’inizio di settembre dopo un avventuroso viaggio in macchina durato tre mesi, attraversando l’Italia, la Jugoslavia, la Bulgaria, la Turchia e la Persia. A causa della dipendenza da droghe di Annemarie fra le due donne scoppiò una crisi che sfociò nella divisione. Annemarie giunse, da sola, a Bombay dove si imbarcò su una nave diretta a Genova. Consegnato il materiale raccolto con Ella sull’Afghanistan, partì per gli Stati Uniti dove intendeva iniziare, come corrispondente, la sua lotta a Hitler. Con i Mann si impegnò nell’ “Emergency Rescue Committee” per salvare gli oppositori di Hitler e partecipò ai lavori preliminari per la fondazione della rivista di Klaus «Decision».
Rimase con l’amica Margot Von Opel, una convivenza difficile che le dava inquietudine e che la spinse a un consumo eccessivo di alcool.
Nel 1940 recensì Il cuore è cacciatore solitario di Carson McCullers con la quale intraprese una relazione. La Carson, tuttavia, era prigioniera di un amore non corrisposto.
Un litigio molto acceso con Margot in un albergo newyorchese provocò l’intervento della polizia, un medico le diagnosticò sintomi di schizofrenia e la fece rinchiudere al famigerato Bellevue Hospital, qui le venne riservato un trattamento inumano. Riuscì a fuggire trovando riparo presso l’amica Carson McCullers ma venne ritrovata dal medico e dalla polizia e riportata in manicomio. Successivamente, grazie all’intervento del fratello Alfred che abitava in America, fu trasferita al White Plains, ospedale privato con regole meno rigide. Nel 1941 fu dimessa a patto che lasciasse l’America. Si imbarcò quindi per Lisbona e mentre lei tornava in Europa a New York veniva pubblicato il nuovo libro di Carson McCullers, Riflessi in un occhio d’oro, a lei dedicato.
Al suo arrivo in Portogallo Annemarie trovò protezione in Henri Martin, ambasciatore svizzero che aveva conosciuto ad Ankara, che la spronò a proseguire nel suo lavoro di giornalista.
Al ritorno in Svizzera si rese conto di quanto fossero peggiorati i rapporti fra lei e la sua famiglia: dopo la morte del marito, Reneé Schwarzenbach si era chiusa in una sorta di freddo dolore così, quella che era stata una madre protettiva e apprensiva, ora si era trasformata in una presenza lontana e assente. Annemarie venne quindi “pregata” dalla sua stessa famiglia di lasciare in breve tempo la Svizzera; maturò così nella giovane scrittrice l’idea, nata a Lisbona, di partire per l’Africa.
Nel 1941 arrivò nel Congo Belga che era sotto il comando degli alleati. Ben presto, anche qui, furono gli scandali a sopraffarla, le venne inoltre impedito di lavorare perché sospettata di essere una spia tedesca. Una schiarita a questo clima così teso venne dal viaggio verso l’interno del Congo, a Lisala, dove conobbe la famiglia Vivien che la ospitò. Ritornata a Léopoldville iniziò a lavorare al suo romanzo Das Wunder des Baums. Nel marzo 1942 Annemarie si imbarcò per Lisbona, qui soggiornò presso Henri Martin e presso il pittore Edmond Bille. Nel maggio 1942 iniziò il suo viaggio per Rabat, dove incontrò di nuovo il marito Claude Clarac.
Il caso rimase avverso ad Annemarie Schwarzenbach lungo tutto il breve percorso della sua vita; il 7 settembre 1942 Annemarie stava recandosi da Sils a Silvaplana, insieme all’aviatrice Isabelle Trumpy, con un calesse affittato, quando vennero raggiunte da un’amica in bicicletta. Annemarie scese dal calesse e salì sulla bicicletta. Dopo aver guidato per un tratto senza tenere le mani sul manubrio, non essendosi accorta di una irregolarità del terreno, cadde rovinosamente dalla bicicletta battendo con la tempia contro un sasso appuntito. Perse molto sangue e svenne, venne riportata a casa e un medico curò la ferita. Quando, tre giorni dopo, riprese conoscenza non era in grado di riconoscere nessuno. Su ordine della madre fu riportata a Prangins. Claude Clarac, appena saputo dell’incidente, si precipitò da Marsiglia ma non gli fu permesso di vedere la moglie. Le condizioni di Annemarie erano irrecuperabili, venne portata a Sils e affidata alle cure di due infermiere che, per ordine della madre, non permisero a nessuno di entrare. Gli ultimi giorni della sua vita Annemarie li visse da prigioniera, rinchiusa in una stanza senza poter ricevere le visite delle persone che l’avevano amata.
Morì il 15 novembre 1942 a Sils in quella solitudine che l’aveva accompagnata per tutta la vita e che aveva alimentato la sua disperazione e il suo male di vivere.

