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Luciana Tufani Editrice
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Visualizza articoli per tag: esilio
Venerdì 29 Maggio 2009 10:53

Racconti giamaicani

Traduzione di Elisabetta Nones.

Postfazione e cura di Patrizia Villani.


In quasi tutti i racconti della presente raccolta (come nella precedente Punto, 1997), l'emigrazione è un fenomeno comune per i personaggi: esiliati, come in "Scarafaggi" o "Danza d'esilio", o che vorrebbero partire per lasciare una realtà senza sbocchi o che tornano occasionalmente o puntualmente in Giamaica.

La vita nelle isole viene descritta con amara ironia, con l'ambivalenza emotiva tipica delle passioni umane fondamentali, un amore/odio che tradisce la profondità dell'attaccamento alla propria terra e la nostalgia per i paesaggi, le persone, gli odori, i colori, e infine il cibo stesso, che nella sua tipicità e nella sua funzione materna di nutrimento, calore e condivisione rappresenta il legame più semplice e quotidiano con la tradizione e la famiglia.

Pubblicato in Elledi
Venerdì 29 Maggio 2009 10:49

Punto

Traduzione di Elisabetta Nones

Postfazione e cura di Giovanna Covi


Otto racconti di una scrittrice giamaicana che è tra i migliori giovani talenti della letteratura dei Caraibi. Storie in cui l'amara disillusione dei protagonisti è mitigata dall'ironia, mentre lo stile immediato e secco si accompagna a contenuti forti ed emotivamente coinvolgenti. A tenere le fila di una società frammentata sono i legami affettivi e a volte problematici tra i personaggi. Un libro che è un antidoto all'idea stereotipata e generica dei "tropici".

In una società in cui l'emigrazione è la norma, le famiglie hanno le composizioni più varie; a reggerle sono spesso nonne battagliere come Nonna Scottie, una nonna con la n maiuscola, che, nel racconto che dà il titolo alla raccolta, scambia un divertente epistolario con la nipote. Altre volte protagonisti sono giovani intellettuali benintenzionati ma velleitari oppure, spesso, bambine e bambini che rivivono con disincantata ingenuità la loro infanzia o che, con la loro imbarazzante presenza, mettono a disagio giovani e anziani che li circondano. Tante voci diverse che ci descrivono una società complessa e multiforme che non è né il paradiso delle vacanze esotiche che ti offrono, tutto compreso, anche il brivido della droga, né l'inferno del sottosviluppo e della corruzione politica.

Pubblicato in Elledi
Mercoledì 08 Luglio 2009 08:13

Alecia McKenzie

 
 
 
 
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Alecia McKenzie

  
È nata e cresciuta a Kingston, capitale della Giamaica. Ha pubblicato poesie in giornali locali quando era ancora alle superiori. Ha frequentato la Alpha Academy di Kingston, la Troy University in Alabama e la Columbia University di New York dove i suoi studi si diressero verso l’arte e il giornalismo. Le piace anche dipingere, anche se preferisce scrivere. Lo sguardo dell’artista, comunque, l’accompagna sempre come attestano i chiari e precisi affreschi che ci dà nei suoi racconti.
Come scrittrice si impose all’attenzione di pubblico e critica  caraibici per la prima volta nel 1993 quando vinse il premio regionale del Commonwealth Writers’ per la migliore opera d’esordio con la raccolta Satellite City. Le storie raccontate in questa raccolta sono vivaci e umoristiche ma sanno anche colpire duro mettendo a nudo senza mezzi termini l’esperienza politica e culturale della Giamaica.  I suoi racconti sono come dei primi piani di diversi (a volte spiacevoli) aspetti della vita urbana. Il volume è stato tradotto in olandese, italiano (col titolo Punto), polacco e ne è inoltre apparsa una selezione in spagnolo. Ha pubblicato poesie e racconti brevi su alcuni giornali internazionali di entrambe le sponde dell’atlantico, nonché un romanzo intitolato When Rain Stopped Falling in Natland,nel 1995 e Stories From Yard (Racconti giamaicani),  tradotto in iitaliano e pubblicato in Italia non ancora  in inglese. I suoi racconti sono apparsi in molte riviste letterarie come «The Malahat Review», «Deus Ex Machina», «Kunapipi» e «The Journal of Caribbean Literatures». Ha inoltre contribuito al successo di Girls Night In, una selezione di racconti di varie autrici.
Come giornalista ha scritto articoli su di un vasto numero di argomenti che hanno avuto l’onore di essere pubblicati sulle maggiori e più prestigiose testate americane e europee. Ha inoltre lavorato anche per il «Wall Street Journal/Europe» (1986-8) e per l’InterPress Service (1992-5). Ha insegnato scrittura creativa e stile giornalistico alla Vrije Universiteit di Bruxelles dove ha vissuto con il marito e il figlio dal 1985 al 1998. Si è poi trasferita per alcuni anni a Londra (dal 1998 al 2000), pur continuando a insegnare a Bruxelles. Dopo la nascita di una figlia, ha      vissuto a Singapore e attualmente vive a Parigi con la famiglia.  Sta lavorando a un libro di poesie e a un romanzo.
 
 