Hans Linsmayer estratto da La valle felice

 

Articolo e recensione a Sybille di Marino Buzzi

 


Estratti da alcune recensioni a La vita in pezzi e La valle felice

Elle, ottobre 1998, Cristina De Stefano

Un angelo in fuga. (...) La storia di una giovane donna che aveva tutto, ricchezza, fascino, talento, ma che fu anche terribilmente infelice in ogni giorno della sua vita. (...) Annemarie Schwarzenbach aveva il potere di attrarre tutti quelli che la conoscevano, uomini e donne (...) eppure lei restò sempre irraggiungibile nella sua infelicità di angelo caduto e l’unica volta che forse s’innamorò davvero - di Erika Mann - non fu ricambiata. «Sono sempre sola e di notte a volte grido: dammi una persona. È una specie di preghiera», ha scritto in uno dei suoi romanzi (...). Lei che non aveva mai saputo amare bene in vita, in tutti i suoi libri aveva celebrato l’amore: «Amare non è una schiavitù, ma qualcosa di nobile, l’espressione del nostro desiderio di toccare il mondo».

La Stampa/Tuttolibri, 10/9/98, Luigi Forte

Una cometa alla fine di tutte le strade. (...) Più che leggere i romanzi vien voglia di sfogliare la sua vita, l’opera più epica che questa ricca borghese un po’ snob con la vocazione per l’esotismo e l’avventura si è lasciata dietro. (...) Annemarie Schwarzenbach resta un enigma della vita, in cui, come diceva, «non v’è altra giustizia che saper essere grati al dolore». L’angelo decaduto lo coltivò sognando una felicità che nessuna fuga poteva ricostruire.

Babilonia, ottobre 1998, Vincenzo Patané

L’angelo devastato. Un grande personaggio è rispuntato da un oblio durato per più di quarant’anni: Annemarie Schwarzenbach. (...) Annemarie ha le carte in regola per affascinare molti, così come fece in vita con grandi personaggi. Ricca, colta, bellissima, fu una donna dai tratti moderni: emancipata e libera, lesbica dichiarata, insofferente di ogni convenzione, perennemente in fuga da una società che non appagava i suoi sogni (...).

Corriere del Ticino, 26/9/98, Mariella Radaelli

Angelo maledetto. (...) Per capire Annemarie Schwarzenbach è necessario entrare nella sua biografia. La sua biografa Areti Georgiadou dice: «Ha ricercato sempre uno spazio per vivere la sua vita e i suoi sogni in chiave politica e ciò la rende estremamente moderna». (...) Grande viaggiatrice, Annemarie ha affrontato i pericoli del viaggio anche in senso metaforico. Da che cosa fuggiva o da chi fuggiva questa bellissima e intelligente donna? (...)

Il Manifesto, 29/9/98, Nicole Janigro

In viaggio verso l’ombra. (...) Scrittrice e giornalista, viaggiatrice e fotografa, Annemarie Schwarzenbach morì giovane, nel 1942, a soli trentaquattro anni. Ma aveva visto mezzo mondo (...). Considerata un personaggio minore nel panorama letterario svizzero, da qualche anno è stata riscoperta, è già mito in Germania e in Francia. (...) Cresciuta in una famiglia zurighese dall’impronta conservatrice e militaresca, prediletta da una madre che la crebbe come un maschio, Annemarie reagì al sogno impossibile di accontentarla cercando scampo nella fuga e nella scrittura. (...)

Grazia, 9/10/98, Miro Silvera

L’efebo di nome Annemarie. (...) Un efebo dallo sguardo infinitamente triste (...) ma è Annemarie Schwarzenbach, una donna. (...) Incuriositi dalla sua immagine veniamo informati che è stata una scrittrice e la ritroviamo sulle copertine dei suoi libri. (...) Ed ecco che il personaggio Annemarie esce a poco a poco dall’ombra della sua infelicità e si racconta a noi. (...) Dalla fine degli anni ’80, la sua vicenda personale sta affascinando tutti e l’ha fatta diventare, oggi, una figura di culto. (...) attraverso il mosaico di scritti che di lei è rimasto, ci siamo fatti l’idea che Annemarie Schwarzenbach sia un personaggio assolutamente moderno con cui è stimolante misurarsi.

Alias/La Talpa libri, 5/9/98, Geraldina Colotti

Angelo non ti voltare. (...) la sua esistenza somigliò a un romanzo d’esilio, nel clima di una generazione che rifiutava di «essere considerata alla stregua di un embrione sotto tutela». (...) In fuga dalla fatica di esistere, si rifugiò nella scrittura, in cui cercò inutilmente conferma, fra desiderio di esporsi e autocensura (...).

L’Espresso, 21/1/1999, Enzo Golino


(…) In un mutuo patto autobiografico trasferisce il male di vivere nella scrittura, ultima àncora di salvezza infranta da una morte assurda. L’epistolario e l’opera letteraria sono un piccolo altare consacrato all’inevitabilità del dolore e della solitudine, della paura e della colpa.

 

Pubblicato in Annemarie Schwarzenbach
 
 

Associazione Culturale Leggere Donna - Luciana Tufani Editrice
Via Ticchioni 38/1 - 44122 Ferrara
tel/fax 0532/53186 - e-mail luciana.tufani@gmail.com