* Postfazione di Giovanna Covi e Elisabetta Nones a Punto

Guardare la violenza con il sorriso

Con questi racconti, Alecia Mckenzie ci porta a rivedere radicalmente l’immagine dei Caraibi che quotidianamente e ripetutamente ci viene proposta dalle agenzie di viaggio e che spesso oscura le nostre conoscenze sulla realtà socio-politica delle isole. Ora riesce più facile anche a noi recepire il dato statistico trasmesso alcuni giorni fa dalla BBC che vede numerosi stati dei Caraibi secondi solo all’America Latina nella classifica dei paesi afflitti dalla piaga della criminalità violenta.
Nell’originale, le tensioni sociali della Giamaica si riflettono prima di tutto nella lingua creola - risultato della commistione di lingue africane, lingue native e inglese dei colonizzatori spesso rielaborato in modo semplificato -, una lingua che bene coglie la balcanizzazione linguistica dei Caraibi prodotta dalla storia coloniale. La nostra traduzione ha cercato pur con grossi e inevitabili limiti di far sentire questa parlata accentuando i caratteri colloquiali dell’italiano - come per esempio nelle parole del vecchio in “Natasha” - e inserendovi spesso termini originali, come quando Nonna Scottie manda Jakes al mercato a comprare lime, cho-cho e plantains. Con questi accorgimenti, pur frustranti nei loro approssimativi risultati, abbiamo voluto far vedere il peso che l’Europa ha esercitato sulla cultura dei Caraibi, il suo tentativo di cancellarla radicalmente, sovrapponendole, con i sistemi giuridico-politici, anche la cultura degli imperi. Nelle opere di un numero sempre maggiore di artisti caraibici la lingua creola, così come in musica il ritmo del calipso, dimostra che una vera e propria lotta di resistenza è necessaria, ora in epoca turistica proprio come lo era in quella coloniale, per far sopravvivere la cultura locale nel momento in cui questa partecipa al dialogo internazionale. Le strategie atte a preservare l’identità nazionale dei giamaicani e degli altri popoli caraibici in generale sono molteplici e contribuiscono al complesso mosaico che definisce la loro cultura: multietnica e internazionale, ma anche e al tempo stesso fortemente nazionale.
Naturalmente le tensioni sociali che si riflettono nella varietà linguistica dei Caraibi non sono mai circoscritte al contesto locale. Se come bene ricorda Edward Said in Culture and Imperialism, il processo contemporaneo di globalizzazione economica, politica e culturale del mondo è strettamente riconducibile all’unità imposta sulla nostra terra dagli imperi coloniali del XXIX e primo XX secolo (basti ricordare che nel 1914 l’Europa possedeva all’incirca l’85% della superficie terrestre in colonie, protettorati, domini e stati dipendenti dal Commonwealth), allora i Caraibi, che sono terre colonizzate per eccellenza, diventano un luogo in cui questo sistema mondiale, compreso il suo aspetto multiculturale, si esprime nelle forme più estreme ed evidenti.
I racconti di Alecia McKenzie hanno soprattutto valore perché non ci fanno mai dimenticare l’interdipendenza che collega la vita di Kingston a quella di Londra o New York. I suoi personaggi sono individui senza un’unica dimora, esuli cosmopoliti che cercano affermazione a livello internazionale senza mai dimenticare la loro terra di origine e l’identità che ad essa li lega. La ricerca di un lavoro e la dipendenza dai centri economici mondiali, unite al desiderio di entrare in contatto diretto con quelle che sono state comunque le culture loro imposte, fanno dei giamaicani, così come degli altri caraibici, un popolo in continua peregrinazione, le cui destinazioni sono mutate nel corso degli anni recenti, dall’Inghilterra negli anni cinquanta agli Stati Uniti e il Canada negli anni ottanta e novanta, interessando progressivamente e in maniera sempre maggiore la popolazione femminile.
McKenzie stessa segue questo percorso: nativa di Kingston, frequenta le scuole in Giamaica, e nel 1980 lascia il suo paese natale per studiare negli Stati Uniti, dapprima alla Troy University in Alabama e poi alla Columbia University di New York dove consegue un Master in giornalismo. Collabora per alcuni anni con agenzie di stampa e giornali internazionali tra cui The Wall Street Journal /Europe, Interpress Service, The New York Times Regional Newspaper Group, The International Herald Tribune, American Visions e Black Enterprise, ma abbandona poi la carriera giornalistica per dedicarsi alla scrittura. Satellite City and Other Stories, la sua prima raccolta di racconti da cui sono tratte le storie di Punto, esce nel 1992 e gode subito di un grande successo, sancito l’anno successivo con la vincita del premio letterario Commonwealth per la miglior opera prima prodotta nelle regioni del Canada e dei Caraibi. Nel 1995 pubblica il racconto per bambini When the Rain Stopped in Natland, che riesce facilmente a mettere a fuoco i problemi quotidiani di una famiglia caraibica in Belgio. Questi e altri racconti più recenti di Alecia Mckenzie circolano anche in varie antologie di letteratura caraibica e in importanti riviste letterarie quali The Malahat Review, Deus Ex Machina, Kunapipi e The Journal of Caribbean Literatures.
La scrittrice ha vissuto a Bruxelles dove insegnava creative writing e scienza della comunicazione alla Vrije Universiteit Brussel. Ed è proprio in Belgio, il paese del marito e quello in cui sono nati i suoi figli, che i racconti di Satellite City and Other Stories sono stati concepiti. La lontananza dalla natale Giamaica ha costituito infatti per McKenzie un forte stimolo alla scrittura, che lei considera mezzo ideale per far luce sulla realtà affascinante e complessa del suo paese.
Così Mckenzie, in modo simile a molti altri scrittori che oggi delineano e caratterizzano la tradizione letteraria dei Caraibi, focalizza la sua scrittura sulla realtà del proprio paese vista in un contesto mondiale e da una prospettiva internazionale. Questi scrittori, dalla generazione precedente di Derek Walcott, Wilson Harris, George Lamming e quella contemporanea che vede un numero maggiore di presenze femminili quali Jamaica Kincaid, Olive Senior e Grace Nichols, fanno in modo che la specificità del mondo letterario caraibico sopravviva nonostante il rischio di appiattimento che deriva non solo da una globalizzazione della cultura mondiale ma anche da interventi critici che sotto la nuova etichetta di “post-colonialismo” comprendono e uniformano i Caraibi e tutte le altre realtà del cosiddetto Terzo Mondo in un tutto omogeneo. Proprio perché accetta di confrontarsi con le forze con cui di necessità ogni cultura interagisce, il loro sforzo di inserire la letteratura dei Caraibi all’interno del contesto internazionale non rischia di cadere preda di nuove forme di colonialismo culturale.
Il rapporto reciproco tra i centri metropolitani e le periferie del mondo caratteristico del contesto contemporaneo viene magistralmente catturato nella storia “Punto”, dove le lettere tra Carmen e Nonna Scottie ci consentono di confrontare la violenza di Kingston a quella di New York. I bozzetti di vita quotidiana nella capitale della Giamaica offerti da Alecia McKenzie hanno uno stile carveriano, ma mostrano anche una consapevolezza politica della rete che collega i vari fili del potere economico e politico delle multinazionali e del Fondo Monetario Internazionale che Raymond Carter non è mai riuscito a raffigurare nella sua produzione così circoscritta alla realtà metropolitana statunitense da fare del minimalismo di McKenzie un discorso insospettabile dal punto di vista dell’impegno politico della sua scrittura.
È interessante ricordare a questo proposito che l’autrice aveva intitolato la raccolta On The Island, con l’intento di catturare attraverso la metafora dell’isola non tanto l’idea di isolamento quanto la vulnerabilità di una terra che può essere attaccata da ogni lato, così da dover sopravvivere a continue minacce. Terre di sopravvivenza sono appunto le isole dei Caraibi, non solo perché continuamente invase dall’estero dalle grandi potenze mondiali ma anche perché ormai corrose dall’interno dal retaggio del potere coloniale. Il titolo infine scelto dall’editore Longman, Satellite City, esplicita questo doppio significato: un satellite trasmette in un luogo periferico il messaggio di una fonte centrale, riceve onde da altri luoghi proprio come le spiagge dell’isola, ma questo messaggio ha effetto solo se trova un destinatario. Non dimentichiamo, per esempio, che i Caraibi sono zona turistica e quindi i canali televisivi sono moltissimi, ma è sicuramente quasi impossibile vedere rappresentata in televisione un’opera di Derek Walcott, premio Nobel per la letteratura, che ha prodotto più di trenta testi teatrali. Descrivere la Giamaica come una città satellite esprime con chiarezza la posizione periferica del paese nei confronti del colosso statunitense e sottolinea il ruolo fondamentale esercitato dai mezzi di comunicazione nell’esercizio di questo potere che vorrebbe, se incontrastato, forgiare sul modello occidentale lo stile di vita e le abitudini dei giamaicani. Questo risulta chiaro anche nella raccolta italiana Punto. Qui manca il racconto “Satellite City” in cui i quartieri benestanti e più americanizzati di Kingston sono affollati dalle antenne paraboliche, ma il primo racconto che dà il titolo a questa edizione bene coglie questa doppia valenza di identità dipendente e indipendente, isolana e internazionale, della Giamaica; non solo, come ricordato sopra, perché le lettere tra nonna e nipote ci fanno spostare su Londra, ma anche perché quel punto che dovrebbe chiudere il discorso su una realtà viene sempre omesso da Nonna Scottie, omissione che rende possibile aprire tale realtà a una rete di rapporti più ampia.
Mossa da uno spirito di sopravvivenza è anche la traduzione, che vuole trasportare le marche inconfondibili delle realtà giamaicana in campo internazionale. Ci auguriamo che l’incontro fra l’inglese con accento creolo di Alecia McKenzie e il nostro italiano abbia allargato e approfondito i confini della nostra lingua così da veicolare almeno in parte la straordinaria cultura giamaicana nelle versioni qui proposte. Speriamo di aver approssimato lo spirito del popolo giamaicano di cui l’opera di McKenzie ricostruisce la grande vitalità; di aver reso le realtà familiari, così diverse da quelle nucleari a cui noi siamo abituati; di avere almeno in parte evocato la musica e i suoni di una terra che conosciamo ancora solo superficialmente. Punto, nei suoi contenuti, offre comunque un antidoto all’idea stereotipata e generica dei “tropici” quale sogno di evasione dal mondo malato e caotico in cui stiamo stretti, ma lo fa mostrandoci come le contraddizioni che affliggono i Caraibi sono quelle stesse del nostro mondo. Ciononostante, riesce anche a farci ritrovare la speranza nel momento in cui propone una nuova prospettiva capace di ridare un senso non solo alla colonizzata Giamaica ma anche al resto del mondo. Alecia McKenzie lo ha espresso in maniera chiara in un’intervista, ed è con l’immagine del suo radioso sorriso, simbolo di accoglienza reciproca e quindi segno positivo di multiculturalismo, che vorremmo chiudere queste storie di violenza: «Penso che i miei personaggi siano tutti persone meravigliose. Ma devono lottare contro tante difficoltà. La Giamaica è una città satellite perché riceve così tanto dall’America. Ma io sono così fiera che noi continuiamo ad esistere come popolo e siamo ancora così disponibili verso gli altri. Non c’è sorriso come il sorriso dei caraibici. Non c’è ospitalità come l’ospitalità caraibica».

 

* Postfazione di Patrizia Villani a Racconti giamaicani

Dalla diaspora all’esilio, senza perdersi

Dalla diaspora all’esilio, più o meno volontario, senza perdere o abbandonare mai le proprie radici: la questione è ovviamente cruciale e sta alla base di tanta parte della letteratura post-coloniale ormai diventata “classica”. Gli antecedenti illustri dei vivaci personaggi di Alecia McKenzie appartengono infatti allo stesso mondo delle storie di Tropic Death di Eric Walrond e alla realtà quotidiana degli abitanti di Miguel Street di Naipaul, e ci riportano alla tragicomiche vicende di quei Lonely Londoners di cui Sam Selvon ci ha dato un ritratto indimenticabile sullo sfondo di una società (europea e caraibica) afflitta dalla piaga del colonialismo e del razzismo e descritta con amara ironia anche nel saggio di George Lamming, The Pleasures of Exile.
La short story divenne ben presto una forma fondamentale di espressione letteraria per gli scrittori dei Caraibi, a partire dalla generazione che scriveva i suoi capolavori negli anni Cinquanta e Sessanta. Negli ultimi due decenni, in particolare, si è parlato di new wave al femminile poiché le donne occupano la scena centrale di questa letteratura e autrici come Olive Senior, Jamaica Kincaid, Pauline Melville, Mekeda Silvera e Alecia McKenzie rappresentano attualmente la forza trainante della letteratura caraibica contemporanea. Nelle storie di queste scrittrici la vitalità del linguaggio e la modernità del tono globale e della psicologia dei personaggi (in particolare quelli femminili, sempre caratterizzati a tutto tondo) costituiscono le caratteristiche principali di questa letteratura estremamente vitale.
La forma del racconto, come si è detto, sembra essere particolarmente congeniale alla realtà densa e subito percepibile di questi paesi, perché consente di raffigurare piccole epifanie che conducono al “riconoscersi” da parte dei protagonisti e alla rappresentazione di un microcosmo che dà la sensazione forte e precisa della quotidianità vera, tangibile, prepotente. Presentare senza veli questa realtà comporta una raffigurazione minuziosa e attenta delle relazioni amorose, familiari o di amicizia fra i personaggi e dei sentimenti in esse implicati, mantenendo un punto di vista femminile che non cade in illusioni eroiche o avventurose sulle vicende umane, ma rimane con i piedi saldamente piantati per terra dimostrando concretamente grande saggezza pratica in ogni situazione e attingendo coraggio e determinazione  dalla propria salda interiorità. Ecco le caratteristiche peculiari dell’opera di queste scrittrici e, potremmo dire, della scrittura femminile.
Altro fattore cruciale che ha sempre intriso la struttura stessa di questa letteratura è quello dell’emigrazione, fenomeno endemico nei Caraibi a partire dagli anni Trenta del nostro secolo e tuttora attivo nel determinare e plasmare la realtà sociale dell’arcipelago. Abbiamo parlato di diaspora (dal greco diasperein, disperdersi) e di esilio, che devono essere considerate le due facce di una stessa medaglia. Esperienza di costrizione e migrazione violenta legata alla schiavitù, la diaspora della popolazione africana è un fenomeno ormai storicamente documentato, descritto e studiato che ha lasciato tracce culturali e psicologiche forse incancellabili nella storia del Nuovo Mondo e in particolare nelle isole caraibiche, la sua società multietnica e multiculturale ne è figlia consapevole ma non rassegnata o docile.
L’esilio, versione moderna e apparentemente volontaria di questa diaspora, costituisce invece la realtà più vicina a noi. Le ragioni attuali di tale emigrazione sono quasi esclusivamente economiche, e talvolta politiche, per la gran parte delle persone (trovare lavoro o sfuggire a una situazione di mancanza di libertà), ma nel caso di intellettuali, artisti e scrittori sono dovute soprattutto alla ricerca fisiologica di un ambito culturale più organico e soddisfacente. Comune, tuttavia, è il forte senso di appartenenza al mondo caraibico, che non viene mai meno e forma un solido “apparato radicale” che lega indissolubilmente questi esuli cosmopoliti al ricco humus dell’arcipelago, pur se residenti stabilmente all’estero. Come spesso succede, anzi, è proprio la distanza geografica a consentire a questi autori di elaborare psicologicamente in modo completo e di mettere a fuoco con estrema precisione (e una passione in cui sembra svolgere un ruolo fondamentale la nostalgia) le esperienze vissute in prima persona e il panorama umano e sociale delle isole.

E questo diviene appunto il tema fondamentale sotteso ai racconti di Alecia McKenzie, scrittrice giamaicana dell’ultima generazione che ha sperimentato di persona (ha vissuto in Belgio, a Londra, e si trova attualmente a Singapore) questa condizione comune a gran parte della popolazione dei Caraibi. Alecia McKenzie ben rappresenta la nuova generazione di scrittori che esplorano incessantemente la storia recente e la realtà del proprio paese attraverso l’osservazione e una fedele descrizione delle relazioni umane, sfondo ideale che consente di sottolineare ipocrisie, conflitti e mancanza d’impiego nella società contemporanea (giamaicana, nel caso specifico).
Questa scrittrice si allontana dalle tematiche tradizionali legate alla schiavitù e al colonialismo che sono state trattate dalla precedente generazione di scrittori delle West Indies, ed esamina i nuovi mali del suo paese d’origine con uno stile e una visione semplici e incisivi, occupandosi di conflitti tra generazioni, aspettative dei giovani in campo sociale e politico, parità fra i sessi, e problemi quotidiani di classe, ricchezza e povertà.
In questa letteratura i legami tra il linguaggio (creolo e inglese standard), il potere e la politica si trovano al centro di un quadro nel quale il ruolo dell’artista nella comunità e il desiderio di creare una società nuova ed equa in cui affondare di nuovo e più saldamente le proprie radici senza cancellare il passato dalla memoria collettiva costituiscono i pilastri di una visione contemporanea della realtà delle West Indies condivisa anche da scrittori più maturi come Jamaica Kincaid (in Annie John e Lucy, ad esempio) e Derek Walcott (che nel suo recente poema Tiepolo’s Hound indaga in modo specifico il sofferto rapporto dell’artista caraibico con la società che l’ha generato e con la tradizione europea, eredità necessaria ma carica di ricordi dolorosi).

In quasi tutti i racconti della presente raccolta, Racconti giamaicani (e nella precedente Punto, 1997), l’emigrazione è un fenomeno comune per i personaggi, che sono loro stessi “esiliati” o conoscono qualcuno che si è trasferito in Europa o negli Stati Uniti per varie ragioni, oppure parlano di chi vorrebbe partire per quel mondo considerato una liberazione da una realtà senza sbocchi, o di coloro che tornano occasionalmente o puntualmente nelle isole per una vacanza o per rivedere parenti o amici. Si descrive la vita nelle isole, e l’atmosfera che vi regna, con l’ambivalenza emotiva tipica delle passioni umane fondamentali, un amore/odio che tradisce la profondità dell’attaccamento alla propria terra e la nostalgia per i paesaggi, le persone, gli odori, i colori, e infine il cibo stesso, che nella sua tipicità e nella sua funzione materna di nutrimento, calore e condivisione rappresenta il legame più semplice e quotidiano con la tradizione e la famiglia.
Altro argomento spesso doloroso, inestricabilmente legato al problema della precarietà sociale e dell’emarginazione, è quello della famiglia, o meglio della struttura spesso disgregata o semplicemente monoparentale che per tradizione costituisce il nucleo familiare tipico di queste culture. La famiglia è quasi sempre la madre, oppure la nonna, figure fondamentali che da sole (i padri sembrano eternamene assenti in questa tradizione) si occupano di crescere ed educare figli e nipoti, accollandosi un difficile compito economico e psicologico in una società in cui il matrimonio e la presenza maschile sono nozioni fluttuanti e temporanee senza solidità e sostanza, esperienze che rientrano piuttosto nell’eccezione a una regola di matriarcato “obbligato” e fino ad ora condiviso dalla quasi totalità della popolazione. E quando gli uomini compaiono in questa realtà è troppo spesso per dimostrare le proprie debolezze (violenza, incapacità di rapporti duraturi, infedeltà), o mostrare di non essere all’altezza delle spregiudicate e coraggiose figure femminili che popolano la narrazione, solide e appassionate nella loro identità individuale.
Centrale a questo proposito sembra essere il racconto “Aspra come il guinep”, che incorpora in modo emblematico tutte le tematiche affrontate dall’autrice, e ripropone nella vita complicata della protagonista e nei suoi legami familiari la gamma di esperienze che con molta probabilità caratterizzano nella quotidianità l’esistenza di gran parte delle donne e dei giovani nei Caraibi. Nel resoconto di queste esperienze, raccontate in prima persona dalla protagonista, traspaiono (nonostante la sobrietà e pacatezza della voce narrante) la passione, l’amarezza e tuttavia il coraggio di chi non si rassegna agli ostacoli e alle difficoltà.
Negli altri racconti, di volta in volta teneri, tragici o umoristici, i temi toccati sono la situazione sociale e politica instabile, l’emigrazione e la violenza nelle isole (“Ladri”, “Angie torna a casa per Natale”, “Scarafaggi”); l’esperienza della scuola, l’ambiguo rapporto con gli insegnanti e l’importanza di un’istruzione superiore per una vita diversa (“Aerei in lontananza”, “Scuola privata”, “Capolinea”); e infine la questione della vita lontano dalle isole, il problema del razzismo e la solidarietà nel delicato racconto “Danza dell’esilio”, il cui titolo fortemente significativo potrebbe fare da cornice all’intera raccolta.
Dalla diaspora all’esilio, quindi, ma senza dimenticare la possibilità sempre aperta del ritorno e soprattutto quell’attenzione così rivelatrice che Alecia McKenzie e gli altri autori nativi di questo arcipelago affascinante mantengono sempre saldamente puntata, come un riflettore, su quella realtà speciale a cui nessuno di loro può o vuole rinunciare, perché è il nucleo vitale dell’esperienza creativa e della scrittura a cui l’artista caraibico, scrittore o poeta che sia, sa di dover attingere per sopravvivere e crescere, per realizzare nel mondo la propria visione.

 

Pubblicato in Alecia McKenzie
Mercoledì 08 Luglio 2009 08:13

Alecia McKenzie

 
 
 
 
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Alecia McKenzie

  
È nata e cresciuta a Kingston, capitale della Giamaica. Ha pubblicato poesie in giornali locali quando era ancora alle superiori. Ha frequentato la Alpha Academy di Kingston, la Troy University in Alabama e la Columbia University di New York dove i suoi studi si diressero verso l’arte e il giornalismo. Le piace anche dipingere, anche se preferisce scrivere. Lo sguardo dell’artista, comunque, l’accompagna sempre come attestano i chiari e precisi affreschi che ci dà nei suoi racconti.
Come scrittrice si impose all’attenzione di pubblico e critica  caraibici per la prima volta nel 1993 quando vinse il premio regionale del Commonwealth Writers’ per la migliore opera d’esordio con la raccolta Satellite City. Le storie raccontate in questa raccolta sono vivaci e umoristiche ma sanno anche colpire duro mettendo a nudo senza mezzi termini l’esperienza politica e culturale della Giamaica.  I suoi racconti sono come dei primi piani di diversi (a volte spiacevoli) aspetti della vita urbana. Il volume è stato tradotto in olandese, italiano (col titolo Punto), polacco e ne è inoltre apparsa una selezione in spagnolo. Ha pubblicato poesie e racconti brevi su alcuni giornali internazionali di entrambe le sponde dell’atlantico, nonché un romanzo intitolato When Rain Stopped Falling in Natland,nel 1995 e Stories From Yard (Racconti giamaicani),  tradotto in iitaliano e pubblicato in Italia non ancora  in inglese. I suoi racconti sono apparsi in molte riviste letterarie come «The Malahat Review», «Deus Ex Machina», «Kunapipi» e «The Journal of Caribbean Literatures». Ha inoltre contribuito al successo di Girls Night In, una selezione di racconti di varie autrici.
Come giornalista ha scritto articoli su di un vasto numero di argomenti che hanno avuto l’onore di essere pubblicati sulle maggiori e più prestigiose testate americane e europee. Ha inoltre lavorato anche per il «Wall Street Journal/Europe» (1986-8) e per l’InterPress Service (1992-5). Ha insegnato scrittura creativa e stile giornalistico alla Vrije Universiteit di Bruxelles dove ha vissuto con il marito e il figlio dal 1985 al 1998. Si è poi trasferita per alcuni anni a Londra (dal 1998 al 2000), pur continuando a insegnare a Bruxelles. Dopo la nascita di una figlia, ha      vissuto a Singapore e attualmente vive a Parigi con la famiglia.  Sta lavorando a un libro di poesie e a un romanzo.
 
 

* Postfazione di Giovanna Covi e Elisabetta Nones a Punto

Guardare la violenza con il sorriso

Con questi racconti, Alecia Mckenzie ci porta a rivedere radicalmente l’immagine dei Caraibi che quotidianamente e ripetutamente ci viene proposta dalle agenzie di viaggio e che spesso oscura le nostre conoscenze sulla realtà socio-politica delle isole. Ora riesce più facile anche a noi recepire il dato statistico trasmesso alcuni giorni fa dalla BBC che vede numerosi stati dei Caraibi secondi solo all’America Latina nella classifica dei paesi afflitti dalla piaga della criminalità violenta.
Nell’originale, le tensioni sociali della Giamaica si riflettono prima di tutto nella lingua creola - risultato della commistione di lingue africane, lingue native e inglese dei colonizzatori spesso rielaborato in modo semplificato -, una lingua che bene coglie la balcanizzazione linguistica dei Caraibi prodotta dalla storia coloniale. La nostra traduzione ha cercato pur con grossi e inevitabili limiti di far sentire questa parlata accentuando i caratteri colloquiali dell’italiano - come per esempio nelle parole del vecchio in “Natasha” - e inserendovi spesso termini originali, come quando Nonna Scottie manda Jakes al mercato a comprare lime, cho-cho e plantains. Con questi accorgimenti, pur frustranti nei loro approssimativi risultati, abbiamo voluto far vedere il peso che l’Europa ha esercitato sulla cultura dei Caraibi, il suo tentativo di cancellarla radicalmente, sovrapponendole, con i sistemi giuridico-politici, anche la cultura degli imperi. Nelle opere di un numero sempre maggiore di artisti caraibici la lingua creola, così come in musica il ritmo del calipso, dimostra che una vera e propria lotta di resistenza è necessaria, ora in epoca turistica proprio come lo era in quella coloniale, per far sopravvivere la cultura locale nel momento in cui questa partecipa al dialogo internazionale. Le strategie atte a preservare l’identità nazionale dei giamaicani e degli altri popoli caraibici in generale sono molteplici e contribuiscono al complesso mosaico che definisce la loro cultura: multietnica e internazionale, ma anche e al tempo stesso fortemente nazionale.
Naturalmente le tensioni sociali che si riflettono nella varietà linguistica dei Caraibi non sono mai circoscritte al contesto locale. Se come bene ricorda Edward Said in Culture and Imperialism, il processo contemporaneo di globalizzazione economica, politica e culturale del mondo è strettamente riconducibile all’unità imposta sulla nostra terra dagli imperi coloniali del XXIX e primo XX secolo (basti ricordare che nel 1914 l’Europa possedeva all’incirca l’85% della superficie terrestre in colonie, protettorati, domini e stati dipendenti dal Commonwealth), allora i Caraibi, che sono terre colonizzate per eccellenza, diventano un luogo in cui questo sistema mondiale, compreso il suo aspetto multiculturale, si esprime nelle forme più estreme ed evidenti.
I racconti di Alecia McKenzie hanno soprattutto valore perché non ci fanno mai dimenticare l’interdipendenza che collega la vita di Kingston a quella di Londra o New York. I suoi personaggi sono individui senza un’unica dimora, esuli cosmopoliti che cercano affermazione a livello internazionale senza mai dimenticare la loro terra di origine e l’identità che ad essa li lega. La ricerca di un lavoro e la dipendenza dai centri economici mondiali, unite al desiderio di entrare in contatto diretto con quelle che sono state comunque le culture loro imposte, fanno dei giamaicani, così come degli altri caraibici, un popolo in continua peregrinazione, le cui destinazioni sono mutate nel corso degli anni recenti, dall’Inghilterra negli anni cinquanta agli Stati Uniti e il Canada negli anni ottanta e novanta, interessando progressivamente e in maniera sempre maggiore la popolazione femminile.
McKenzie stessa segue questo percorso: nativa di Kingston, frequenta le scuole in Giamaica, e nel 1980 lascia il suo paese natale per studiare negli Stati Uniti, dapprima alla Troy University in Alabama e poi alla Columbia University di New York dove consegue un Master in giornalismo. Collabora per alcuni anni con agenzie di stampa e giornali internazionali tra cui The Wall Street Journal /Europe, Interpress Service, The New York Times Regional Newspaper Group, The International Herald Tribune, American Visions e Black Enterprise, ma abbandona poi la carriera giornalistica per dedicarsi alla scrittura. Satellite City and Other Stories, la sua prima raccolta di racconti da cui sono tratte le storie di Punto, esce nel 1992 e gode subito di un grande successo, sancito l’anno successivo con la vincita del premio letterario Commonwealth per la miglior opera prima prodotta nelle regioni del Canada e dei Caraibi. Nel 1995 pubblica il racconto per bambini When the Rain Stopped in Natland, che riesce facilmente a mettere a fuoco i problemi quotidiani di una famiglia caraibica in Belgio. Questi e altri racconti più recenti di Alecia Mckenzie circolano anche in varie antologie di letteratura caraibica e in importanti riviste letterarie quali The Malahat Review, Deus Ex Machina, Kunapipi e The Journal of Caribbean Literatures.
La scrittrice ha vissuto a Bruxelles dove insegnava creative writing e scienza della comunicazione alla Vrije Universiteit Brussel. Ed è proprio in Belgio, il paese del marito e quello in cui sono nati i suoi figli, che i racconti di Satellite City and Other Stories sono stati concepiti. La lontananza dalla natale Giamaica ha costituito infatti per McKenzie un forte stimolo alla scrittura, che lei considera mezzo ideale per far luce sulla realtà affascinante e complessa del suo paese.
Così Mckenzie, in modo simile a molti altri scrittori che oggi delineano e caratterizzano la tradizione letteraria dei Caraibi, focalizza la sua scrittura sulla realtà del proprio paese vista in un contesto mondiale e da una prospettiva internazionale. Questi scrittori, dalla generazione precedente di Derek Walcott, Wilson Harris, George Lamming e quella contemporanea che vede un numero maggiore di presenze femminili quali Jamaica Kincaid, Olive Senior e Grace Nichols, fanno in modo che la specificità del mondo letterario caraibico sopravviva nonostante il rischio di appiattimento che deriva non solo da una globalizzazione della cultura mondiale ma anche da interventi critici che sotto la nuova etichetta di “post-colonialismo” comprendono e uniformano i Caraibi e tutte le altre realtà del cosiddetto Terzo Mondo in un tutto omogeneo. Proprio perché accetta di confrontarsi con le forze con cui di necessità ogni cultura interagisce, il loro sforzo di inserire la letteratura dei Caraibi all’interno del contesto internazionale non rischia di cadere preda di nuove forme di colonialismo culturale.
Il rapporto reciproco tra i centri metropolitani e le periferie del mondo caratteristico del contesto contemporaneo viene magistralmente catturato nella storia “Punto”, dove le lettere tra Carmen e Nonna Scottie ci consentono di confrontare la violenza di Kingston a quella di New York. I bozzetti di vita quotidiana nella capitale della Giamaica offerti da Alecia McKenzie hanno uno stile carveriano, ma mostrano anche una consapevolezza politica della rete che collega i vari fili del potere economico e politico delle multinazionali e del Fondo Monetario Internazionale che Raymond Carter non è mai riuscito a raffigurare nella sua produzione così circoscritta alla realtà metropolitana statunitense da fare del minimalismo di McKenzie un discorso insospettabile dal punto di vista dell’impegno politico della sua scrittura.
È interessante ricordare a questo proposito che l’autrice aveva intitolato la raccolta On The Island, con l’intento di catturare attraverso la metafora dell’isola non tanto l’idea di isolamento quanto la vulnerabilità di una terra che può essere attaccata da ogni lato, così da dover sopravvivere a continue minacce. Terre di sopravvivenza sono appunto le isole dei Caraibi, non solo perché continuamente invase dall’estero dalle grandi potenze mondiali ma anche perché ormai corrose dall’interno dal retaggio del potere coloniale. Il titolo infine scelto dall’editore Longman, Satellite City, esplicita questo doppio significato: un satellite trasmette in un luogo periferico il messaggio di una fonte centrale, riceve onde da altri luoghi proprio come le spiagge dell’isola, ma questo messaggio ha effetto solo se trova un destinatario. Non dimentichiamo, per esempio, che i Caraibi sono zona turistica e quindi i canali televisivi sono moltissimi, ma è sicuramente quasi impossibile vedere rappresentata in televisione un’opera di Derek Walcott, premio Nobel per la letteratura, che ha prodotto più di trenta testi teatrali. Descrivere la Giamaica come una città satellite esprime con chiarezza la posizione periferica del paese nei confronti del colosso statunitense e sottolinea il ruolo fondamentale esercitato dai mezzi di comunicazione nell’esercizio di questo potere che vorrebbe, se incontrastato, forgiare sul modello occidentale lo stile di vita e le abitudini dei giamaicani. Questo risulta chiaro anche nella raccolta italiana Punto. Qui manca il racconto “Satellite City” in cui i quartieri benestanti e più americanizzati di Kingston sono affollati dalle antenne paraboliche, ma il primo racconto che dà il titolo a questa edizione bene coglie questa doppia valenza di identità dipendente e indipendente, isolana e internazionale, della Giamaica; non solo, come ricordato sopra, perché le lettere tra nonna e nipote ci fanno spostare su Londra, ma anche perché quel punto che dovrebbe chiudere il discorso su una realtà viene sempre omesso da Nonna Scottie, omissione che rende possibile aprire tale realtà a una rete di rapporti più ampia.
Mossa da uno spirito di sopravvivenza è anche la traduzione, che vuole trasportare le marche inconfondibili delle realtà giamaicana in campo internazionale. Ci auguriamo che l’incontro fra l’inglese con accento creolo di Alecia McKenzie e il nostro italiano abbia allargato e approfondito i confini della nostra lingua così da veicolare almeno in parte la straordinaria cultura giamaicana nelle versioni qui proposte. Speriamo di aver approssimato lo spirito del popolo giamaicano di cui l’opera di McKenzie ricostruisce la grande vitalità; di aver reso le realtà familiari, così diverse da quelle nucleari a cui noi siamo abituati; di avere almeno in parte evocato la musica e i suoni di una terra che conosciamo ancora solo superficialmente. Punto, nei suoi contenuti, offre comunque un antidoto all’idea stereotipata e generica dei “tropici” quale sogno di evasione dal mondo malato e caotico in cui stiamo stretti, ma lo fa mostrandoci come le contraddizioni che affliggono i Caraibi sono quelle stesse del nostro mondo. Ciononostante, riesce anche a farci ritrovare la speranza nel momento in cui propone una nuova prospettiva capace di ridare un senso non solo alla colonizzata Giamaica ma anche al resto del mondo. Alecia McKenzie lo ha espresso in maniera chiara in un’intervista, ed è con l’immagine del suo radioso sorriso, simbolo di accoglienza reciproca e quindi segno positivo di multiculturalismo, che vorremmo chiudere queste storie di violenza: «Penso che i miei personaggi siano tutti persone meravigliose. Ma devono lottare contro tante difficoltà. La Giamaica è una città satellite perché riceve così tanto dall’America. Ma io sono così fiera che noi continuiamo ad esistere come popolo e siamo ancora così disponibili verso gli altri. Non c’è sorriso come il sorriso dei caraibici. Non c’è ospitalità come l’ospitalità caraibica».

 

* Postfazione di Patrizia Villani a Racconti giamaicani

Dalla diaspora all’esilio, senza perdersi

Dalla diaspora all’esilio, più o meno volontario, senza perdere o abbandonare mai le proprie radici: la questione è ovviamente cruciale e sta alla base di tanta parte della letteratura post-coloniale ormai diventata “classica”. Gli antecedenti illustri dei vivaci personaggi di Alecia McKenzie appartengono infatti allo stesso mondo delle storie di Tropic Death di Eric Walrond e alla realtà quotidiana degli abitanti di Miguel Street di Naipaul, e ci riportano alla tragicomiche vicende di quei Lonely Londoners di cui Sam Selvon ci ha dato un ritratto indimenticabile sullo sfondo di una società (europea e caraibica) afflitta dalla piaga del colonialismo e del razzismo e descritta con amara ironia anche nel saggio di George Lamming, The Pleasures of Exile.
La short story divenne ben presto una forma fondamentale di espressione letteraria per gli scrittori dei Caraibi, a partire dalla generazione che scriveva i suoi capolavori negli anni Cinquanta e Sessanta. Negli ultimi due decenni, in particolare, si è parlato di new wave al femminile poiché le donne occupano la scena centrale di questa letteratura e autrici come Olive Senior, Jamaica Kincaid, Pauline Melville, Mekeda Silvera e Alecia McKenzie rappresentano attualmente la forza trainante della letteratura caraibica contemporanea. Nelle storie di queste scrittrici la vitalità del linguaggio e la modernità del tono globale e della psicologia dei personaggi (in particolare quelli femminili, sempre caratterizzati a tutto tondo) costituiscono le caratteristiche principali di questa letteratura estremamente vitale.
La forma del racconto, come si è detto, sembra essere particolarmente congeniale alla realtà densa e subito percepibile di questi paesi, perché consente di raffigurare piccole epifanie che conducono al “riconoscersi” da parte dei protagonisti e alla rappresentazione di un microcosmo che dà la sensazione forte e precisa della quotidianità vera, tangibile, prepotente. Presentare senza veli questa realtà comporta una raffigurazione minuziosa e attenta delle relazioni amorose, familiari o di amicizia fra i personaggi e dei sentimenti in esse implicati, mantenendo un punto di vista femminile che non cade in illusioni eroiche o avventurose sulle vicende umane, ma rimane con i piedi saldamente piantati per terra dimostrando concretamente grande saggezza pratica in ogni situazione e attingendo coraggio e determinazione  dalla propria salda interiorità. Ecco le caratteristiche peculiari dell’opera di queste scrittrici e, potremmo dire, della scrittura femminile.
Altro fattore cruciale che ha sempre intriso la struttura stessa di questa letteratura è quello dell’emigrazione, fenomeno endemico nei Caraibi a partire dagli anni Trenta del nostro secolo e tuttora attivo nel determinare e plasmare la realtà sociale dell’arcipelago. Abbiamo parlato di diaspora (dal greco diasperein, disperdersi) e di esilio, che devono essere considerate le due facce di una stessa medaglia. Esperienza di costrizione e migrazione violenta legata alla schiavitù, la diaspora della popolazione africana è un fenomeno ormai storicamente documentato, descritto e studiato che ha lasciato tracce culturali e psicologiche forse incancellabili nella storia del Nuovo Mondo e in particolare nelle isole caraibiche, la sua società multietnica e multiculturale ne è figlia consapevole ma non rassegnata o docile.
L’esilio, versione moderna e apparentemente volontaria di questa diaspora, costituisce invece la realtà più vicina a noi. Le ragioni attuali di tale emigrazione sono quasi esclusivamente economiche, e talvolta politiche, per la gran parte delle persone (trovare lavoro o sfuggire a una situazione di mancanza di libertà), ma nel caso di intellettuali, artisti e scrittori sono dovute soprattutto alla ricerca fisiologica di un ambito culturale più organico e soddisfacente. Comune, tuttavia, è il forte senso di appartenenza al mondo caraibico, che non viene mai meno e forma un solido “apparato radicale” che lega indissolubilmente questi esuli cosmopoliti al ricco humus dell’arcipelago, pur se residenti stabilmente all’estero. Come spesso succede, anzi, è proprio la distanza geografica a consentire a questi autori di elaborare psicologicamente in modo completo e di mettere a fuoco con estrema precisione (e una passione in cui sembra svolgere un ruolo fondamentale la nostalgia) le esperienze vissute in prima persona e il panorama umano e sociale delle isole.

E questo diviene appunto il tema fondamentale sotteso ai racconti di Alecia McKenzie, scrittrice giamaicana dell’ultima generazione che ha sperimentato di persona (ha vissuto in Belgio, a Londra, e si trova attualmente a Singapore) questa condizione comune a gran parte della popolazione dei Caraibi. Alecia McKenzie ben rappresenta la nuova generazione di scrittori che esplorano incessantemente la storia recente e la realtà del proprio paese attraverso l’osservazione e una fedele descrizione delle relazioni umane, sfondo ideale che consente di sottolineare ipocrisie, conflitti e mancanza d’impiego nella società contemporanea (giamaicana, nel caso specifico).
Questa scrittrice si allontana dalle tematiche tradizionali legate alla schiavitù e al colonialismo che sono state trattate dalla precedente generazione di scrittori delle West Indies, ed esamina i nuovi mali del suo paese d’origine con uno stile e una visione semplici e incisivi, occupandosi di conflitti tra generazioni, aspettative dei giovani in campo sociale e politico, parità fra i sessi, e problemi quotidiani di classe, ricchezza e povertà.
In questa letteratura i legami tra il linguaggio (creolo e inglese standard), il potere e la politica si trovano al centro di un quadro nel quale il ruolo dell’artista nella comunità e il desiderio di creare una società nuova ed equa in cui affondare di nuovo e più saldamente le proprie radici senza cancellare il passato dalla memoria collettiva costituiscono i pilastri di una visione contemporanea della realtà delle West Indies condivisa anche da scrittori più maturi come Jamaica Kincaid (in Annie John e Lucy, ad esempio) e Derek Walcott (che nel suo recente poema Tiepolo’s Hound indaga in modo specifico il sofferto rapporto dell’artista caraibico con la società che l’ha generato e con la tradizione europea, eredità necessaria ma carica di ricordi dolorosi).

In quasi tutti i racconti della presente raccolta, Racconti giamaicani (e nella precedente Punto, 1997), l’emigrazione è un fenomeno comune per i personaggi, che sono loro stessi “esiliati” o conoscono qualcuno che si è trasferito in Europa o negli Stati Uniti per varie ragioni, oppure parlano di chi vorrebbe partire per quel mondo considerato una liberazione da una realtà senza sbocchi, o di coloro che tornano occasionalmente o puntualmente nelle isole per una vacanza o per rivedere parenti o amici. Si descrive la vita nelle isole, e l’atmosfera che vi regna, con l’ambivalenza emotiva tipica delle passioni umane fondamentali, un amore/odio che tradisce la profondità dell’attaccamento alla propria terra e la nostalgia per i paesaggi, le persone, gli odori, i colori, e infine il cibo stesso, che nella sua tipicità e nella sua funzione materna di nutrimento, calore e condivisione rappresenta il legame più semplice e quotidiano con la tradizione e la famiglia.
Altro argomento spesso doloroso, inestricabilmente legato al problema della precarietà sociale e dell’emarginazione, è quello della famiglia, o meglio della struttura spesso disgregata o semplicemente monoparentale che per tradizione costituisce il nucleo familiare tipico di queste culture. La famiglia è quasi sempre la madre, oppure la nonna, figure fondamentali che da sole (i padri sembrano eternamene assenti in questa tradizione) si occupano di crescere ed educare figli e nipoti, accollandosi un difficile compito economico e psicologico in una società in cui il matrimonio e la presenza maschile sono nozioni fluttuanti e temporanee senza solidità e sostanza, esperienze che rientrano piuttosto nell’eccezione a una regola di matriarcato “obbligato” e fino ad ora condiviso dalla quasi totalità della popolazione. E quando gli uomini compaiono in questa realtà è troppo spesso per dimostrare le proprie debolezze (violenza, incapacità di rapporti duraturi, infedeltà), o mostrare di non essere all’altezza delle spregiudicate e coraggiose figure femminili che popolano la narrazione, solide e appassionate nella loro identità individuale.
Centrale a questo proposito sembra essere il racconto “Aspra come il guinep”, che incorpora in modo emblematico tutte le tematiche affrontate dall’autrice, e ripropone nella vita complicata della protagonista e nei suoi legami familiari la gamma di esperienze che con molta probabilità caratterizzano nella quotidianità l’esistenza di gran parte delle donne e dei giovani nei Caraibi. Nel resoconto di queste esperienze, raccontate in prima persona dalla protagonista, traspaiono (nonostante la sobrietà e pacatezza della voce narrante) la passione, l’amarezza e tuttavia il coraggio di chi non si rassegna agli ostacoli e alle difficoltà.
Negli altri racconti, di volta in volta teneri, tragici o umoristici, i temi toccati sono la situazione sociale e politica instabile, l’emigrazione e la violenza nelle isole (“Ladri”, “Angie torna a casa per Natale”, “Scarafaggi”); l’esperienza della scuola, l’ambiguo rapporto con gli insegnanti e l’importanza di un’istruzione superiore per una vita diversa (“Aerei in lontananza”, “Scuola privata”, “Capolinea”); e infine la questione della vita lontano dalle isole, il problema del razzismo e la solidarietà nel delicato racconto “Danza dell’esilio”, il cui titolo fortemente significativo potrebbe fare da cornice all’intera raccolta.
Dalla diaspora all’esilio, quindi, ma senza dimenticare la possibilità sempre aperta del ritorno e soprattutto quell’attenzione così rivelatrice che Alecia McKenzie e gli altri autori nativi di questo arcipelago affascinante mantengono sempre saldamente puntata, come un riflettore, su quella realtà speciale a cui nessuno di loro può o vuole rinunciare, perché è il nucleo vitale dell’esperienza creativa e della scrittura a cui l’artista caraibico, scrittore o poeta che sia, sa di dover attingere per sopravvivere e crescere, per realizzare nel mondo la propria visione.

 

Pubblicato in Alecia McKenzie
Martedì 30 Giugno 2009 09:10

Cristina Trivulzio di Belgiojoso

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Cristina Trivulzio di Belgiojoso

 

Biografia:

Nasce il 28 giugno 1808 a Milano. Quando ha solo 4 anni, il padre muore, lasciandola erede del ricco patrimonio dei Trivulzio. La madre, Vittoria, sposa dopo poco Alessandro Visconti D’Aragona, aristocratico di vedute liberali e membro del gruppo del "Conciliatore". Il suo arresto nel 1821, in collegamento alla congiura antiaustriaca, è alla base della formazione politica di Cristina.

A sedici anni sposa il principe Emilio Barbiano di Belgiojoso, il matrimonio tuttavia dura poco e nel 1828 Cristina decide di lasciare il marito frivolo e donnaiolo. Ottenuto un passaporto francese, inizia a viaggiare fuori e dentro l’Italia entrando in contatto con gli intellettuali liberali e patrioti dell’epoca; nel 1830 è a Ginevra, città che è il punto di riferimento per il dibattito culturale e politico dove conosce molti esuli e, a seguito di una rocambolesca fuga, riesce a varcare il confine francese, cosa che le era stata proibita da un’ingiunzione della polizia austriaca. In poco tempo Cristina fa due importanti conoscenze: Augustin Thierry, storico per il quale nutrirà sempre dell’affetto, e Francois Mignet. Negli anni trenta si trasferisce a Parigi e superate le difficoltà finanziarie dà vita a uno dei più frequentati e vitali salotti, divenendo il punto di riferimento di esuli italiani che organizza e sostiene anche finanziariamente, di politici e intellettuali che vivono o sono di passaggio a Parigi. Basta qui solo ricordare alcuni nomi: Filippo Buonarroti, Camillo Cavour, Toqueville, Balzac, Heine, Liszt, Bellini.
Nel 1838 nasce la figlia Marie.

Negli anni quaranta dopo un lungo soggiorno in Inghilterra, ritorna in Italia. Ispirata dalle idee dei socialisti utopisti converte le sue proprietà di Locate in una comunità agricola sul modello dei falansteri di Fourier.
Nel 1842-43 viene pubblicata la sua prima opera, in quattro volumi, Essai sur la formation du dogme catholique, in cui sottolinea con forza l’importanza del libero arbitrio. Nel 1844 si occupa delle teorie di Vico traducendole in francese. Nel 1845 assume la direzione dalla Gazzetta Italiana. Nel 1848-49 si trova in Italia e, raggiunta a Napoli dalla notizia dell’insurrezione di Milano, raccoglie un battaglione di volontari e vi arriva per dare sostegno al governo provvisorio. Dopo la sconfitta dei moti rivoluzionari torna a Parigi da dove riprende i contatti con Mazzini e tenta di riorganizzare l’opposizione all’Austria. Nel 1849 è a Roma, incaricata da Mazzini della direzione degli ospedali militari della repubblica nella cui conduzione  anticipa alcuni  dei  metodi di Florence Nightingale e utilizza come infermiere delle prostitute  attirandosi le ire del papa. Dopo il crollo della repubblica fugge in Grecia.
Nel 1850 è a Costantinopoli e poi ad Ankara. Si stabilisce poco distante in una tenuta che trasforma in fattoria. Nel 1852 parte per un pellegrinaggio a Gerusalemme. In seguito all’attentato subito ad opera di un esule bergamasco, si lascia convincere a rientrare in Italia. Negli anni che vanno dal 1855 al 1871 escono la maggior parte dei suoi articoli e racconti di ispirazione orientale e le sue ultime opere di riflessione politica quali Sulla moderna politica internazionale e nel 1866 esce il breve ma intenso Della presente condizione delle donne e del loro avvenire. Vive gli ultimi anni quasi in ritiro fra Milano e la villa della figlia sposata al marchese Ludovico Trotti, sul lago di Como.
Muore a Milano il 5 luglio 1871 all’età di 63 anni.

(Michela Poser)
 
 
Opere:

Essai sur la formation du dogme catholique, 4 vol. Paris: J. Renouard & C., 1842
·La Science Nouvelle par Vico, con l’introduzione «Vico et ses ouvres». Paris: J.Renouard & C.,  1844.
·La Science Nouvelle, Vico et ses ouvres, traduite par M.me Belgiojoso, Milano,1844.
·Etude sur l’histoire de la Lombardie dans les trente dernières années, ou les causes du défault  d’energie chez les Lombards, Jules Laisné, Paris, 1846.
·L’Italie et la révolution italienne de 1848 in «Revue de Deux mondes»: Insurrection milanaise.  Le gouvernement provisoire. Les corps auxiliares (15 settembre 1848;) La guerre de  Lombardie. La siège et la capitulation de Milan, 1 ottobre 1848; La révolution et la république  de Venise, 1 dicembre 1848; La guerre dans le Tyrol italien (15 gennaio 1849).
·Stato attuale dell’Italia in «L’Ausonio», 1846.
·Premieres notions d’historie à l’usage de l’enfance: Histoire Romaine, Paris, 1850
·Souvenirs dans l’exil in «Le National», 5 settembre e 12 ottobre 1850.
·Souvenirs dans l’exil, ristampa dell’originale, Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1946.
·La vie intime et la vie nomade en Orient in «Revue des Deux Mondes»: Angora et Césarée, les  harem, les patriarches et les derviches (1 febbraio 1855); Les montagnes du Giaour, le Harem  de Mustuk-bey et les femmes turques (1 marzo 1855); Le touriste européen dans l’Orient arabe (1 aprile 1855); Les Européens à Jerusalem, la Turquie et le Koran (15 settembre 1855).
·Asie Mineure et Syrie, souvenirs de voyage, Paris, 1858
·Récits turques in «Revue des Deux Mondes»: Emina (1 e 15 febbraio 1856); Un prince kurde  (15 marzo e 1 aprile 1856); Les deux femmes d’Ismail Bey (1 e 15 luglio 1856); Un Pacha de  l’ancien régime (15 settembre 1856); Un paysan turc (1 e 15 novembre 1857); Zobeiden (1 e 15  aprile 1858).
·Emina, Paris and Leipzig, 1856.
·Scénes de la vie turque (Emina; Un prince Kurde; Les deux femmes d’Ismail-Bey), Paris, 1858.
·Rachel in «Revue des Deux Mondes», 15 maggio e 1 giugno 1859.
·Histoire dé la Maison de Savoie, Paris, 1860.
·Della presente condizione delle donne e del loro avvenire in «Nuova Antologia», vol.I n.  1,1866; ristampato in Il 1848 a Milano e Venezia, Feltrinelli, Milano, 1977.
·Osservazioni sullo stato attuale dell’Italia e del suo avvenire, Milano, 1868, tradotto in  francese e pubblicato a Parigi l’anno successivo.
·Sulla moderna politica internazionale. Osservazioni, Vallardi, Milano, 1869.


Traduzioni in italiano e inglese delle opere di Cristina Trivulzio di Belgiojoso:

. Studi intorno alla storia della Lombardia negli ultimi trent’anni e delle cagioni di difetto d’energia  dei Lombardi, Parigi, 1847.
· Un principe curdo, racconto turco-asiatico; Emina, Redaelli, Milano, 1857
· Oriental harems and scenery, translated from the french of the Princess Belgiojoso, Carleton,  New York, 1862.
· L’italia e la rivoluzione italiana (dalla Revue des Deux Mondes, 1848) aggiuntovi gli ultimi  tristissimi fatti di Milano, narrati dal Comitato di pubblica difesa, con documenti, Sandron,  Palermo, 1904.
· La vita intima e la vita nomade in Oriente, Sonzogno, Milano, 1928.
· La rivoluzione lombarda del 1848, Universale Economica, Milano, 1949.
· Il 1848 a Milano e Venezia con uno scritto sulla condizione delle donne (a cura e con  traduzione di Sandro Bortone), Feltrinelli, Milano, 1977.
· Ricordi dall’esilio, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1978.
· Vita intima e vita nomade in Oriente, Ibis, Como, 1993.
· Emina, Tufani, Ferrara, 1997.
· Un principe curdo, Tufani, Ferrara, 1998.
. Le due molgi di Ismail bey, Tufani, Ferrara, 2008.

Giornali fondati o pubblicati da Cristina Trivulzio di Belgiojoso:

· «Gazzetta Italiana» pubblicata a Parigi dal febbraio al dicembre 1845 e sostituita da
· «Rivista Italiana» pubblicata a Parigi nel gennaio 1846 e sostituita da
· «L’Ausonio. Rivista mensile italiana» pubblicata a Parigi dal marzo 1846 al febbraio 1848.
· «Il Crociato» supplemento a «L’Ausonio», pubblicato a Milano dall’aprile al luglio 1848.
· «L’Italie» pubblicata in francese a Milano dall’ottobre 1860 al febbraio 1861.

Biografie, saggi e articoli su Cristina Trivulzio di Belgiojoso:

·Archer Brombert, Beth, Cristina. Portraits of a princess, University of Chicago Press, 1977.
·Barbiera, Raffaello, La principessa di Belgiojoso, i suoi amici e nemici, il suo tempo, Milano,  1902, 1913, 1922, 1930.
·Barbiera, Raffaello, Passioni del Risorgimento. Nuove pagine sulla Principessa Belgiojoso e il  suo tempo con documenti inediti e illustrazioni, Fratelli Treves editori, Milano, 1903.
·Bortone, Sandro, prefazione a Il 1848 a Milano e Venezia con uno scritto sulla condizione delle  donne, Feltrinelli, Milano, 1977.
·Caprini, Giulio, Donna più che donna, Garzanti, Milano, 1946.
·Cazzulani, Elena, Cristina di Belgiojoso, Lodi, 1982.
·Gattey, Charles Neilson, A Bird of Curious Plumage, London, 1971.
·Guicciardi, Emilio, Cristina di Belgiojoso Trivulzio cent’anni dopo, Milano, 1973.
·Incisa, Ludovico e Trivulzio, Federica, Cristina di Belgiojoso. La principessa romantica,  Rusconi, Milano, 1984.
·Malvezzi de’ Medici, Aldobrandino, «Una macabra leggenda» in «Pan», Milano, febbraio 1935.
·Malvezzi de’ Medici, Aldobrandino, Cristina di Belgiojoso, 3 vol, Treves, Milano, 1936 e 1937.
·Nanetti, Angela, Cristina di Belgioioso, una principessa italiana, EL, Trieste, 2002.
·Petacco, Arrigo, La misteriosa storia della dama del Risorgimento: Cristina di Belgiojoso,  Mondadori, Milano, 1994.
·Scriboni, Mirella, «‘Se v’avessi avuto per compagna…’. Incontri tra donne nelle lettere e negli  scritti dall’Oriente di Cristina Trivulzio di Belgiojoso» in «Italian Culture» vol.XII, 1994.
·Scriboni, Mirella, «Il viaggio al femminile in Oriente nell’800: la principessa di Belgiojoso,  Amalia Solla Nizzoli e Carla Serena» in «Annali d’Italianistica - L’Odeporica/Hodoeporics:On  Travel Literature» vol 14, edited by Luigi Monga, 1996.
·Scriboni, Mirella, «Cristina di Belgiojoso» in «Leggere Donna», n. 50 (maggio-giugno 1994).
·Scriboni, Mirella, prefazione a Emina, Tufani, Ferrara, 1997.
·Scriboni, Mirella, prefazione a Un principe curdo, Tufani, Ferrara, 1998.
·Severgnini, Luigi, La principessa di Belgiojoso, Virgilio, Milano, 1972.
·Whitehouse, H. Remsen, A Revolutionary Princess. Christina Belgiojoso Trivulzio. Her life and  times, E.P. Dutton, New York, 1906.

(a cura di Mirella Scriboni)
 
 
 
* Dall’introduzione di Mirella Scriboni a EminaUn principe curdo e Le due mogli di Ismail bey

 
Un viaggio e un percorso al femminile

«La Siria che ho visitato […] non assomiglia affatto alla Siria che ho visto nei libri. È vero che ero in posizione privilegiata rispetto alla maggior parte dei viaggiatori e che potevo conoscere un aspetto molto importante della società musulmana: l’aspetto domestico, quello in cui domina la donna. L’harem, questo santuario maomettano, ermeticamente chiuso a tutti gli uomini, mi era aperto. Vi potevo penetrare liberamente: potevo conversare con quegli esseri misteriosi che l’europeo intravede solo velati, interrogare alcune di quelle anime che non si aprono mai, e stimolarle a confidenze preziose su tutto un mondo sconosciuto di passioni e di pene. I racconti dei viaggiatori, incompleti per quello che riguarda la società musulmana, lo sono d’altronde molto spesso per quel che riguarda la natura e l’aspetto materiale dei luoghi».
In queste parole, oltre ad una ulteriore presa di distanza dalla letteratura di viaggio in Oriente che l’ha preceduta, c’è anche un’esplicita rivendicazione del segno tutto “femminile” del proprio viaggio. Il viaggio in Oriente e la scrittura che lo racconta sembrano infatti diventare, per Cristina, l’occasione di una ri/scoperta e di una ri/definizione di un senso dell’identità femminile fino a quel momento non chiaramente esplicitato, se pur presente, nella sua opera. Tappe fondamentali – del viaggio e di questa ridefinizione – appaiono gli incontri con le altre donne e il racconto della propria storia personale si trasforma progressivamente in racconto delle loro storie. La scrittura stessa riflette questo intreccio tra la storia di sé e la storia delle altre, attraverso un continuo movimento dall’interno all’esterno e viceversa e un alternarsi di presenza e assenza dell’io narrante.
È emblematico il fatto che questa ri/scoperta della realtà della donna coincida con l’avvicinamento all’Oriente e sia resa possibile dall’allontanamento dalla politica e dall’Europa, entrambi luoghi di cancellazione della donna e di costruzione di immagini del “femminile”.
Il percorso di Cristina inizia con un riattraversamento del passato nelle lettere di Souvenirs dans l’exil. Il lungo colloquio con l’amica è – oltre che una rivisitazione della propria vita dall’arrivo a Parigi fino agli avvenimenti europei ed italiani del 1848 – una storia di ricapitolazione della propria vita “al femminile”. Nel racconto appaiono personaggi chiave della vita politica e culturale italiana e francese (come Napoleone III, Gioberti, Liszt), ma dallo sfondo emergono soprattutto figure di donne: madame Récamier a Parigi, le donne volontarie nel lavoro degli ospedali militari a Roma e le donne incontrate in Grecia e a Costantinopoli.
Fin dal primo fugace incontro a Malta – durante una visita ad una nave diretta alla Mecca – con la giovane figlia dell’Imperatore del Marocco, lo sguardo di Cristina si mette a fuoco sulle donne orientali e la loro condizione nella società islamica.
Arrivata a Costantinopoli la principessa si imbatte in un corteo di donne, eunuchi e pascià dell’harem e, dopo averlo descritto all’amica, osserva: «Ho provato un interesse vivissimo nel vedere tutte queste novità. Ma come sarebbe aumentato il mio piacere se vi avessi avuta per compagna!».
L’amica – un’altra donna – appare quindi l’unica possibile compagna di viaggio all’interno di questo mondo e della cultura orientale. In sua assenza è la scrittura rivolta a lei che si fa – oltre che interprete e testimone - «compagna » del viaggio esteriore ed interiore.
Le «leggi dell’harem» (come lei le definisce) che Cristina ancora non conosce all’inizio del viaggio si rivelano a poco a poco nelle visite e nei frequenti incontri con donne durante il viaggio a Gerusalemme. Occasione di molti di questi incontri è la richiesta di un parere o di vere e proprie visite mediche che viene rivolta a Cristina, preceduta nel viaggio dalla sua fama di “guaritrice”. Il corpo diventa così tramite reale e simbolico della comunicazione con altre donne. Già nelle prime descrizioni contenute in Asie Mineure et Syrie, la fisicità e la presenza corporea sono l’aspetto più evidente di questi luoghi, che non assomigliano affatto a quelli evocati nei racconti esotici, ma sono ambienti soffocanti e rumorosi, privi di aria e di luce, dove le donne vivono annoiate e in rivalità tra di loro, passando molto tempo a truccarsi in modo grottesco.
L’aspetto fisico delle donne orientali, la loro apparente indolenza e concentrazione su attività futili, rappresentano spesso, all’inizio del viaggio della principessa, un ostacolo alla comunicazione: nell’incontro con la moglie favorita del pascià di Cerkes, che la ospita nella prima tappa dl viaggio, il pesante trucco della donna («una bella virago spalmata di rosso e nero») – quasi una maschera – sembra stabilire una separazione fra le due donne e Cristina non prova nessun desiderio di approfondire questa conoscenza. Col proseguire del viaggio, però si accorge che quella della sottomissione e della passività è, appunto, una maschera – necessaria – indossata in presenza degli uomini, mentre da sole con lei le donne manifestano curiosità, intelligenza e passioni.
Con sempre maggiore frequenza Cristina ammira la bellezza e nota la personalità di alcune donne, come la giovane moglie di uno dei pascià che la ospitano, infelice e tiranneggiata dalle altre mogli perché senza figli, o la moglie di un ricco commerciante di Tiberiade, convinta che la principessa possa darle un rimedio per avere figli.
La separazione di maschere e diaframmi nei rapporti tra la donna occidentale e le donne orientali, è evidente nella descrizione dell’ultimo soggiorno in un harem prima del ritorno a Ciaq-Maq-Oglou. Qui Cristina assiste alla visita alle mogli del pascià di una loro amica vedova dai modi molto europeizzati, che le incita a ribellarsi al marito tiranno. Le donne rispondono che – relegate nell’harem dall’età della ragione – non sanno niente del mondo esterno e se perdessero il loro pascià sarebbero ridotte alla disperazione. Quando viene chiesto il suo parere, Cristina risponde che capisce come – data la loro esperienza – le mogli del sultano possano avere questi sentimenti e anzi si meraviglia di come la vedova, anche lei turca, possa avere un atteggiamento così diverso.
In questa inversione di ruoli, in cui Cristina difende le ragioni delle donne “non emancipate”, il rapporto di fiducia – quasi di “affidamento” – tra la donna occidentale e le donne orientali, si crea sulla base dello scambio di esperienze molto diverse, ma sentite come comunicabili e condivisibili fra donne. Anche in questo caso la scrittura svolge un ruolo importante: le donne orientali, non più baiadere e odalische, ma persone, non sono oggetto di narrazione – se pure da parte di un’altra donna – ma entrano direttamente con la loro voce nel racconto, che diventa così narrazione corale.


Scènes de la vie turque. Lo sguardo oltre il velo

«Cara sorella, cara amica, ora che ti ho tutto raccontato, parla a tua volta, illuminami».
Scènes de la vie turque è il punto di arrivo di questo processo e riflette – anche nello stile narrativo – lo spostamento di posizione dell’osservatrice-narratrice dall’esterno all’interno del mondo turco e della realtà orientale.
Al centro dei tre racconti: Emina, Un prince kurde e Le deux femmes d’Ismail-Bey – ambientati in piccoli villaggi dell’Asia Minore, non lontano da dove Cristina si era stabilita – sono le vite di donne dell’harem: Emina, figlia di un povero contadino, data in sposa ancora bambina al bey con il quale il padre ha contratto debiti che non è in grado di ripagare; Habibé – una giovane donna occidentale, figlia di un diplomatico danese – che viene rapita da predoni durante un suo viaggio in Asia Minore ed è strappata alle mani dei rapitori da un principe curdo del cui harem entra poi a far parte; Maleka e Hanifé, le due moglie del pascià Ismail-Bey.
Attraverso le vicende – amore e devozione, tradimento e vendetta – di cui queste donne sono protagoniste, l’autrice mette in evidenza la disparità nei rapporti d’amore tra uomo e donna e la diversità del loro destino, determinato dalla condizione sociale e dall’obbedienza ai ruoli loro assegnati. Le donne dell’harem sono vittime non solamente delle leggi di una società che le priva di qualsiasi possibilità di scelta rispetto al proprio futuro – deciso già nei primi anni di vita – ma anche delle leggi private e delle gerarchie dell’harem stesso, degli odi e delle rivalità che queste scatenano.
Le storie narrate – e i caratteri stessi delle protagoniste – si succedono e sviluppano secondo un ordine simbolico, e il primo e l’ultimo racconto si raccordano attraverso un evidente chiasmo: nel primo la giovane Emina è vittima della società, degli intrighi della rivale – moglie favorita del bey –ma anche del proprio amore per il marito e della sua insensibilità. Nel secondo racconto Habibé – inizialmente forzata al matrimonio con il principe curdo, il quale manifesta però per lei un intenso sentimento – se ne innamora a sua volta, ma il loro rapporto d’amore è destinato a una tragica fine sia per la diversità della loro cultura e fede religiosa che per la rivalità delle altre mogli. Nel terzo racconto le due mogli – inizialmente rivali – trovano solidarietà nella raggiunta coscienza dell’inettitudine e opportunismo del marito e la punizione che gli infliggono sembra vendicare il sacrificio delle altre donne e riscattarne la sottomissione alle leggi di supremazia dell’uomo.
In tutti i racconti gli intrighi e le gelosie tra donne giocano un ruolo fondamentale nel destino delle protagoniste. Le stesse rivali – a loro volta vittime delle leggi dell’harem – sono donne dalla forte personalità (nel caso della rivale di Emina hanno «un gran cervello») e la loro capacità di giocare con intelligenza le proprie carte e di manovrare gli uomini mette ironicamente in risalto l’inettitudine di questi ultimi.
Le protagoniste di queste storie non sono dunque vittime passive, ma donne consapevoli, forti e capaci di intense passioni, di spirito d’iniziativa, che lottano per affermare il loro desiderio di essere amate e sanno accettare dignitosamente le umiliazioni, ma possono anche – quando la misura è colma – vendicarsi degli uomini che le hanno umiliate. A loro volta gli uomini non sono sempre e convenzionalmente i brutali “signori” dell’harem, ma sono anche capaci di dolcezza, di rispetto per le donne e di devozione, come mostrano la gratitudine di Hamid-Bey quando si rende conto di che cosa Emina ha fatto per lui e l’attaccamento di Mehemed-Bey per la moglie straniera, Habibé.
La narrazione inizia alla terza persona e attraversa la maggior parte della vita delle protagoniste, finché ad un tratto – inaspettatamente – passa alla prima persona e allo stile autobiografico. Questo succede quando la Belgiojoso racconta come, incidentalmente, ha incontrato le altre donne. In Emina l’occasione è un viaggio della principessa e l’imprevista fermata nel villaggio governato da Hamid-Bey, il quale si reca dalla principessa a la supplica di guarire la giovane moglie dalla sua grave malattia. Cristina incontra Habibé, la moglie del principe curdo, durante un altro dei suoi viaggi e questa la prega di far sapere al suo governo che è stata fatta prigioniera dal principe, di cui successivamente si è innamorata. Ne Le due mogli di Hismail-Bey, Anifé si ferma alla fattoria di Cristina per chiederle qualche rimedio che la sostenga nel corso del lungo viaggio per Costantinopoli, dove si trova il marito che ha abbandonato lei e il figlio.
L’incontro con Cristina avviene dunque sempre – anche in questo caso simbolicamente – nel corso di un viaggio in cui si incrociano e si confrontano i diversi percorsi di vita di donne occidentali e orientali. E il viaggio – il movimento – non è più prerogativa della donna occidentale: Emina, rinchiusa nel suo harem, ha scelto di intraprendere il suo viaggio verso la morte; Habibé, allontanandosi dalla “direzione” di donna occidentale, segue il principe curdo nella sua fuga dalle truppe del governo centrale ottomano; Hanifé viaggia dal suo villaggio verso Costantinopoli alla ricerca dell’uomo traditore.
Dal momento dell’incontro, narrazione dell’altra e narrazione di sé si fondono: lo sguardo della donna orientale e quello della donna occidentale si incontrano – oltre il velo – e si interrogano, alla ricerca d’aiuto, di conoscenza reciproca e di solidarietà. Lo sguardo della donna orientale non è vuoto e inespressivo, ma è quello di chi ha già osservato ed appreso, pur nella limitatezza dell’esperienza che le è stata consentita.
Attraverso la comunicazione con queste donne – inizialmente estranee e diverse – Cristina acquisisce la consapevolezza che segna idealmente il punto di arrivo del suo percorso e del suo viaggio in Oriente. In questa esperienza di viaggio e di ricerca comune di identità matura il messaggio di solidarietà e di speranza che Cristina di Belgiojoso lascerà – come testamento – in uno dei suoi ultimi scritti, Della condizione delle donne e del loro avvenire: «Vogliano le donne felici ed onorate dei tempi avvenire rivolgere tratto tratto il pensiero ai dolori e alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata, felicità!».
 
 
Un principe curdo

Un principe curdo riprende motivi presenti in Emina, svolgendoli all’interno di una struttura narrativa più complessa e polifonica, densa di significativi parallelismi e inversioni rispetto al racconto precedente. Al centro della storia è un’altra vicenda d’amore e di donne dell’harem, ma le azioni dei personaggi si intrecciano agli eventi politici e sociali in un contesto descritto con ricchezza di notizie storiche e dettagli di vita quotidiana.
Il racconto inizia con la descrizione dell’harem del principe curdo Mehemed-Bey e delle sue cinque mogli: la prima Fatma, che non possiede «né una grande bellezza né un’intelligenza superiore», Actié, nativa della Georgia, «celebre a buon diritto per la bellezza delle sue fanciulle e dei suoi montoni», Kadia, una circassa, «pallida e fragile bellezza dagli occhi azzurri» che «manifestava al principe un’ammirazione prossima all’idolatria», Abrama, una «vera negra del Senegal» e infine la bella e misteriosa Habibé, di cui non si conosce niente tranne il fatto che il principe l’ha liberata da una banda di zingari suoi rapitori e l’ha fatta sua sposa.
Chiusa in un ostinato mutismo, Habibé (il nome che le è stato dato nell’harem) vive schiva e appartata, opponendo una passiva resistenza alle leggi e all’“etichetta” dell’harem: si veste in modo dimesso, sdegnando ostentatamente le stoffe e i gioielli di cui le altre amano ricoprirsi, si allontana dal gruppo delle altre mogli che si affollano, riverenti e seduttive, intorno al marito quando questi visita l’harem.
La vita nella «triste cattività dell’harem» scorre tra tumulti di gelosie e rivalità, ma anche fra momenti di allegria e gesti di delicatezza reciproca («le donne degli harem hanno in certe occasioni un tatto squisito»), e ruota attorno a quella del signore dell’harem, «il giovane, vigoroso e temibile capo dei Curdi», la popolazione ribelle al governo turco a cui – al tempo dei fatti narrati – un decreto del nuovo pascià ha proibito di continuare a portare al pascolo le greggi sulle montagne in cui da secoli i Curdi hanno stabilito i loro accampamenti e svolgono le loro attività.
Che l’ambientazione storica non sia solo uno scenario romanzesco è sottolineato dall’autrice verso la fine del racconto, con un esplicito collegamento all’introduzione di Asie Mineure et Syrie, souvenirs de voyage, dove Cristina faceva presente che quello che scriveva era una testimonianza fedele di quanto aveva potuto osservare in questi paesi dal punto di vista privilegiato di chi non solo aveva vissuto in quei luoghi, ma aveva potuto entrare in diretto contatto con le vite delle donne degli harem.
Così – narrando la storia del principe curdo e di Habibé – tiene a precisare: «Devo far notare innanzitutto che non si tratta di una semplice finzione romanzesca. Tutte le informazioni sui Curdi e sul loro capo mi sono state date dagli abitanti dello stesso paese che aveva sofferto a causa delle loro devastazioni. Ho conosciuto personalmente Mehemed-Bey, ed ho ricevuto da lui l’assicurazione che le mie greggi sarebbero state risparmiate dai suoi, all’epoca in cui la contrada era stata devastata dai loro atti di brigantaggio».
Mehemed-Bey, che conduce «una vita piena di avventure, di emozioni, di pericoli», anche in amore manifesta intense passioni. Trascurando le altre mogli, non ha occhi che per Habibé: non si stanca di cercare di penetrare il suo sdegnoso silenzio con la propria loquacità amorosa, con ripetute dichiarazioni dell’intensità e esclusività del proprio sentimento e affermazioni di sensibilità monogamica inaspettate sulla bocca di un uomo del suo paese.
Il signore dell’harem è dunque ben diverso, in questo racconto, dal marito assente di Emina, l’uomo filtrato attraverso lo sguardo femminile che non riesce a penetrarlo. È anzi lui – con apparente paradosso, più capace, nella linearità del proprio sentimento, di comunicazione diretta – che mette in moto, con le sue parole e il suo comportamento, le reazioni della donna, diventando protagonista (come il titolo stesso evidenzia) della vicenda.
Habibé esce infatti dal silenzio e rivela – prima attraverso segnali indiretti, poi in modo sempre più esplicito – il suo amore per il principe, frenato e contrastato dal conflitto fra desiderio e consapevolezza della loro diversità e della barriera culturale e religiosa che li divide. Pur lacerata da questo conflitto, Habibé continua però a scegliere di seguire il proprio desiderio, condividendo la fuga e la sorte del marito, in un viaggio letterale e simbolico che la porta fuori dall’harem e le fa attraversare le stesse montagne dove Emina h vissuto la propria infanzia solitaria e libera prima di entrare nella prigionia dell’harem. In questa fuga rocambolesca al seguito del principe, Habibé sembra perdere – impercettibilmente ma irreversibilmente – la connotazione di donna occidentale e assumere l’aspetto e il comportamento di una “vera” donna dell’harem. Nel corso degli eventi, però, si trasformano anche le immagini e i ruoli di alcune delle donne turche, come l’infida Circassa dell’harem del principe e la moglie del figlio dell’ambiguo bey amico del principe curdo e viene meno la separazione tra Habibé e le altre donne dell’harem, la distinzione fra donna occidentale e donne orientali.
Anche il finale del racconto rispecchia la molteplicità del punto di vista espresso dalla voce narrante e dalle voci dei personaggi. Nella inevitabile catastrofe conclusiva il sacrificio è infatti comune e conseguenza – sia per Habibé che per il principe – delle loro scelte. L’uomo orientale e la donna occidentale hanno entrambi seguito la direzione in cui li spingeva la passione e attraversato un processo di trasformazione, in conflitto con la parte di sé legata ai vincoli imposti dalla propria cultura e dalla propria società. Il ricongiungimento e la fusione si rivelano comunque impossibili e non solo per l’avversità delle circostanze. L’ambiguità del finale in cui Habibé non sceglie di ritornare alla “libertà” del mondo occidentale e si chiude di nuovo in un simbolico silenzio, sembra testimoniare un dissidio ormai insanabile nell’identità della donna, lacerata tra due mondi entrambi imperfetti, in ognuno dei quali è impossibile ritrovare il luogo della ricomposizione e del superamento del conflitto. Rimane però la speranza, il sogno utopico di un mondo “puro”, dove possano trionfare l’amore e i sentimenti, attraverso l’affermazione del desiderio delle donne e la realizzazione di un rapporto egualitario con gli uomini.
Come Habibé nel suo viaggio d’amore, anche Cristina di Belgiojoso, attraverso la narrazione, si avvicina e si riallontana da questo mondo, osservandolo dall’esterno e dall’interno, attraverso le parole e i sentimenti delle donne e degli uomini e la trasformazione della coscienza di sé che questi esprimono, cogliendone le contraddizioni, ma anche tutta la ricchezza e vitalità.
La vicenda di Habibé e del principe curdo evidenzia così non solo la capacità delle donne (occidentali e orientali) di agire e di scegliere – lottando contro gli ostacoli esterni e interni che in entrambe le società ne limitano la libertà di scelta – ma anche una complessità dell’identità dell’uomo orientale dietro lo stereotipo dell’Oriente come luogo di puro erotismo, di sentimenti rozzi e, in definitiva, di assenza di sentimenti.
Grazie anche al rilievo dato allo scenario politico e sociale la storia narrata si sottrae al cliché dell’harem e delle sue tipologie femminili e maschili e mostra un Oriente non fissato in una immobilità astorica da Mille e una notte, ma luogo di divenire storico e sociale.
 
 

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